Milano 23 Luglio 2020

Studia i buchi neri da un buco di casa. Doveva farlo da Pasadena, in California. «Invece lo faccio da Milano, in un monolocale». Mirabilia dell’era moderna. «Già mirabilia di internet e dello smart working», sorride Guglielmo Mastroserio, 31 anni, astrofisico, chiamato a partecipare a una straordinaria impresa (spaziale) dalla prestigiosa università California Institute of Technology (Caltech). «Senza smart working sarebbe stata la fine…». Tornato per un breve periodo in Italia all’inizio dell’epidemia, il giovane scienziato è rimasto bloccato dalla situazione Usa. «Il mio compito è analizzare i dati che un telescopio spaziale, Nustar, in orbita per osservare i Raggi X, invia sulla Terra. Grazie al laptop riesco a farlo – racconta Guglielmo – Certo; pesano – eccome – 9 ore di fuso orario con la California, giornate intere a… parlare col computer, talvolta difficoltà di connessione, sovrapposizione della vita privata con quella lavorativa. Nei primi i dieci giorni ho avuto ripercussioni negative sulla concentrazione e sulla produttività. È chiaro che non posso andare avanti a lungo lavorando a quasi 10 mila km di distanza dalla sede. Mi servono tecnologie più potenti ed è indispensabile incrociare colleghi e capi, osservare il loro volto dal vivo.…».

Uffici vuoti, un’immagine diventata familiare negli ultimi mesi. Alcune aziende hanno optato per lo smart working totale (foto StartupStockPhotos)

Smart working, che vita. Se questa è vita… «Da febbraio sono stata messa in una condizione disumana. Alla luce dell’emergenza nata dal Covid sono stata chiamata a un sacrificio inaudito con un ricatto del tipo: la crisi porta tagli, i tagli portano ai licenziamenti, e, dunque, se volete un lavoro, sgobbate sotto il Fondo di Integrazione Salariale (Fis, l’ammortizzatore sociale, ndr)», è la denuncia di Letizia M., 40 anni, impiegata nel settore no-profit. Sarebbe anche in cassa integrazione da maggio, dovrebbe essere occupata 4 giorni la settimana ma «la mole di lavoro e i risultati da raggiungere non sono stati ricalibrati alla luce della riduzione degli orari». Rincara la dose Ruggero S., 41 anni, impiegato in una società che – come Letizia – non vuole citare per timore di ritorsioni (e questo rivela il clima in cui oggi tanti operano): «Ho tante ferie arretrate. In piena emergenza volevo goderle, ma il capo mi sibilava “fossi in te non lo farei”».
Vita da smart working. Se questa è vita….«Se questa è vita l’ho toccata, l’ho sentita su di me», canterebbe Amedeo Minghi, ma anche – più drammaticamente, nell’omonimo suo libro edito da Feltrinelli – la scrittrice palestinese Suad Amiri. Il Covid19 ha esasperato le già precarie e stressanti condizioni lavorative / familiari del mondo di oggi scombussolato e rovesciato dallo stop planetario? Figli nostri, figli di amici, amici dei figli, conoscenti. Tanti giornalisti hanno lavorato da casa e questa soluzione qualche editore-direttore ha pensato di renderla permanente. Nel settore chimico-farmaceutico, Federchimica, Farmindustria e sindacati hanno deciso di definire contrattualmente le linee guida per l’adozione dello smart working. «Uno strumento recente ma non nuovo (e regolato dalla legge 81 del 2017) – puntualizzano Luisa Errichiello e Tommasina Pianese, del Centro Nazionale delle Ricerche (CNR) di Napoli – . La pandemia ha accelerato un fenomeno in crescita; è servita a sperimentare benefici, tra cui un risparmio nei costi e una maggiore produttività. Al contempo, ha creato le condizioni per una transizione culturale, abbattendo molte resistenze. Questo sarà probabilmente il futuro modello di lavoro grazie alle tecnologie disponibili e ai notevoli investimenti dei provider per fornire nuove soluzioni e piattaforme avanzate».
Da mesi, quindi, dovunque ti giri e ti volti trovi uno che è impegnato nel “lavoro agile”. E d’altra parte come sarebbe possibile il contrario se si calcola che in Italia sono (stati) 8 milioni i lavoratori a distanza? Le ricerche su questa modalità di esercitare la propria prestazione professionale si sono sprecate. Una recente pubblicata sul magazine online del CNR è proprio opera di Errichiello e Pianese che segnalano anche le necessità di «ripensare procedure e processi aziendali ed evitare i gravi pericoli insiti in esso, quali lavorare in maniera eccessiva, la cancellazione dei confini tra sfera lavorativa e privata, l’essere perennemente a disposizione, l’aumento della pressione psicologica e sociale».
La testimonianza di Guido Vesconi, 40 anni, ricercatore della BVA-DOXA, è illuminante: «Il mio, più che agile, è un lavoro da remoto: orario definito, reperibilità e connessione negli orari d’ufficio. Di fatto sono sempre collegato o al Pc o al telefonino. Questa soluzione ha consentito che l’attività proseguisse senza intoppi, siamo riusciti a lavorare bene, in termini di quantità di ore e, penso, di qualità. L’azienda non si è fatta trovare impreparata da questa novità dirompente e ci ha forniti di dispositivi e software adeguati».

A chi si trova da mesi a lavorare da casa in smart working manca la relazione con i colleghi, fonte di confronto di idee e di rapporti (foto di StartupStockPhotos)

Lavoro assicurato, però… ..  I però sono tanti: «L’assenza dall’ufficio e i riflessi fra le 4 mura di casa – li riassume Vesconi – . Il fatto che non ci si incontri fisicamente incide molto. Per assurdo la strumentazione tecnologica ha aumentato le occasioni di contatto… scrivi, chiami, sei sempre collegato e se ti cercano, che fai, non rispondi? Incontrarsi vis a vis è però ben diverso. È forte l’esigenza di socializzare, la pausa caffè o la pausa pranzo non sono un capriccio. E poi alzarsi, prepararsi, uscire di casa è tutt’altra cosa che balzare dal letto, sciacquarsi, ingollare un caffè ed essere al computer in 15 minuti…».
L’astrofisico Mastroserio racconta che in California è stato messo a punto un programma per “socializzare” durante le pause di conferenze o meeting online: l’applicazione trasforma i partecipanti in pallini il cui volto appare nella schermata mano a mano che ci si incontra o ci allontana. «Potrebbe sembrare un programma geniale, io lo trovo tristissimo. Mi ricorda un videogioco».

Lo smart working spesso fa saltare l’equilibrio fra orario di lavoro e pause. C’è chi, come in questo scatto, si prepara lo spuntino continuando a lavorare (foto di Vlada Karpovich)

E la famiglia e la vita privata? «Nella prima parte di lockdown mia moglie era in casa e si è potuta dedicare al piccolo di due anni e io al lavoro – ricorda Vesconi – . La situazione è diventata critica quando lei ha ripreso la sua attività: asili chiusi e nonni bloccati. Siamo ricorsi a una baby sitter. Immaginarsi i costi».
Aggiunge e conclude una smart worker, classica mamma acrobata, costretta a rifugiarsi nell’anonimato: «L’emergenza Covid ha fatto emergere le carenze del nostro sistema. Che cosa ha fatto lo Stato per supportare le lavoratrici con figli? Quel penoso congedo parentale? Durata limitata, paga ridotta… se poi si chiede il congedo, si finisce in una sorta di “nascosta black list” E i bambini? Sulle spalle dei nonni, se ci sono, o davanti alla tv per 8 ore».
Smart working o simile: da maneggiare con cura. Perché non diventi un buco nero sociale.

Immagine di apertura: la postazione di chi lavora in smart working: la scrivania, il computer, il cellulare, gli appunti……. (foto di Junjira Konsang)

Costantino Muscau
Nato e cresciuto in Sardegna, milanese di adozione, giornalista professionista dal 1973, alla sua carriera manca solo l’esperienza televisiva. Per il resto non si è risparmiato nulla: giornale del pomeriggio (La Notte), quotidiano popolare (l’Occhio), mensile di salute (Salve), settimanale familiare (Oggi), una radio privata per divertimento (Ambrosiana) e quindi 20 anni di “Corriere della Sera”, dove si è occupato di attualità nazionale e internazionale. Ha avuto anche un’esperienza di (mini) direttore per quasi due anni al Corriere, quando gli è stata affidata la responsabilità di “Corriere anteprima”, freepress pomeridiana. Laureato all’università Cattolica a Milano in Lettere Classiche, ma con una tesi sul cinema, ha provato a scrivere un libro (guida turistica) e non c’è riuscito.

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