Milano 26 Febbraio 2022

Settimo, ruba un po’ meglio. Strizzando l’occhio al titolo di una commedia di Dario Fo, a cui questa storia sarebbe piaciuta moltissimo, ecco a voi un film che rievoca uno dei furti d’arte più incredibili del secolo scorso. Quello di un quadro di Goya, che immortala in rossa uniforme di gala Arthur Wellesley, duca di Wellington, la cui sparizione, il 21 agosto 1961, dalle sacre e fino allora inviolate mura della National Gallery di Londra, suscitò uno scalpore mediatico pari solo al leggendario “colpo” della Gioconda al Louvre.

Jim Broadbent e Helen Mirren sono Kempton Bunton e sua moglie Dorothy ne “Il ritratto del Duca”. Al centro il ritratto del duca di Wellington di Francisco Goya (1814) rubato dalla National Gallery nel 1961

A far rivivere quella storia vera che per quattro anni tenne l’Inghilterra con il fiato sospeso e si chiuse con un finale degno di una pièce satirica, è Il ritratto del Duca, dal 3 marzo nelle sale distribuito da Bim, ultimo titolo di Roger Michell (già regista di Notting Hill), scomparso lo scorso settembre poco dopo la presentazione di The Duke alla Mostra del Cinema di Venezia. Protagonisti, una coppia d’attori straordinari: Jim Broadbent (prediletto da Terry Gilliam, Mike Leigh, Woody Allen, Spielberg, ma anche celebre per il ruolo di Horace Lumacorno di Harry Potter) e Helen Mirren, impareggiabile Queen dello schermo British.
Nei panni trasandati di Kempton Bunton, l’autista d’autobus in pensione autore del clamoroso furto, Broadbent tratteggia con empatica ironia la figura di un Robin Hood della terza età, commediografo fallito, attivista per il diritto alla “free tv” per gli anziani disagiati, che come lui non possono pagare il canone. Una battaglia in solitaria per un video domestico che, sostiene quel Don Chisciotte dell’antenna, «è la cura moderna alla solitudine».

Helen Mirren, bravissima interprete di Dorothy, la moglie infelice di Kempton, provata dalla miseria e dalla scomparsa della figlia

Con caparbio idealismo, Kempton ci prova in ogni modo: rimuove il sintonizzatore per escludere la ricezione della BBC sperando così di sventare la tassa, raccoglie firme, convoca la stampa locale. Tutto vano. Come vani sono i tentativi di riportarlo alla ragione della moglie Dorothy, a cui Mirren presta un volto segnato da un vita poco generosa, costretta a sgobbare come addetta alle pulizie, devastata dalla perdita della figlia, morta in un incidente di bicicletta.
Ma poi, a dare a Kempton l’idea fatale, è proprio la tv, il telegiornale mostra quel dipinto di Goya appena acquistato dallo stato per 140mila sterline (oggi l’equivalente di tre milioni di sterline) e da pochi giorni esposto alla National Gallery. Un quadro di modeste dimensioni ma dal valore enorme. La mente creativa dell’uomo si mette in moto, elabora il piano perfetto: si mescolerà alla folla dei visitatori, bloccherà la finestra di un bagno che dà sul cortile, familiarizzerà con i custodi, scoprirà i meccanismi dell’allarme. Una scala appoggiata al muro, una notte al museo, e se la fila via indisturbato, il quadro sottobraccio.

Kempton Bunton (Jm Broadbrent) finisce sotto processo dopo aver confessato il furto del quadro

Il giorno dopo la notizia del furto campeggia su tutti i giornali. Scotland Yard segue la pista dei ladri d’arte, della mafia, e soprattutto degli “italiani”, visto che italiano era chi nel 1911 aveva trafugato la Gioconda dal Louvre. L’anziano pensionato di Newcastle ovviamente è l’ultimo dei sospettati. Per quattro anni la preziosa tavola resterà impacchettata nel fondo di un armadio di casa. Le sue richieste di riscatto da devolvere in beneficenza per i pensionati non vengono mai prese sul serio. Nemmeno il Duca rapito riesce a fargli vincere la battaglia del canone. Così, persa la partita, il quadro verrà riconsegnato, Bunton confesserà spontaneamente il suo “crimine”, finirà sotto processo. A prendere le sue difese, l’avvocato Jeremy Hutchinson, celebre per aver fatto scagionare un libro rovente, L’amante di Lady Chatterly, dall’accusa di oscenità.

L’attore canadese Joseph Wiseman nei panni del Dr No, l’eccentrico scienziato che vuole uccidere Bond in “007-Licenza di uccidere”

Come andrà a finire lo lasciamo a chi vedrà il film. Che, con un tocco di impagabile ironia, ammicca allo scalpore della vicenda mostrando una scena del primo James Bond, Agente 007 – Licenza di uccidere, dove Sean Connery, approdato nella principesca magione sottomarina del famigerato Dr. No, vede in bella mostra su un cavalletto proprio il ritratto del Duca. Quel quadro che, quando il film uscì, anno 1962, tutta la Gran Bretagna si chiedeva dove fosse finito. «Eccolo, dunque» mormora sorpreso, ma non troppo, il bravo James. Frase che nelle sale inglesi scatenava la risata. Perché Bond e solo Bond poteva scovare quel tesoro nascosto. Ma forse nemmeno lui mai avrebbe immaginato che il vero nascondiglio fosse l’armadio di un autista in pensione.

Immagine di apertura: Jim Broadbent (Kempton Bunton) e Helen Mirren (Dorothy) ne Il ritratto del Duca

Nata a Venezia, giornalista professionista di lunga militanza in Cultura e Spettacoli del "Corriere della Sera" con cui tutt'ora collabora. Specialista di musica e di cinema, ha seguito per circa 30 anni i principali festival europei, da Cannes a Venezia a Berlino. Per la casa editrice Guanda ha scritto in coppia con Dario Fo quattro libri, "Il mondo secondo Fo", "Il Paese dei misteri buffi", "Un clown vi seppellirà", "Dario e Dio". E da sola, sempre per Guanda, è autrice de "Nel giardino della musica. Claudio Abbado: la vita, l'arte, l'impegno" e "Ho visto un Fo".

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