Milano 23 Ottobre 2020
È un giallo, ma chi sono i colpevoli si sa quasi da subito. È un noir, ma con la luce nel titolo, quello originale fa Roubaix, une lumière, quello italiano Roubaix e basta. Come il nome del comune della Francia del nord famoso per la sua corsa ciclistica, la Paris-Roubaix. Ma al di là di quella settimana di gloria, Roubaix è una città di confine, vicino al Belgio, economicamente depressa, industriale, multietnica.

Tra i tanti stranieri c’è anche il commissario Daoud, nato lì ma di origini algerine (il fantastico Roschdy Zem, a sua volta figlio di immigrati marocchini, Palma d’oro a Cannes per Days of Glory). Uomo di poche parole e molte intuizioni, amato dai suoi uomini, disprezzato da quelli come lui, di origine araba, Daoud, assolto il tran tran di rapine, frodi, violenze sessuali, si accinge a chiudere bottega e passare la sua ennesima notte di Natale solitaria. Quando la calma notturna del luogo viene scossa da un incendio e da un delitto.
Arnaud Desplechin, regista sensibile e singolare, già autore di film come I miei giorni più belli, I fantasmi di Ismael, Racconto di Natale, prende spunto da un vero fatto di cronaca nera avvenuto a Roubaix, la sua città natale, nel 2002. Una vecchia signora assassinata brutalmente, strangolata nel suo letto, e una coppia di donne, Claude e Marie, le intense Léa Seydoux e Sara Forestier, troppo confuse e spaventate per non finire in fretta al centro dei sospetti.

Daoud e il suo assistente Louis (come non pensare al commissario Maigret e all’ispettore Janvier?) iniziano a interrogarle, il cerchio degli indizi si stringe sempre più come un cappio attorno al collo delle due, malviste in città perché povere, tossicodipendenti, omosessuali. L’indagine prosegue, ma in questa storia diventa solo un pretesto, quello che importa al regista è addentrarsi nello squallore del Male, nell’impervia fatica di chi, per mestiere, ogni giorno deve sporcarsi le mani frugando dentro le sue spire vischiose. Chi sia il colpevole Daoud lo capisce in fretta, quel che gli sfugge e lo affascina è ben altro. Come una falena gira attorno alla sinistra luce della miseria morale, del degrado sociale, del dolore sordo e opaco di esseri umani privi di tutto, persino della coscienza.
Un mondo oscuro di fatica e rassegnazione, indifferenza e violenza, dove a far le spese sono per prime le donne. Vittime e carnefici di loro stesse. Donne che uccidono donne, donne che si amano tra loro perché diffidenti di un maschile animalesco, che al femminile si accosta solo con lo stupro.
Film notturno, indifferente al realismo, simenoniano per atmosfere livide e complessità del viluppo bene-male, Roubaix è un thriller metafisico, e un po’ l’altra faccia dei Miserabili di Ladj Ly. Anche qui si tratta di diseredati, di poliziotti né buoni né cattivi, di una polveriera di istinti repressi. Dove la disumanità più sciagurata convive con l’umanità più profonda. E Roubaix, nella sua apparente immobilità di città di provincia dove nulla succede e tutto accade, diventa la vera, misteriosa, infida, protagonista del film.
Immagine di apertura: Léa Seydoux (Claude) e Sara Forestier (Marie), intense protagoniste di Roubaix




