Pavia 27 Luglio 2025
Sapevamo tutto sulle piante. O almeno fino a qualche giorno fa la pensavamo così. Invece….. Uno studio appena pubblicato su Nature Ecology and Evolution, al quale ha contribuito il CNR-Isafom (Istituto per i Sistemi Agricoli e Forestali del Mediterraneo), ha messo in luce di quanto possa variare l’efficienza con cui le piante trasformano il carbonio atmosferico in biomassa.

Un team internazionale, di cui fa parte anche Alessio Collalti, primo ricercatore del CNR-Isafom, ha utilizzato dati globali provenienti dalle cosiddette “torri di flusso”, strumenti che monitorano lo scambio di carbonio tra il terreno e l’atmosfera, per creare la più grande raccolta di dati esistenti sull’efficienza d’uso del carbonio (CUE, Carbon Use Efficiency) da parte della vegetazione. «Gli organismi vegetali controllano due imponenti flussi di carbonio – ci spiega Collalti, Responsabile della sede di Perugia del CNR-Isafom e del Laboratorio di Modellistica forestale -. Il primo, la fotosintesi che sottrae anidride carbonica, il secondo la respirazione che la restituisce all’atmosfera. La CUE è il rapporto tra la quantità di carbonio che viene assorbita e quella che non viene riemessa nell’atmosfera perché trattenuta sotto forma di carbonio organico, ossia biomassa, zuccheri e altre molecole stabili».
Lo studio ha prodotto oltre 2.700 stime di CUE su scala mondiale, cioè a dire un numero dieci volte superiore rispetto ai dati disponibili fino ad oggi, colmando una lacuna storica e sta già portando i suoi frutti. La ricerca offre veramente una nuova prospettiva per identificare il ruolo cruciale che assume oggi – e nel prossimo futuro – il mondo vegetale nei confronti della lotta al cambiamento climatico, spostando, in maniera sbalorditiva e inaspettata, l’attenzione sul dato di fatto che più efficacemente le piante usano o trattengono il carbonio, più riescono a sottrarre anidride carbonica dall’atmosfera e a ridurne l’impatto negativo.

«Per decenni abbiamo studiato quanto carbonio assorbono le piante mediante la fotosintesi – aggiunge il ricercatore perugino – ma con questo studio spostiamo l’attenzione su quanto riescano a trattenerlo». Inoltre lo studio ha appurato definitivamente che l’efficienza di utilizzo del carbonio non è costante, ma varia in maniera significativa tra le differenti regioni del mondo a secondo della presenza di forme diverse di vegetazione. La quercia ad esempio, pianta a foglie cadùche, risulta più efficiente del pino, che possiede foglie aghiformi, persistenti nel tempo e sempreverdi.

Le foreste decidue, in generale, mostrano una efficienza più elevata rispetto alle foreste sempreverdi, mentre praterie e colture agricole risultano generalmente più efficienti delle foreste. Gli ecosistemi di savana dominati da graminacee, invece, presentano alcuni dei valori di CUE più bassi osservati. Sebbene il clima, in particolare la temperatura, influenzi la CUE, lo studio ha rilevato una forte dipendenza dal tipo di vegetazione. «Così – conclude Collalti – inaspettatamente sono state riscontrate più efficienti le praterie e ancor di più le torbiere, oppure i luoghi dove si applica la silvicoltura (conservazione dell’ambiente attraverso attività di semina, manutenzione e sfruttamento delle colture forestali, ndr) perché le piante più giovani risultano anche le più efficienti».
Comunque sembra ormai assodato che gli ecosistemi danneggiati dall’uomo e dai cambiamenti climatici andrebbero “ripristinati” come recita una norma, la Nature Restoration Law, approvata l’anno scorso dal Parlamento Europeo che prevede, entro il 2030, l’obbligo di restaurare almeno il 20 per cento degli habitat terrestri e marini danneggiati, arrivando al 90 per cento nel 2050.

«Anche la natura si può e si deve restaurare – afferma Silvia Paola Assini, docente di Botanica all’Università di Pavia, presso il Dipartimento di Scienze della terra e dell’ambiente nonché Direttrice dell’Orto botanico dell’Università – . Lo studio al quale ha collaborato anche il CNR mi è sembrato molto interessante e anche se non mi occupo in modo specifico di assorbimento e di stoccaggio dell’anidride carbonica. In particolare se fino a poco tempo fa si è spinto su forestazione, riforestazione e messa a dimora di alberi come azioni di mitigazione del cambiamento climatico è arrivato il momento di aggiungere altro».
Purtroppo l’uomo ha distrutto equilibri così sofisticati che ora ci tocca studiare rimedi ancora più sofisticati per riparare a questi disastri. Rimedi che costeranno sempre di più in termini di studio e lavoro, ma che, senza dubbio, daranno vita a nuove occupazioni green per i giovani nel prossimo futuro.

«Per me è un risultato importantissimo – continua Silvia Paola Assini – perché mi permette di sostenere la necessità di conservare e di restaurare non solo gli ecosistemi forestali ma anche di altro tipo». A fine aprile di quest’anno ha concluso il progetto Life Drylands (www.lifedrylands.eu) di cui è stata la responsabile, finalizzato a restaurare praterie e brughiere aride della pianura padana occidentale (per intenderci i territori di Piemonte e Lombardia tra Sesia, Po, Ticino e Tanaro).
Lo studio di cui Collalti è autore è inoltre molto interessante in quanto, sottolineando la maggior efficienza delle foreste di caducifoglie rispetto a quelle di conifere, permette di riconoscere la maggior urgenza di ripristinare i boschi della pianura (querce, ontani, pioppi, salici, olmi, frassini) rispetto a quelli alpini.
«Questa funzione di cattura del carbonio – conclude la studiosa pavese – non dovrà essere nel futuro l’unica da considerare per gestire le foreste. Per mitigare il cambiamento climatico le funzioni da attivare non sono affatto semplici. Ma per prima cosa sarà necessario arrestare la perdita di biodiversità e capire che ogni ecosistema è connesso con tutto il resto».
Immagine di apertura: una quercia secolare (fonte: il giardinaggio.it)




