Milano 27 novembre 2021

È vero. Al primo impatto possono anche sembrare tutti uguali. Non solo, ma a quei “paesaggi” vien da mettere le virgolette, tanto sono diversi da ciò che siamo abituati a vedere quando usiamo quella parola. Ma non ci vuol molto per capire che la prima impressione è sbagliata. Perché i piccoli quadrati in successione che riempiono grandi pareti e sono posti di fronte tra loro, diventano un enorme gioco di specchi, come si usava (e forse si usa ancora) nei luna park e noi ci troviamo a camminarci dentro, riconoscendoli alfine come paesaggi, senza virgolette. Non soltanto non sono uguali, ma nemmeno così simili come potrebbero ancora apparire.

“Combinazioni”, 2012, olio su tela, 40 x 40 cm

È questo uno dei segreti della mostra monografica di Tullio Pericoli, allestita (fino al 9 gennaio) nell’Appartamento dei Principi del Palazzo Reale di Milano, che, con il titolo Frammenti, presenta 150 opere dell’artista marchigiano, noto anche per la sua prestigiosa attività di illustratore e di scenografo. Promossa e prodotta da Comune di Milano Cultura, Palazzo Reale, Skira Editore e Design Terrae, l’esposizione è curata dal critico d’arte Michele Bonuomo, in collaborazione con l’artista, oggi ottantacinquenne.
La mostra comprende un nucleo legato agli anni Settanta e un altro molto più recente, anche con opere datate 2021, per la maggior parte, appunto, paesaggi, fino ad arrivare ad una galleria di alcuni dei suoi famosi ritratti. Ci sono dipinti a olio, acquarelli e disegni, con la prevalenza del formato quadrato. «È il più difficile, soprattutto nel paesaggio – spiega Pericoli – che di solito si pensa debba avere uno sviluppo orizzontale. Invece il quadrato ti costringe a pensare in modo diverso. Per me è il frammento perfetto».

“Intrighi”, 2020 Olio su tela, 70 x 70 cm

È lo stesso curatore Bonuomo, nel catalogo edito da Skira, a scrivere provocatoriamente come i paesaggi siano «all’apparenza sempre gli stessi». Una volta, invece, che individuiamo il nostro personale punto di vista, e dopo averli guardati dall’alto (è così che l’artista quasi sempre li inquadra), ecco che si entra in quei paesaggi, antropizzati per idee più che per segni, quasi da consentire a ognuno di noi di umanizzarli con la presenza viva della nostra curiosità, del nostro personale discernimento, muovendoci nei grovigli e nelle pianure, nelle lande e nelle coltivazioni, fra colline che possono anche esprimere le gibbosità del nostro pensiero e della nostra visione della Terra.

“Rubare a Klee”, 1980, acquerello e matita su carta, 45 x 28 cm

Nella topografia di questi paesaggi, la matematica diventa sempre più un’opinione; la natura sembra essere sottoposta a una Tac, che a seconda dell’uso del colore, talvolta molto scuro, può essere realizzata con il liquido di contrasto o senza. Tutto appare simile e appena mettiamo a fuoco, ecco che vediamo che ogni volta è tutto diverso: siamo sottoposti a una sorta di divaricazione del nostro pensiero, che poi è quella stessa provocata dal difficile rapporto con la natura, quando noi non la rispettiamo e quando lei usa la sua “indifferenza” per esprimersi ben al di là delle capacità umane. Ecco che nelle colline e negli orizzonti si insinuano coltivazioni che ci appaiono come cicatrici o viceversa, niente è deformato ma quasi nulla ha la sua vera forma. Ci sono memorie e ci sono storie, c’è un movimento che contrasta con la fissità solo apparente di ogni paesaggio.

“Franz Kafka”, 2017, olio su intonaco intelato, 55 x 55 cm

Che quelle linee non camminino sulle tele per caso, lo dimostra ancor di più la sala dei famosi ritratti di Pericoli. Perché anch’essi sono paesaggi: dell’anima, del pensiero, dell’avventura umana. È ancora Bonuomo a scrivere: «Nella sua lunga pratica di pittura si è immedesimato nel paesaggio naturale o in quello di un volto umano, suoi alter ego, muovendosi con disinvolta sprezzatura tra minuscolo e immenso nel tracciare e annotare “vedute” autobiografiche». Le rughe, gli occhi, le sopracciglia sono significanti della storia di chi è ritratto. Non a caso, si ricorda che Pericoli ha bisogno di conoscere bene le opere degli scrittori prima di poterne ritrarre il volto. Ecco, per esempio, Friedrich Nietzsche con uno sguardo che si perde verso un “attorno” che tende a sfumare; oppure Franz Kafka circondato da un reticolato visionario che lo imprigiona; o ancora Samuel Beckett a fronte inarcata, con uno sguardo attonito verso la vita.

“Samuel Beckett”, 2018, olio su tela, 55 x 55 com

Sono le stesse linee che in diversa forma tracciano i paesaggi e la mostra dimostra che ci si può muovere verso (le persone) e dentro (le colline). E – va ribadito – che ogni volta ciò che appare simile è sempre diverso: ciò che sembra un ritorno è un nuovo viaggio. Conservando intatta la voglia di esplorare e sperimentare.

Immagine di apertura: Tullio Pericoli, Collina con filari, 2021, olio su tela, 70 x 70 cm

Vincenzo Bonaventura
Messinese, laureato in Giurisprudenza, è giornalista professionista dal 1973. La sua carriera si è svolta tra Milano e Messina: ha lavorato per il quotidiano “Gazzetta del Sud” (Responsabile del settore Cultura e Spettacoli), poi per il settimanale “OndaTivù” (Caporedattore), del gruppo Giorno-Nazione-Carlino. Ha collaborato a lungo con diverse testate nazionali, fra cui le riviste Rizzoli “Anna”, “Novella 2000” e “Salve”. Dal 1978 si occupa di critica teatrale e dal 2004 di critica d’arte. Dal 2004 al 2008 è stato docente a contratto di Storia della Televisione all’Università di Messina, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea specialistica in Scienze dell’Informazione giornalistica. Tra i suoi libri, “Giovanni Paolo II. 1978-2003”, Camuzzi Editoriale (2003), “La Sicilia al tempo del Grand Tour”, GBM Edizioni (2009), “Teatranti” (2013) e “Scrissi d’Arte” (2018), entrambi con Pungitopo. Per i ragazzi ha scritto "Annibale" (1996), la riduzione di "Nostromo" di Conrad (1998) e "Hercules” (2000), pubblicati da La Spiga.

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