Milano 25 Maggio 2021
Si chiamava Grazia. Era Grazia di nome e di fatto. «Capelli biondi e occhi azzurri, sembrava la fatina dei suoi sogni da bambino». Tra lui e lei c’erano ostacoli insormontabili, siamo alla fine anni Quaranta: la differenza di età, 25 anni; la religione (lei cattolica, lui ebreo), lo stato civile (lui separato dalla prima moglie e amante di Wanda, zia di Grazia). «Eppure lui raccontava di aver paura di perderla, di sentirsi come un adolescente. Avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di conquistare la ragazza dei suoi sogni. Alla fine la spuntò. Fece annullare il suo precedente matrimonio a San Marino e chiese anche di farsi battezzare con rito cattolico».

Poco tempo prima aveva telefonato a Wanda: «Sposiamoci domani!». Lei aveva esitato: «Ma Adriano non ho nulla da mettermi». «Per tutta risposta lui aveva messo giù la cornetta e si era sposato con Grazia, la nipote. Sembra l’intreccio del terzo atto di un melodramma. Adriano e Grazia convolarono a nozze nella chiesa di Santa Prisca, a Roma, nel gennaio 1950». Dieci anni e un mese dopo, lui aveva scoperto di aver sedotto la baby sitter di sua figlia: una svizzera di nome Heidi, proprio come la protagonista del romanzo di Johanna Spyri, quella bambina cui sorridono i monti e le caprette fanno ciao. «All’inizio del febbraio del 1960 la giovane doveva aver appena scoperto di essere incinta. Adriano partì in treno da Milano quel sabato pomeriggio e aveva in programma di raggiungere Gstaad, dove Heidi faceva la bambinaia. Per due anni le aveva scritto che l’avrebbe sposata…Heidi rimase sveglia fino a tardi, ad aspettare un innamorato che non sarebbe arrivato mai. Alla fine, preoccupata, telefonò a Grazia. “Adriano non è arrivato!” le disse. L’altra ruggì nella cornetta “E’ morto!” Era il 27 febbraio 1960. Era furente. Una scena degna di una tragedia greca». Quella scena segnò l’inizio della fine di un’eccellenza in Italia e nel mondo: l’Olivetti di Ivrea.

Su quel treno, in fondo a un vagone di seconda classe, poco prima della stazione di Aigle, nel cantone di Vaud, non si fermò solo il cuore di Adriano Olivetti (era lui il grande amatore). Cominciò a perdere colpi anche l’azienda italiana all’avanguardia nel campo dell’ingegneria elettronica osteggiata dagli Stati Uniti, soprattutto quando si scoprì che la società eporediese aveva intenzione di sbarcare in Urss e in Cina. E cominciarono i sospetti sulle cause del declino della Olivetti e del decesso di Adriano a 59 anni.
Dubbi e ombre divenuti più fitti e corposi l’anno dopo, il 9 novembre 1961. Quel giorno un ingegnere di 37 anni, l’italocinese Mario Tchou, si schiantò contro un Leoncino, a bordo della Buick, durante un sorpasso su un cavalcavia della Milano-Torino che conduceva al casello di Santhià. Mario Tchou era il genio talentuoso che aveva portato l’Olivetti a far concorrenza ai colossi americani dell’elettronica sviluppando il primo modello di desktop computer: il Programma 101, adottato persino dalla NASA.

Su queste ombre ha cercato di far luce Meryle Secrest, una biografa nata nel 1930 a Bath (UK), ma residente a Washington con il recente Il caso Olivetti – la Ibm, la Cia, la Guerra Fredda e la misteriosa fine del primo personal computer della storia (Rizzoli). Un titolo sensazionalistico, da accostamenti suggestionanti. E in effetti il libro attrae come un giallo appassionante. L’autrice dimostra talento per la narrazione, capacità di sintesi e di ricerca storica: ha citato ben 90 libri, intervistato membri della famiglia, collaboratori del livello di Franco Ferrarotti, Nerio Nesi, storici, testimoni. Ha ricostruito l’ambito familiare ricorrendo a Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg, la cui sorella, Paola, fu la prima moglie di Adriano. Soprattutto ricostruisce la storia di questa eccellenza italiana, creata da Camillo Olivetti e portata avanti da quell’”affascinante utopista” di Adriano, come lo definì Allen Welsh Dulles, della Cia, per la quale lo stesso Adriano aveva “lavorato” con il numero in codice 660.
Successi, sviluppo, contrasti interni, tragedie, matrimoni falliti, fuga dai tedeschi, adesione al fascismo e alla lotta partigiana, attenzione per i dipendenti, cura del design… tutto scorre come un film ricco di colpi di scena che si sviluppa sullo sfondo della nostra storia patria dai primi del Novecento.

Una carrellata di fatti e misfatti politici, sociali ed economici. Il libro della Secrets – ad esempio – ricorda come l’IBM abbia collaborato con i nazisti e allo sterminio ebraico. Le famose schede perforate meccanografiche appena concepite da IBM sono servite per identificare e schedare le persone di ascendenza ebraica e per pianificare le deportazioni. Gli americani sapevano, ma non vedevano. Il fondatore della International Business Machines, «Thomas J. Watson – scrive la Secrest – si era recato in Germania e aveva aumentato di un milione di dollari l’investimento dell’IBM nella controllata. Grazie al sistema messo a punto, i nazisti avevano affinato il censimento dei tedeschi di origini ebraiche, passando da una stima che oscillava tra le 200mila e le 600mila persone a 2 milioni di individui».
Avvincente, Il Caso Olivetti, nonostante diversi scivoloni. Due volte importanti testimoni vengono chiamati in un modo e due righe dopo in un altro; il settimanale The Economist viene definito “un quotidiano” ; un amico di Adriano, Renzo Zorzi, viene confuso con il pilota Renato; e Gargnano, sede della Repubblica Sociale di Salò, con il….. Gargano..!
La delusione più grande però è un’altra. Il libro non mantiene ciò che lascia intuire.

Dopo 11 capitoli, solo negli ultimi due si entra nel cuore del plot: Adriano Olivetti (che non venne sottoposto ad autopsia), e Mario Tchou sono stati uccisi? E da chi? La scrittrice ammette che indagando «è diventata sempre più consapevole della natura del giallo che le si dispiegava davanti». E la realtà era quella di Adriano e la sua Olivetti nel mezzo della Guerra Fredda. Adriano, il capitalista «che provava orrore sugli effetti deleteri del capitalismo, che non accettava che poche persone accumulassero più soldi di quanto potessero loro servire sfruttando i poveri», era una minaccia. La sua azienda, che aveva realizzato prima della IBM il passaggio dalle valvole al transistor, andava fermata con ogni mezzo. Sicuramente si misero di mezzo – si legge – Valletta (Fiat), Cuccia (Mediobanca), la politica mascherata da pressioni finanziarie.
Tanti indizi, tante convinzioni personali («Adriano e Tchou sono stati assassinati») di parenti ed ex collaboratori, ma nessuna prova.

Gli interrogativi restano senza risposta. Anzi, un saggio uscito nel 2015 accresce la confusione. Il gigante trasparente (Edizioni Comunità), di Giancarlo Liviano D’Arcangelo, rivela, infatti, un documento desecretato dal quale si evince che negli anni Cinquanta l’agente della CIA Chief si stabilì a Ivrea per spiare, analizzando opportunità e pericoli per la potenza statunitense. Chief, però, ammirò anche il modello di sviluppo «che sognava, praticandola, un’industria al servizio della comunità e non una comunità al servizio dell’industria. E arrivò a suggerire che «in fondo potrebbe essere interesse degli Stati Uniti appoggiare Olivetti».
E allora?
Il giallo continua.
Immagine di apertura: Adriano Olivetti davanti alla sua fabbrica (fonte: Fondazione Adriano Olivetti)




