Firenze 27 Febbraio 2025

L’anziano al giorno d’oggi si può trovare prigioniero dentro una gabbia, la gabbia della solitudine, ma anche quella dei farmaci. Cominciamo dalla seconda. Tutt’altro che rara, si verifica quando l’anziano che non riesce a prendere sonno, dopo diverse camomille, chiede aiuto al proprio medico. L’insonnia, se non è un episodio isolato, è un sintomo che merita di essere approfondito, prima di qualsiasi trattamento. In realtà, accade raramente: chi indossa il camice bianco in un ambulatorio (o più spesso consultato per telefono) trova più semplice dare un farmaco efficace nell’immediato, senza rendersi conto che, in mancanza di un orientamento diagnostico, il trattamento se prolungato non è privo di inconvenienti, quali la sonnolenza diurna, la riduzione della attenzione, l’instabilità posturale che aumenta il rischio di cadute.

Sono molte le gabbie in cui si può trovare imprigionata una persona anziana; la gabbia dei farmaci per l’ansia e per l’insonnia di cui non riesce più a fare a meno, la gabbia dell’esclusione sociale, vista la velocità con cui avanza l’era digitale, la gabbia della solitudine (foto di Roamer Diary)

Negli ultimi settant’anni l’elenco delle sostanze impiegate per l’insonnia è diventato un vero armamentario psicofarmacologico: dagli ansiolitici agli antidepressivi, ai sedativi, ai tranquillanti cosiddetti maggiori impiegati per i più gravi disturbi mentali. Anche i preparati più comuni, i cosiddetti tranquillanti, se somministrati a lungo, possono favorire il sospetto di un deficit delle funzioni cognitive quando, alla più facile distraibilità, subentra una riduzione di memoria. È uno degli effetti più frequenti, una vera e propria gabbia farmacologica in cui si trova spinto l’anziano suo malgrado, sempre più confinato in una condizione di dipendenza dall’ambiente, data la sua perdita di autosufficienza. Ma ci sono altre gabbie che finiscono con isolare l’anziano dal proprio ambiente, perché viene spesso considerato un superstite di una cultura ormai superata. L’era digitale in cui viviamo, in continua e sempre più rapida evoluzione, può favorire nell’anziano il rinchiudersi nei propri ricordi fino all’autoesclusione dall’ambiente. Si configura, così, una gabbia culturale, come se l’anziano stesso condividesse i pregiudizi di chi considera a priori la vecchiaia come una condizione di progressivo impoverimento.
Il disagio cui può andare incontro l’anziano di entrambi i sessi, per esempio con il pensionamento – quando si accompagna a un totale disimpegno dall’ambiente e dai rapporti sociali -, non trova nei farmaci l’unico strumento per superare i momenti critici.

Nell’arco di questi ultimi settant’anni l’armamentario degli psicofarmaci è cresciuto enormemente e con lui la loro prescrizione (foto di Stevepb)

Un vissuto di inadeguatezza può portare all’isolamento e alla depressione, aumentando il rischio che una ridotta stimolazione ambientale favorisca la compromissione delle capacità cognitive (come è stato dimostrato dalle più recenti ricerche delle Neuroscienze).
Un’alternativa all’ingabbiamento farmacologico può essere il ricorso alla psicoterapia. Esiste un radicato pregiudizio secondo il quale questo trattamento nell’anziano o è inefficace o non è praticabile. Se con il termine psicoterapia designiamo solo un trattamento di tipo psicoanalitico dalla durata normalmente assai lunga, esso è evidentemente inadatto per trattare un anziano. Ma esiste anche la terapia cognitivo-comportamentale, dalla durata assai più breve e di provata efficacia. C’è da chiedersi, allora, perché questa integrazione del trattamento psicofarmacologico, al quale può inizialmente affiancarsi, non venga quasi mai prospettata. È un problema economico oppure sono in gioco l’ignoranza e i pregiudizi da parte del medico curante?  Probabilmente entrambi. In realtà, in anni recenti la psicoterapia del paziente anziano ha ricevuto molta più attenzione da parte della letteratura specializzata soprattutto sugli scopi degli operatori: deve esser orientata a favorire la presa di coscienza e il cambiamento oppure limitata a sollevare il soggetto dal sintomo? È più indicata una terapia breve o un trattamento che non si ponga limiti di tempo?

Ci sono molte evidenze cliniche che dimostrano come la psicoterapia possa essere di grande aiuto agli anziani (foto di Gerd Altmann)

Al momento attuale si ritiene che la psicoterapia nell’anziano si debba prefigge una serie di scopi tra loro interdipendenti: migliorare i rapporti interpersonali, migliorare il senso di benessere, favorire l’attuazione di potenzialità mai espresse e il senso della propria dignità, prendere confidenza con il proprio passato in modo da favorire l’adattamento alla situazione presente, aiutare ad affrontare le ansie concernenti il dover morire e la morte e la sofferenza, facilitare l’adattamento alle perdite cui si può andare incontro coll’invecchiamento.

La Terza Età è inevitabilmente il periodo della vita attraversato da numerose e profonde crisi, provocate dalle malattie o dalla perdita di familiari o amici particolarmente cari. Condizioni che si gioverebbero di una psicoterapia, come supporto (a lato di un aiuto farmacologico). E, se rarissimi sono i medici addestrati a praticare una psicoterapia agli anziani, va anche detto che nel curriculum formativo universitario dei futuri camici bianchi non è prevista una formazione specifica alla psicoterapia dell’anziano, nemmeno nella specializzazione in Geriatria.
Il medico di medicina generale dovrebbe essere comunque preparato a svolgere una funzione psicoterapeutica che si concretizza nell’ascolto empatico, non bloccato dalla fretta di arrivare subito e comunque a una diagnosi (spesso per alleviare l’ansia del medico), nell’attenzione al proprio linguaggio non verbale (che può trasmettere al pazienze la fretta o l’impazienza di concludere la visita), nell’esprimersi in modo chiaro e semplice, alla portata del livello di comprensione del paziente. Speriamo che qualche medico ci ascolti….

Immagine di apertura: foto di Gerd Altmann

Elio Musco
Nato a Reggio Calabria, fiorentino di adozione, neuropsichiatra e geriatra. Laureato in Medicina presso l'università di Messina, dopo l’esperienza di medico condotto in Aspromonte, si è trasferito a Firenze presso l’Istituto di Gerontologia e Geriatria diretto dal professor Francesco Maria Antonini. Specializzato in Gerontologia e Geriatria, Malattie Nervose e Mentali, presso l'Ospedale I Fraticini di Firenze si è occupato del settore psicogeriatrico. È stato docente di psicogeriatria all'Università di Firenze. Ha collaborato al "Corriere della Sera" con una rubrica dedicata alla Geriatria.

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