Milano 28 Maggio 2022

Selvagge sono le notti di chi può amare solo dentro l’oscurità. Senza poter mostrare la sua passione alla luce, senza poterla gridare al mondo intero. Selvagge erano le notti di Emily Dickinson, poetessa tra le più singolari, audaci e fraintese, innamorata della natura, della morte e di una donna, Susan Gilbert, amica del cuore, musa, confidente, moglie di Austin Dickinson, fratello di Emily. Un triangolo sentimentale che darebbe scandalo anche oggi, figurarsi nel puritano Hampshire ottocentesco.

Madeleine Olnek, newyorkese, regista, produttrice e sceneggiatrice, firma la regia di “Wild Nights” (foto: Ana Grillo)

E così la love story tra Emily e Susie andò avanti rovente tutta la vita, per tutta la vita nascosta agli occhi di tutti. Rimossa anche dopo la morte di Emily, 15 maggio 1886, quando, affiorate da un baule, le circa 300 lettere e 266 poesie indirizzate a Susie avrebbero potuto sollevare il velo su quell’amore segreto, così potente, così esplicito. Ad affrettarsi a censurarle, modificarle nel contenuto, cancellare con cura il nome della destinataria sostituendolo con quello, più consono, di un uomo misterioso, The Master, il padrone, il maestro, ci pensò un’altra donna, Mabel Todd. Sposata con un astronomo, diventata l’amante di Austin Dickinson forse per ripicca verso Emily, che nonostante le mille avances di Mabel per conoscerla, si rifiutò sempre di incontrarla. E la sola volta che le fu concesso di vederla in faccia fu nella bara, cosparsa di violette, il suo fiore preferito.
Frammenti di discorsi amorosi complessi e proibiti, che Madeleine Olnek, regista indipendente newyorkese attenta alle tematiche LGBT+, intreccia in un suo film (nei cinema grazie a Cineclub Internazionale Distribuzione) dedicato alla celebre poetessa americana il cui titolo, Wild Nights, cita l’incipit di una delle poesie più note e ardenti di Emily.

La locandina del film “Wild Nights”, al cinema dal 1° giugno

La cui personalità ha molto ispirato il cinema, dai tempi dell’intenso A Quiet Passion di Terence Davies con Cinthia Nixon, fino alla recente serie rockettara di Alena Smith, Dickinson. A offrire ora a Olnek lo spunto per una nuova rilettura, è stato un articolo pubblicato nel 1998 dal New York Times, dove una studiosa di letteratura americana era riuscita, grazie a un sofisticato software, a far riemergere dalle lettere “epurate” di Emily la loro vera destinataria, la cognata Susie. Rivelazione bomba, che cambiava radicalmente l’immagine di una donna etichettata dal perbenismo del tempo come triste e solitaria, una zitella reclusa, una vergine mezza matta.
Niente a che vedere con colei che adesso emerge da quella corrispondenza “svelata”, una creatura di passione, libera, dotata di un senso dell’umorismo e una mente così fuori dal comune da risultare imbarazzanti per chi le sta intorno. Specie se maschi. Un vecchio amico di famiglia svela a Emily che una volta suo padre gli aveva chiesto, nel caso fosse morto, di prendersi cura di quella sua figlia che non si sarebbe mai maritata. E non perché fosse brutta o nevrotica, ma perché troppo intelligente. Condanna inesorabile per una donna, visto che nessun uomo mai sposerebbe una donna più brillante di lui.

Molly Shannon (Emily) a sinistra, e Susan Ziegler (Susie) in una scena del film

Come nessun editore del tempo aveva voglia di pubblicare quelle sue poesie, oltre duemila, scritte fuori da ogni convenzione, senza rime, senza titoli, senza suggerire mai alcuna certezza. Così moderne, gioiose e dolorose. «Io so guardare il dolore/interi stagni di dolore» scrive lei, attratta da ogni abisso. Sedotta dalla morte forse perché da ragazza abitava vicino a un cimitero e il suo passatempo era affacciarsi alla finestra e guardare i funerali. Ma alla finestra Emily si affaccia anche per calare dentro un cestino il pane al ginger preparato apposta per un gruppetto di bambini che aspettano impazienti. E mentre impasta burro e farina, da un lato sbircia la ricetta e dall’altro traccia sul retro del foglio alcuni versi.
Liberata dal conformismo e dai luoghi comuni, la Emily che affiora dal film di Olnek è una figura inattesa e rivoluzionaria, innamorata, irriverente, pronta a tener testa a un mondo patriarcale e opprimente. Una donna in carne, ossa e tanto spirito a cui presta il volto sensibile l’attrice Molly Shannon, mentre a interpretare l’amata Susie è Susan Ziegler. Amica e amante invocata e protagonista di quelle Notti selvagge. Che così continuano: “Fossi io con te sarebbero notti selvagge nostra voluttà… Via la bussola, via le carte!… Ah il mare! Potessi stanotte buttare l’ancora in te!”.

Immagine di apertura: una scena del film Wild Nights con le due interpreti, Molly Shannon (Emily) e Susan Ziegler (Susie)

Nata a Venezia, giornalista professionista di lunga militanza in Cultura e Spettacoli del "Corriere della Sera" con cui tutt'ora collabora. Specialista di musica e di cinema, ha seguito per circa 30 anni i principali festival europei, da Cannes a Venezia a Berlino. Per la casa editrice Guanda ha scritto in coppia con Dario Fo quattro libri, "Il mondo secondo Fo", "Il Paese dei misteri buffi", "Un clown vi seppellirà", "Dario e Dio". E da sola, sempre per Guanda, è autrice de "Nel giardino della musica. Claudio Abbado: la vita, l'arte, l'impegno" e "Ho visto un Fo".

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