Milano 27 Gennaio 2026
Senza preamboli, Sentimental Value è un film che non dovete perdere. Non tanto per le nove candidature agli Oscar o il Grand Prix della giuria a Cannes, ma perché un film di tale tensione emotiva e struttura narrativa sofisticata di questi tempi spunta assai raramente. E quindi va visto, e magari rivisto, per apprezzarne le molte sottigliezze: la finezza della sceneggiatura, la maestria degli interpreti e delle riprese, il saper trasformare una storia privata in un grande omaggio all’arte del cinema e del teatro.

Perché i protagonisti di questo film di Joachim Trier (suo titolo precedente La peggiore persona del mondo) distribuito da Teodora film, sono tutti legati da tormentati intrecci familiari e dal far parte a qualche titolo del complesso mondo dello spettacolo. A cominciare dal padre, Gustav Borg, regista famoso, genitore assente quanto ingombrante, manipolatore, egocentrico, carismatico. Ad interpretarlo un memorabile Stellan Skarsgård, volto versatile dello schermo, da Pirati dei Caraibi a Mamma mia!, da Angeli e demoni a Nymphomaniac e Dune. Dopo aver divorziato dalla moglie psicoanalista, Gustav è tornato nella nativa Svezia, troppo occupato dal cinema e da se stesso per ricordarsi delle due figlie. Nora, la maggiore (la luminosa e intensa Renate Reinsve), segue il destino ibseniano del suo nome e diventa attrice. Mentre l’altra, Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), sceglie la carriera di storica. Quando per il funerale della madre il padre rientra a sorpresa, l’accoglienza delle ragazze non è tra le più calorose.

Tanto più che Nora si rende conto che quel ritorno non è per ragioni di affetto ma perché Gustav, dopo anni di assenza dallo schermo, vuol tornare alla grande con un copione spudoratamente autobiografico, scritto su misura per Nora e che Nora, nelle sue intenzioni, dovrebbe interpretare. Ma il no della figlia è categorico. Lei non ha nessuna intenzione di collaborare con qualcuno con cui non c’è nessuna vera comunicazione. L’incontro fortuito con Rachel Kemp (l’eterea Elle Fanning), star americana di serie di successo, calamita di finanziamenti produttivi, lo convince a passare a lei il ruolo. Che è così privato e doloroso, ispirato alla madre di Gustav arrestata dai nazisti, torturata e infine suicida, da indurre in breve Rachel a gettare la spugna. Come andrà avanti la storia e l’elaborazione di così tanti dolori e conflitti del regista patriarca i cui tratti citano con tutta evidenza quelli di Ingmar Bergman, lo lasciamo scoprire a chi vedrà il film. Che oltre ai personaggi già indicati ne ha un altro, non citato nel cast, senza nome, ma fondamentale nella vita di tutti. La casa di famiglia.

Una graziosa villetta di legno che pare uscita da un acquerello di Carl Larsson, casa di bambola di apparente felicità, che si svela per ogni generazione contenitore di sofferenze occulte e occultate. Nel tema in cui la maestra chiede agli scolari di raccontare la loro abitazione, Nora bambina la descrive con sensibilità premonitrice come «una casa dal ventre che trema, con le pareti che soffrono il solletico e un difetto di costruzione presagio di un prossimo sprofondamento».
Rigorosa e spietata, l’indagine sentimentale di Trier, regista norvegese innamorato del cinema quanto del teatro, i cui riferimenti vanno da Tarkowskij a Cechov, da Ibsen a Woody Allen, non è però esente da tocchi di ironia. Come quando il grande Gustav porta come dono di compleanno al nipotino di otto anni, figlio di Agnes, alcuni dvd, tra cui quello de La pianista di Haneke, assicurandogli che da quel film imparerà molto sulle donne e sul rapporto con la madre. «Peccato che qui non abbiamo lettori dvd» gli ribatte la figlia, spalancando la voragine temporale che li separa.
A riunire tutti alla fine sarà l’arte. Più efficace della psicoanalisi, più necessaria della vita. Con cui così spesso si fonde e si confonde, scompigliando le carte anche a noi spettatori. Che, come accade quando al cinema o a teatro siano davanti a una vicenda che molto ci coinvolge, ci perdiamo nella terra di mezzo tra realtà e finzione. Nel film di Trier succede spesso. Complice la splendida ambiguità della fotografia di Kasper Tuxen, il nostro sguardo viene ingannato da trompe l’oeil emotivi capaci di innescare un illusorio gioco di specchi. Dove il potere catartico dell’arte si appropria delle vite degli altri e le trasforma nelle vite di tutti noi.
Immagine di apertura: Nora (Renate Reinsve) e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), le figlie del famoso regista, in una scena di Sentimental Value. Entrambe le attrici sono candidate all’Oscar




