Alghero 27 Luglio 2024

Hanno l’acqua alla gola per mancanza d’acqua. Galleggiano sul mare, ma non lo sfruttano. Sardegna e Sicilia, isole gemelle anche nella siccità, sono arrivate al limite estremo delle proprie risorse idriche. Le due isole, però, non sono le uniche regioni ad essere colpite dalla scarsità di piogge, dal riscaldamento globale, dall’azione dell’uomo. Secondo i dati sulla situazione del nostro Paese tracciati dalla “Community Valore Acqua per l’Italia di The European House – Ambrosetti”, Basilicata, Calabria, Sicilia, Puglia sono le più esposte in assoluto a quello che si definisce “stress idrico”.

In rosso amaranto le regioni europee e quelle del Medio Oriente che vivono lo stress idrico più  importante. L’Italia, dall’Emilia in giù, è fra queste (fonte: Wordl Resources Institute)

Nella Trinacria, esaltata per le sue fonti dai poeti greci e arabi, l’emergenza siccità ha riportato in primo piano un vergognoso business. Con autobotti e navi cisterna c’è chi fa affari d’oro nel rifornire la popolazione di terra ferma e delle isole minori del prezioso liquido. Ad Agrigento, epicentro della crisi, si è cercato di mettere un freno al mercato nero delle autobotti. Il 13 luglio alla presentazione della città come capitale della Cultura per il 2025, durante lo spettacolo di Nino Frassica, cittadini esasperati hanno contestato le autorità al grido: «Vogliamo l’acqua». La carenza endemica di acqua dolce nell’isola e gli scandali ad essa connessi erano stati denunciati nel 1968 da Leonardo Sciascia con un testo che accompagnava il documentario La grande sete. Quell’articolo è di una attualità sconvolgente, salvo che nella conclusione. Sciascia, infatti, fiducioso nello stanziamento di ben 1844 miliardi di lire, scriveva: «Nel 2015 il problema dell’acqua sarà completamente e definitivamente risolto. La Sicilia del 2015 sarà ricca di acque…».

Non è andata proprio così, se è vero come è vero che la Cabina di regia istituita dal governo nel 2023 ha dichiarato lo stato di emergenza e ha chiesto di riaprire i dissalatori di Gela, Trapani e Porto Empedocle chiusi tra il 2010 e il 2014 perché giudicati obsoleti, inquinanti e costosi.

Il grande dissalatore di Ras Al-Khaima, negli Emirati Arabi Uniti

Ecco, i dissalatori! Impianti salvifici e controversi. Emergono nei momenti di crisi, vengono dimenticati non appena riprende a piovere. «Non si può andare sempre avanti con lo stato di emergenza e interventi tampone – ha dichiarato (La Nuova Sardegna, 11 luglio) Giovanni Sanna, proprietario del gruppo alberghiero Studiovacanze, che gestisce e controlla 18 strutture, tra hotel, residence, resort sulla costa nordorientale della Sardegna – .Noi ci stiamo salvando grazie a due dissalatori di nostra proprietà». I due impianti erano stati acquistati, con lungimiranza, in maggio con un costo compreso tra i 150 e 200 mila euro.
Meno previdente l’ente pubblico. La Regione Sardegna, (delibera del 25 giugno), aveva pubblicato un bando per noleggiare un impianto mobile di dissalazione a Budoni, gettonatissima meta turistica. Il bando è scaduto il 10 luglio e il potabilizzatore dovrà (dovrebbe) essere pronto il 30 luglio.
«Sembra una presa in giro – commenta un esperto da noi consultato -, ma sanno quanto tempo occorre per preparare un dissalatore, anche piccolo?».

Il dissalatore dl Sarroch, vicino a Cagliari, il più grande del Mediterraneo a fini industriali (fonte: Acciona Agua)

Pochi giorni dopo la società spagnola Acciona Agua ha annunciato che presso la raffineria Sarlux, del gruppo Saras, di Sarroch (Cagliari), aveva completato il più grande impianto di desalinizzazione del Mediterraneo a fini industriali. Esteso 1260 metri quadrati, costato 22 milioni di euro, è in grado di fornire ben 12 milioni di litri al giorno. La costruzione aveva richiesto qualche anno di lavoro….
«La desalinizzazione – si legge in uno studio della Commissione Europea (https://blue-economy-observatory.ec.europa.eu/eu-blue-economy-sectors/desalination_en) – può alleviare una crescente pressione sulle risorse di acqua dolce grazie a diverse tecnologie, che consentono la rimozione di sostanze inorganiche disciolte (sali e altri minerali) dall’acqua di mare, dall’acqua salmastra o dalle acque reflue».
La crisi è globale. «Quasi un quinto della popolazione mondiale vive in aree con scarsità idrica, principalmente nei Paesi in via di sviluppo. – dice ancora il documento – La combinazione di cambiamenti climatici e crescente domanda di acqua sta esercitando una pressione continua sulle risorse di questo elemento essenziale. Molte regioni dell’UE ne dovranno affrontare una grave scarsità entro il 2050, quando si prevede che la richiesta aumenterà del 30% con il progredire del riscaldamento globale».
Studi recenti stimano che nel 2022 ci fossero più di 21.000 impianti di dissalazione dell’acqua di mare, con una produzione giornaliera di 99 milioni di m 3 /giorno di “liquido buono”, ma anche di tanti milioni di metri cubi di sottoprodotto di malefica salamoia. (Ogni 100 litri lavorati, 45 sono potabili, 55 di salamoia).

Il dissalatore di Lanzarote (fonte: abaqua)

Attualmente, la desalinizzazione è ampiamente utilizzata in Medio Oriente (l’Arabia Saudita ha il 16 per cento della produzione mondiale), in Nord Africa, negli Stati Uniti, perfino nelle Maldive, ma in misura limitata in Europa (circa il 10 per cento della capacità globale). Fa eccezione la Spagna, che da decenni ha puntato sulla desalinizzazione marina. A Lanzarote la prima struttura risale al 1964. Ora la Spagna ne ha 892, che producono oltre 5 milioni di metri cubi di acqua al giorno. Se utilizzati solo per consumo umano, potrebbero soddisfare le esigenze di 34 milioni di abitanti! In Italia, però, dei 2.815 impianti europei registrati nel database DesalData se ne trovano 382 (il 4,5%) e neppure tutti funzionanti,
Perché siamo tra gli ultimi in Europa? Da che cosa nasce questa diffidenza per la salvezza che vien dal mare? Gli ambientalisti accusano queste installazioni di pompare ogni giorno migliaia di tonnellate di CO2 nell’atmosfera. E puntano il dito anche contro la salamoia come rovinosa per la flora marina (posidonia) a causa della sua elevata salinità.
Economisti e imprenditori, invece, sostengono che i costi energetici sono troppo alti, soprattutto per ottenere l’acqua di irrigazione.
Sui ritardi dell’Italia, una nostra fonte, che lavora da 30 anni nel settore, ma che chiede di non essere citata, riassume molto bene la situazione: «C’è molta disinformazione sul tema della dissalazione. Si parla molto dell’inquinamento prodotto da questi impianti, specie all’ecosistema marino. Le nuove tecnologie, soprattutto l’osmosi inversa di nuova generazione, consentono invece notevole risparmio di energia e la riduzione degli scarti. Sia chiaro: queste opere, da sole, non saranno mai definitivamente risolutive, ma costituiranno una formidabile ruota di scorta contro la siccità».
Non è tutto. «La costruzione di un impianto pubblico prevede programmazione a medio lungo termine. Quindi un governante difficilmente raccoglierà i frutti dell’opera. Gli conviene di più gestire l’emergenza continua. Anche se i costi sono di gran lunga superiori alla costruzione di un dissalatore». A conferma che tra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di interessi.
Il dibattito è, comunque, aperto più che mai. In un mondo, e in un’Italia che avrà sempre più sete, è possibile fare a meno dei dissalatori?

Immagine di apertura: foto di Josealbafotos

Costantino Muscau
Nato e cresciuto in Sardegna, milanese di adozione, giornalista professionista dal 1973, alla sua carriera manca solo l’esperienza televisiva. Per il resto non si è risparmiato nulla: giornale del pomeriggio (La Notte), quotidiano popolare (l’Occhio), mensile di salute (Salve), settimanale familiare (Oggi), una radio privata per divertimento (Ambrosiana) e quindi 20 anni di “Corriere della Sera”, dove si è occupato di attualità nazionale e internazionale. Ha avuto anche un’esperienza di (mini) direttore per quasi due anni al Corriere, quando gli è stata affidata la responsabilità di “Corriere anteprima”, freepress pomeridiana. Laureato all’università Cattolica a Milano in Lettere Classiche, ma con una tesi sul cinema, ha provato a scrivere un libro (guida turistica) e non c’è riuscito.

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