Milano 27 Febbraio 2026
A volerla visualizzare la prima immagine che viene in mente è la Grande Onda di Kanagawa. La celebre opera di Hokusai la cui cresta spumosa e ineluttabile minaccia di spazzar via tutto quel che trova, fa pensare all’altra grande onda, stavolta del cinema, la così detta Nouvelle Vague. Accadde a Parigi, fine anni Cinquanta, quando un manipolo di giovani cineasti fece irruzione sullo schermo sovvertendo canoni estetici e morali e liberando lo sguardo da ogni vincolo precedente.

In prima linea tre ragazzi non ancora trentenni, François, Claude, Jean-Luc. Che di cognome facevano rispettivamente Truffaut, Chabrol, Godard. Tutti e tre usciti dalla fucina critica dei Cahiers du cinéma di André Bazin, paladini del neorealismo italiano e degli eretici di Hollywood, pronti a cambiare le regole del gioco con film audaci, in netta rottura con le convenzioni del loro tempo.
Lunga premessa ad uso di chi di quel periodo, quegli autori e quei film, poco o nulla conosce per ragioni generazionali. Per loro, e per tutti gli altri che quell’epoca leggendaria del cinema l’hanno vissuta e amata, arriva ora Nouvelle Vague di Richard Linklater, molto applaudito al festival di Cannes e dal 5 marzo nelle sale distribuito da Lucky Red in collaborazione con Bim.

Titolo in odore di cinefilia spinta, come in effetti è. Ma non solo. Perché quello del regista texano, già autore della trilogia Prima dell’alba, Prima del Tramonto, Prima di mezzanotte e del fluviale Boyhood, non è solo «una lettera d’amore a colui che mi ha spinto a fare cinema» o uno statement nostalgico verso un mondo che non c’è più. Riguardata con gli occhi di oggi quell’Onda Nuova risulta un monito a un cinema che da tempo pare aver perso ogni gioiosità ribelle, sempre più imbrigliato nelle regole di uno studio system pochissimo interessato alle nuove proposte, soffocato nelle spire della logica commerciale. Emblematico quindi il suo puntare l’obiettivo su quell’età dell’oro, e in particolare su colui che, a torto o a ragione, ne è considerato il nume tutelare, Jean-Luc Godard. «Se si dovesse definire la Nouvelle Vague in una parola, quella sarebbe Godard», aveva sentenziato Agnès Varda, unica regista donna di quel movimento.

E Godard sia. Il più antipatico dei tre, il più presuntuoso e bisbetico. Il più geniale, o forse no. Di certo il più radicale, il più provocatorio, il più abile a creare il mito di sé stesso.
Complici la sceneggiatura di Michèle Halberstadt, scrittrice e giornalista che Godard lo conosceva bene, e il suggestivo bianco e nero della fotografia di David Chambille capace di restituire la Parigi d’allora, Linklater si sofferma sul film manifesto di quel periodo, À bout de souffle, esordio dirompente di Godard, 23 giorni di riprese che cambiarono la storia del cinema. Un tournage a rotta di collo, iniziato un mese dopo l’uscita dei 400 colpi di Truffaut con relativo premio a Cannes e conseguente invidia di Godard che, forse per controllarne l’esito, era andato al Festival con i soldi rubati da un cassetto dei Cahiers.

Se l’amico rivale Truffaut (qui impersonato da Adrien Rouyard) aveva fatto centro al primo colpo, Jean Luc (Guillaume Marbeck molto somigliante all’originale) non voleva certo essere da meno. Con impareggiabile faccia tosta, Godard riesce a mettere a segno i passi necessari per far partire in tempo record il “suo” film: convincere un produttore amante del rischio, Georges de Beauregard, a finanziarlo, far passare una sceneggiatura approssimativa da imbastire lì per lì sul set a seconda dell’estro improvvisativo, mettere insieme la coppia di attori più inverosimile: un pugile prestato al cinema, Jean Paul Belmondo (Aubry Dullin lo ricorda molto nel sorriso gaglioffo), e Jean Seberg (Zoey Deutch), americana a Parigi, trasformata in un batter d’occhio in icona di stile, con frangetta, calzoni affusolati, ballerine. Se nonostante le follie di Godard e le vane proteste del produttore, Fino all’ultimo respiro, questo il titolo italiano, alla fine andrà in porto, molto merito va all’alchimia magica stabilita tra i due.

Il resto è scritto nel vento della libertà che, pungente e impetuoso, attraversa À bout de souffle. Che procede «veloce come un treno nella notte», per dirla con Truffaut, sui binari che per Godard sono i cardini del cinema: amore, morte, destino. Riletti secondo le nuove regole di Jean Luc: cinema verità 24 volte al secondo, seguire lo sguardo, fare tutto quello che non è permesso, dal montaggio sconnesso agli attori che si rivolgono direttamente al pubblico guardando dentro la macchina da presa.
Il film di Linklater ricostruisce con maniacale esattezza la Parigi di quegli anni, riporta in vita i suoi protagonisti e l’illusione della Nouvelle Vague ma, proprio per questo, non è un film Nouvelle Vague. È’ un film girato con gli occhi a forma di cuore, un atto d’amore verso un cinema che non c’è più, sfrontato, rivoluzionario, pieno di frasi folgoranti. Godard parla per sentenze, che vogliono dire tutto e niente, che risultano enigmatiche e per questo spesso vengono scambiate per profonde. Una per tutte: «Controlliamo i nostri pensieri che non significano nulla, ma non le nostre emozioni, che significano tutto».

Aforisma per aforisma gli rispondiamo con Truffaut, a nostro sommesso avviso il vero eroe della Nouvelle Vague. Il suo suggerimento a Godard su come fare cinema resta esemplare per chiunque pensi di inoltrarsi in quel mestiere: «Sii rapido come Rossellini, spiritoso come Sacha Guitry, musicale come Orson Welles, semplice come Marcel Pagnol, lacerato come Nicholas Rey, efficace come Hitchcock, profondo come Bergman e insolente come nessun altro».
Su quest’ultimo punto Godard è stato davvero imbattibile.
Immagine di apertura: l’attrice Zoey Deutch (Jean Seberg) con l’attore Guillaume Marbeck che interpreta Godard in una scena di Nouvelle Vague




