Milano 23 Febbraio 2021

Il monito di Massimo D’Azeglio «Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani» non valeva per a Vittorio Emanuele II. In tutti i campi il nostro primo Re ha sempre contribuito a “fare” gli italiani: una ventina, o giù di lì, tra figli legittimi, naturali e tanti altri rimasti sepolti nell’anonimato (solerti funzionari di corte “coprivano l’incidente” attingendo alle casse private sabaude).

La copertina del libro “Rosa, la bella del Re” di Gian Mario Ricciardi, pubblicato da Priuli & Verlucca

Nella tumultuosa vita intima del Savoia, sopportata con cristiana rassegnazione dalla moglie Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena, morta a 32 anni sfiancata dai parti – mai però le sono mancati i dovuti onori – un punto è sempre rimasto fermo: l’amore per la Bela Rosin, al secolo Rosa Vercellana (1833-1885), analfabeta, figlia di un Tamburo Maggiore, dal 1869 moglie morganatica (senza il passaggio dei titoli del marito) del Re Galantuomo ormai vedovo. Rito solo religioso (senza effetti civili). Regina senza corona. Un amore lungo trent’anni che si intreccia con l’epopea risorgimentale all’ ombra della figura pubblica di Vittorio Emanuele: le guerre d’Indipendenza, la proclamazione del Regno d’Italia, la capitale da Torino a Firenze, e infine a Roma. Ora il corso di questa vicenda si snoda con ricchezza di dettagli e scrupolo storico ma con una prosa gradevole, nel nuovo libro di Gian Mario Ricciardi Rosa, la bella del Re, pubblicato dell’editore torinese Priuli & Verlucca. Ricciardi, cuneese doc, cultore delle memorie della sua regione e scrittore (per lo stesso editore ricordiamo Santi sociali e laici del Piemonte) è stato caporedattore centrale di RAI Piemonte e adesso collabora con varie testate.

Una celebre foto della “Bela Rosin” con Vittorio Enanuele II. Dallo loro unione nacquero due figli, Vittoria e Emanuele, ai quali Rosa trasmise il titolo nobiliare che le aveva conferito il Re

Nemmeno per Rosina Vittorio Emanuele rinunciò alle abituali tresche con dame e ballerine (non esclusa la contessa di Castiglione), attrici e fantesche. Ma alla fine, tornava sempre tra le braccia della sua bela. «Unione cementata – spiega Ricciardi – da affinità di caratteri e abitudini… schiettezza dei modi…, soprattutto dall’assenza di complicazioni intellettuali..» Le loro rilassanti passeggiate nei boschi.
Pare proprio di vederla la Bela Rosin, in queste pagine ricche di testimonianze e di documenti salvati dal rogo “purificatore” acceso frettolosamente dagli eredi legittimi dopo la morte del padre-Re: «forme assai sviluppate, sguardi che rapivano, capelli neri, carnagione vivida, l’insieme del volto un incanto…». E poiché tale descrizione è ripresa dalle memorie di una rivale di letto, l’attrice Laura Bon, non c’è timore che pecchi in eccesso, benché oggigiorno la figura pienotta, il volto quadrato non sia forse l’ideale.
Capitolo dopo capitolo, si definisce pure una dignitosa statura morale: non si è fatta travolgere dagli eventi, è rimasta in disparte, lontana dalla Corte. Mai abusò, tranne che nei regali, della sua influenza su Vittorio Emanuele. Uno stile mantenuto anche dopo la nomina a Contessa di Mirafiori e Fontanafredda nel 1858 e le nozze morganatiche a San Rossore, vicino a Pisa, nel 1869, quando il Re in pericolo di vita per una polmonite, chiese al Papa che gli scontasse i peccati della lunga convivenza per potersi sposare. Le cure di un’istitutrice non le avevano elevato granché il livello culturale, ma questo a Vittorio Emanuele – tra loro parlavano in piemontese – non doveva troppo interessare. Cedeva talvolta al gusto di abiti e gioielli vistosi, kitch, ma si è rivelata una buona madre per i due figli con il cognome di comodo Guerrieri – di buon vicinato i rapporti di questi ultimi con i Savoia genuini -. Da vedova si è parata a lutto, rispettata della gente.

Rosa Vercellana, ormai Contessa di Mirafiori e Fontanafredda, nel 1870 a 37 anni

Il primo incontro fra i due, del tutto casuale, nella tenuta sabauda di Racconigi nel 1847 (vedi immagine di apertura): 27 anni lui, sposato con già un nugolo di figli, 14 lei. Un colpo di fulmine per l’allora Duca di Sardegna al rientro da una battuta di caccia (Diana e Venere le sue vere passioni).. Fu necessario comprare un “nido” appartato, a Moncalieri. Di nidi poi ne seguirono tanti in tutta la penisola, piccole regge donate alla donna senza badare a spese. Il padre, Carlo Alberto, tratteneva a stento lo sdegno per lo scandalo, la madre Maria Teresa, Asburgo pure lei, quando li scoprì insieme svenne e da allora fece celebrare un’infinità di messe per Santa Monica, la madre di Sant’Agostino che riuscì a riportare il figlio scapestrato sulla retta via.
La relazione clandestina, ma presto nota a tutti, incontrò l’ostilità dichiarata della Corte, che aspirava per il Re un nuovo “matrimonio dinastico”, come da secoli voleva la buona tradizione savoiarda. La Regina Vittoria d’Inghilterra propose invano una donna di sangue reale. Cavour che detestava la Rosina e puntava sulla figlia dello Zar, Maria, fece girare la voce di una relazione fra lei e un giovane gioielliere e il Re, su tutte le furie, mobilitò Urbano Rattazzi per smontare l’indiscrezione (che poi fosse una bufala Ricciardi non mette la mano sul fuoco).

La camera della “Bela Rosin” nella villa medicea di Poggio a Caiano (Prato) dove Rosa soggiornò a lungo. La stanza ha ancora gli arredi originali

Conoscendo le difficoltà economiche del sovrano che sperperava tanto per la Bela Rosin e le altre favorite, Cavour propose al governo di versare un maxi-assegno «per risolvere le temporanee questioni finanziarie di Vittorio Emanuele». Come contropartita, naturalmente, l’impegno del Re a rompere la relazione. Risposta: «Ringrazio lor signori per il pensiero veramente gentile…Mi tengo questo “buono” e anche la Rosina, che è una gran bella ragazza».
La notizia di nozze imminenti del sovrano con la principessa russa comparve anche sui giornali e il Re sfogandosi con il Ministro degli Esteri Villamarina, confidò che, disperata, «la signora che mi riguarda si vuole uccidere…se noi abbiamo colpa è solo quella di esserci amati alla follia». Ecco allora, a mettere tutto a tacere definitivamente, il decreto che fa contessa “la signora che mi riguarda” ( Cavour non lo firmò). In una lettera alla figlia Clotilde, sposa di Gerolamo Bonaparte, cugino di Napoleone III, il Re confida che alla sua amata «avevo dato la parola di non sposarne altra» rivelando lo scambio epistolare con il Papa perché «potessi ricevere i sacramenti».

Il mausoleo fatto erigere nei pressi del castello di Stupinigi dai figli di Rosa Vercellana (foto di Andrea Ferrero)

Vittorio Emanuele morì nel 1878 pieno di debiti e per le sue spoglie si aprirono le porte del Pantheon di Roma. Rosina sette anni più tardi, a cinquantadue anni, molto ricca e “nubile”. I figli le fecero costruire un Pantheon di dimensioni ridotte, vicino al castello sabaudo di Stupinigi. Ma nel 1943, a seguito di continue profanazioni, le spoglie furono trasferite nel cimitero di Torino. La morte, non la vita, li ha separati. Per Ricciardi la storia del Re e della sua bella resta “l’ultima fiaba d’Italia”. Ma è anche una fiaba che aiuta a rileggere pagine importanti del nostro passato.

Immagine di apertura: Prospetto Settentrionale, verso il parco, del Castello Sabaudo di Racconigi, in provincia di Cuneo, opera dell’architetto Guarino Guarini (XVII Secolo). Lì, nel 1847, avvenne l’incontro fra Vittorio Emanuele e una giovanissima Rosa Vercellana

Andrea Biglia
Giornalista professionista dal 1971. Milanese, si è laureato in Filosofia alla Statale. A fine 1969 l'ingresso al "Corriere della Sera" dove ha percorso tutta la vita professionale, a parte un paio di libri e qualche pubblicazione extra. In via Solferino cinque anni di gavetta, l'ingresso nella redazione del "Corriere d'Informazione" e poi il "Corrierone" occupandosi per lo più di cronache, fino alla pensione.

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