Milano 27 Febbraio 2025
È l’opera più nota, riprodotta, perfino abusata della storia dell’arte. Tutti la conoscono, anche prima di averla vista. In lei Marcel Duchamp ha visto se stesso e le ha messo i baffi.

Andy Warhol l’ha riprodotta in decine di fototessere, Botero l’ha resa più cicciona, Basquiat l’ha graffiata. L’Associazione nazionale dei tumori l’ha riprodotta senza capelli, caduti per la chemioterapia, moltiplicando la bellezza del suo volto. Nove milioni di visitatori all’anno, 30mila al giorno, schiacciati nuca contro naso, per dire «Io l’ho vista», ma forse senza riuscire a “guardarla” davvero. Olio su tavola, occhieggia dai suoi 77×53 centimetri di enigmatico splendore, da oltre 500 anni. Proprio dalla Gioconda è partita, in Francia, qualche settimana fa, una rivoluzione culturale: il “nuovo Rinascimento”. Anzi, la Nouvelle Renaissance, come dice Macron, che ne ha fatto un trampolino di rilancio. Avrà una nuova casa, “madame” Monna Lisa, lascerà la Salle des Etats per una stanza più isolata, con un ingresso autonomo cui si potrà accedere acquistando un biglietto ad hoc.

Spazi più ampi, dilatati. Gli altri puntano alla quantità dei visitatori? Il Louvre alla qualità della visita. Basta con gli ingorghi nella sala della Gioconda, che rendono l’esperienza deludente, perché il quadro è troppo distante, posto in un vetro blindato a tre metri dal visitatore. Cambia filosofia, il Louvre. Oltre allo spazio particolare per la Gioconda, ricavato nei sotterranei sotto alla Cour Carrée, sarà realizzato un nuovo grande ingresso aperto sulla facciata sotto il colonnato di Perraud, verso il Pont Neuf, in aggiunta alla piramide di cristallo voluta negli anni Ottanta da Mitterrand.

Obiettivo: ospitare 12 milioni di visitatori all’anno entro il 2031. Ma farlo con gli spazi giusti, per avere un’accoglienza slow, rinunciando all’idea del “museo di massa”. Costo stimato dell’operazione: tra 700 e 800 milioni di euro spalmanti in 10 anni. Ne vale la pena? forse sì, visto che l’80 per cento dei visitatori va al Louvre solo per lei, anche senza sapere nulla della sua storia. Ma chi era Monna Lisa? Secondo Giorgio Vasari, il primo storico dell’arte dell’era moderna, l’incarico del ritratto arriva a Leonardo nel 1503 da Francesco del Giocondo, un ricco commerciante di seta che, rimasto vedovo due volte, si è risposato con Lisa Gherardini quando lei aveva 15 anni, 14 meno del marito. Leonardo esegue il ritratto, lo ritocca, l’aggiusta, ma non è soddisfatto. Tanto che non consegnerà mai il quadro. Scrive il Vasari: «E quattro anni penatovi, lo lasciò imperfetto». L’opera diventa un’ossessione. Fino alla morte.
Ma l’identità non è certa. Secondo il critico Costantino D’Orazio, «oggi sono almeno una decina le identità attribuite a questa dama, tutte più o meno plausibili». A partire dalla donna più potente del Rinascimento, Isabella d’Este (1474-1539), moglie del marchese Francesco II Gonzaga di Mantova, la mecenate che trattava alla pari Ariosto e Castiglione e implorò Leonardo di eseguirle un ritratto; lui la disegnò con il doppio mento, usando gesso nero, sanguigna e pastello giallo (opera oggi al Louvre).

Ci sono lettere in cui la gran dama ne chiede all’artista un altro, questa volta “colorato”. Ma qualcosa non torna: Isabella era bionda e la Gioconda è castana. Altre ipotesi: Bianca Giovanna Sforza, primogenita di Ludovico il Moro; la madre stessa di Leonardo, Caterina; e, soprattutto, Pacifica Brandani, amante del duca Giuliano de’ Medici, uno dei tre figli di Lorenzo il Magnifico, quello più brillante e scapestrato. A Urbino, nel Palazzo Ducale, Giuliano tra una festa e l’altra, perde la testa per la bellissima Pacifica, da cui avrà un figlio illegittimo, Ippolito. Lei muore di parto, ma lui non abbandonerà mai il bambino. Ed è Giuliano a commissionare a Leonardo, per il piccolo Ippolito, un ritratto della madre morta. E sarebbe proprio Pacifica, la Gioconda di Leonardo. Alcune analisi ai raggi X hanno poi mostrato che ci sono almeno tre versioni sotto quella attuale. Del resto, come scrive Vittorio Sgarbi, «la vita vera di Monna Lisa è il suo ritratto, non quello che resta di lei, le sue ossa, che, non di rado, qualcuno va ricercando. È questa la potenza dell’arte e la potenza di Leonardo: darci un’immagine viva, umanissima».

Ma perché mai la Gioconda si trova a Parigi? Leonardo, negli ultimi anni di vita – morirà il 2 maggio 1519 – , decide di lasciare Roma per trasferirsi in Francia: d’altra parte, in Vaticano, papa Leone X lo giudica inaffidabile, perché non gli ha mai consegnato un ritratto che gli aveva commissionato. Così, a 64 anni, Leonardo accetta l’invito di Francesco I, Re di Francia, e si trasferisce ad Amboise, nella valle della Loira, dove ottiene un ricco stipendio e una villa di 16 stanze. In cambio Leonardo crea costumi, maschere, scenografie strabilianti per le feste del sovrano. Con lui ci sono i due allievi più cari ma anche quattro quadri, tra cui la Gioconda. Nel 1518 i quadri vengono venduti a Francesco I, a peso d’oro: Monna Lisa viene pagata dal Re 12mila ducati d’oro. Una cifrona. Quindi, il capolavoro di Leonardo non è stato rubato all’Italia, ma venduto.
Inizia così la vita francese della Gioconda: nel 1540 l’opera viene collocata nel castello di Fontainebleau, alle porte di Parigi. Tra il 1682 e il 1695 è spostata nella Reggia di Versailles, dove Luigi XIV, il Re Sole, aveva trasferito la sua corte. Lì rimane, fino al 1760, quando il Marchese di Marigny, il conservatore della collezione reale, la porta nel proprio ufficio, appesa dietro la scrivania per vent’anni. Poi soffia la Rivoluzione che spazza via le Collezioni reali: la Gioconda viene trasferita al Louvre, assieme ad altre opere. Di lei si innamora uno che di bellezza se ne intendeva: Napoleone, che se la porta in camera da letto, al palazzo delle Tuileries. E quando lui, nel 1804, diventa imperatore, Monna Lisa fa ritorno da sovrana al Louvre. Finalmente ammirata da tutti.

Basta questo per giustificarne fama? Forse. Ma c’è un tassello in più. All’alba di lunedì 21 agosto 1911, giorno di chiusura del museo, la Gioconda sparisce nel nulla. È stata rubata. I giornali cominciano a parlare di “furto del secolo”. Fiumi di persone vanno al Louvre per vedere lo spazio vuoto dove il quadro era appeso. Intanto, i mesi passano e le indagini non decollano. Il 7 settembre 1911 viene portato in prigione il poeta Guillaime Apollinaire. Una falsa pista, una calunnia messa in atto per ripicca dalla sua amante. Perfino Pablo Picasso è interrogato e poi rilasciato. Ma due anni dopo, alla fine del 1913, il colpo di scena: a Firenze viene arrestato un certo Vincenzo Peruggia, “tuttofare” che ha lavorato al Louvre per alcuni anni. Al processo, l’imputato racconta di essere entrato come se niente fosse al museo assieme agli operai, alle 7 del mattino, di aver puntato subito al Salon Carrè, dov’era esposta la Gioconda; di averla staccata dalla parete e di aver tolto la cornice, lasciandola a terra. Nascosto il quadro sotto la tuta da lavoro, lentamente si era diretto verso la porta di servizio, svitandone la maniglia, senza riuscire ad uscire, finché non era arrivato un altro operaio che, ignaro, aveva aperto con la sua chiave. Arrivato a casa, aveva nascosto il quadro in un ripostiglio adibito a legnaia, senza alcuna protezione. Perché questo furto? Per restituire l’opera all’Italia, convinto che fosse stata rubata da Napoleone. Ma Peruggia fa un passo falso: scrive una lettera all’antiquario Alfredo Geri di Firenze, firmandosi “Leonard V.”, per proporre l’opera agli Uffizi. È il 24 novembre 1913. Il fiuto di Geri fa il resto: l’antiquario avverte Giovanni Poggi, direttore degli Uffizi.

Assieme vanno a incontrare Peruggia all’hotel Tripoli (che da allora si chiama Gioconda). E quando “Leonard V.” estrae il quadro, i due capiscono subito che è autentico. Poggi propone di portare l’opera agli Uffizi per una verifica più accurata: è una trappola, ma il ladro si fida. Il pomeriggio del 12 dicembre 1913, Peruggia viene arrestato. Sarà processato e condannato a un anno e 15 giorni di reclusione, poi ridotti a 7 mesi. Monna Lisa rimane in Italia per poco: dopo un tour trionfale a Firenze e a Roma, viene restituita ai francesi. Da allora non è più tornata in Italia. Ha subito spaventosi oltraggi, ma è sopravvissuta: nel 1956 un turista la colpì con una pietra; nel 1974, durante un viaggio a Tokyo, una donna le lanciò della vernice rossa; al Louvre, nel 2009, una russa le scagliò addosso una tazza. Ma lei, Monna Lisa, è sempre rimasta impassibile, con il suo ambiguo sorriso, «un ghigno tanto piacevole – scrive il Vasari – che era cosa più divina che umana a vederlo».
Immagine di apertura: elaborazione fotografica di Gregory Rose




