Firenze 27 Giugno 2025
Sul bugnato della facciata rinascimentale di Palazzo Strozzi a Firenze campeggia una scritta in corsivo, fatta con il neon rosa, dove si legge: Sex and Solitude. È il titolo della prima mostra in Italia della poliedrica artista Tracy Emin, aperta fino al 20 luglio 2025, promossa dalla Fondazione di Palazzo Strozzi e curata da Arturo Galansino,con il catalogo di Marsilio Arte.

L’artista ha 61 anni ed è una delle pittrici britanniche più famose, vincitrice del Turner Prize (nel 1999, con l’installazione My bed) ed insignita del titolo di Dame Commander da Re Carlo. Nata a Croydon nella periferia di Londra, nel 1963 da madre inglese e padre turco cipriota e vissuta a Margate, nel Kent, Tracey trascorse l’infanzia con il fratello gemello Paul e studiò arte. La sua vita intima e sessuale fu traumatica. A 13 anni fu violentata: «Come è successo a tante altre ragazze» commenta lei. A 15 anni si ribellò alla famiglia e fuggì di casa: fu allora che cominciò a dedicarsi all’arte, in molte delle sue forme. Subì due aborti che la sconvolsero e che influirono sulla sua produzione artistica. In seguito ebbe rapporti con una collega e con il suo gallerista. Fu anche malata di cancro per due volte ed operata. Ma guarì, e le sue opere divennero lo specchio delle sofferenze provate, delle esperienze passate, dei desideri conservati, esprimendoli con forte determinazione e rabbia. Nei suoi lavori Tracey riesce a trarre la poesia anche dai periodi più angosciosi della sua vita. Così, cominciò a farsi apprezzare al punto che i suoi lavori furono accolti alla Tate Gallery di Londra e al MoMA di New York.

Nel 2007 rappresentò la Gran Bretagna alla 52° Biennale di Venezia, con la mostra Borrowed light che le procurò una vasta notorietà. Nel 1994 scrisse anche un libro autobiografico (la sua vita dalla nascita fino ai 13 anni) intitolato Exploration of the Soul. Comunque, che sia un libro o una scultura o pittura, un ricamo, Emin vuole mostrare al mondo la propria vulnerabilità ed il coraggio di confessarla, spiegando come ci sia arte solo nella vita vera, anche quando questa sembra crudele. Non solo. Emin entra quasi fisicamente nelle sue opere; vuole dimostrare che c’è arte solo dove non c’è pudore e che c’è vita solo nella verità. Guardando le creazioni, è evidente come la sua arte abbia subito nei colori e nella forma l’influenza di Edward Munch e di Egon Schiele, i suoi costanti punti di riferimento.

Sono creazioni molto spesso provocatorie, divenute influenti nel mondo dell’arte contemporanea. Queste opere spaziano in diversi campi artistici: moda, pittura, disegno, film, fotografia, video, ricamo, scultura e installazioni al neon. Affronta temi personali, intimi, come la solitudine, che per lei non è isolamento, ma si trasforma in forza ed energia. Esplora i suoi sentimenti, i suoi istinti, le sue passioni, la sua visione del mondo ed esprime le emozioni in modo crudo e controverso ma autentico, esplicito. I temi che affronta sono l’amore, il corpo (soprattutto quello femminile), il desiderio, la passione, la vulnerabilità, lo sgomento. Emin dice: «Voglio che le persone provino qualcosa quando guardano il mio lavoro, voglio che sentano se stesse».
Per lei, anche la scrittura diventa immagine, anche se in continua evoluzione. Manda messaggi, sperimenta tecniche e materiali diversi, il ricamo, il bronzo, i film e il neon, e le parole come desiderio, amore, sessualità, malattia, solitudine, diventano modelli per creazioni artistiche. Le sue opere rappresentano il rapporto col proprio corpo, con la propria sensibilità, le emozioni più intime, private. E gli osservatori non possono fare a meno di percepirle.

Una delle sue creazioni, Poems, che troviamo nella prima sala della mostra, è un pannello degli anni Novanta, alto quasi 5 metri ed è una poesia d’amore per un ex fidanzato, scritta con il neon rosa che riproduce la sua calligrafia. Del resto, le parole scritte sono parte integrante della sua opera e della sua ispirazione per molti quadri e lasciano decidere all’osservatore il loro significato più o meno esplicito.
Ogni sala della mostra ha un titolo diverso, perché ognuna ha un carattere ed un’atmosfera differenti. Infatti, ce n’è una molto intima, con piccole tele, dove ci si sente racchiusi, quasi prigionieri, mentre in quella dopo l’atmosfera creata dai dipinti ci fa sentire esaltati, emozionati, e là tutto fa esplodere un’intensa energia interiore.

La seconda sala della mostra, Exorcism of the Last Painting I Ever Made, si riferisce ad una performance del 1996. Tracey Emin si chiuse, nuda, in una sala della galleria Andreas Brandstrom di Stoccolma per tre settimane e mezzo e creò questa sua opera con oggetti e materiali suoi originali. Durante quel periodo, il pubblico poteva osservarla mentre dipingeva, attraverso lenti grandangolari nelle pareti; erano opere ispirate a Schiele, Picasso, Munch. Fu la strada che scelse per tornare a dipingere dopo il trauma subito per il primo aborto.

Nella sala seguente ci sono opere dal 2019 al 2024, quando ebbe due operazioni perché malata di cancro, quindi fu un periodo molto traumatico.
Sempre nella mostra, sono esposti pannelli dove ci sono frasi ricamate sopra. Le tecniche sono diverse, ma in tutti ci sono pensieri privati e diretti che hanno per tema l’autoerotismo o comunque l’amore fisico.
Nell’ottava sala, chiamata Take my soul sono esposti, in miniatura e posati su cubi tinti di bianco, piccoli animali in bronzo ricoperti di bianco e completati da scritte incise. Alcune piccole statue, sempre bianche, hanno animali e una donna sopra. In un’ altra parete della stessa sala ci sono riferimenti religiosi: ad esempio la Crocifissione, citata come simbolo della sofferenza umana, della morte e della rinascita.

In ultimo c’è The end of the day, ovvero opere e serigrafie uniche, in bianco e nero, di nudi di donna fatte fra il 2020 ed il 2022, quando Tracey stava guarendo dopo il secondo intervento di cancro: sono incisioni ispirate da sensazioni di solitudine, che suscitano sentimenti dolorosi e coinvolgenti. La pittrice sente il suo corpo cambiato, devastato, ma nonostante ciò vuole reagire con dignità e mai rassegnarsi.
Afferma Tracey Emin: «La cosa più bella è l’onestà anche se è molto dolorosa da guardare».
Immagine di apertura: una delle sale più suggestive della mostra. L’opera esposta è Avresti dovuto salvarmi, 2023, acrilico su tela. Courtesy of the Artist & private collection. La scultura è All I want is you (Tutto ciò che voglio sei tu), 2016, bronzo, Bruxelles, Xavier Hufkens Gallery © Tracey Emin. All rights reserved, DACS 2025
° Le immagini del servizio sono di Ela Bialkowska, OKNO studio




