Bologna 26 Marzo 2027

Nel 1923, un uomo dal copricapo piumato teneva conferenze seguitissime in tutta la Svizzera. Si chiamava Deskaheh ed era il leader del movimento d’indipendenza irochese.

La copertina del libro “Tempi di rivolta; una storia delle lotte indiane negli Stati Uniti”, di Aram Mattioli, pubblicato da Einaudi

L’uomo apparteneva ad una popolazione indigena che viveva fra il lago Erie e il fiume Hudson, territori che oggi fanno parte del Canada e degli Stati Uniti. Le sue parole si scagliavano contro il sistema coloniale che stava distruggendo gli irochesi e loro cultura. Qualcosa di assolutamente nuovo: gli indiani del Nord America erano pronti a battersi in campo internazionale per essere riconosciuti come popoli autonomi e indipendenti. Non con le armi, come era accaduto in passato, ma con la resistenza non violenta e gli strumenti giuridici occidentali. Con Tempi di rivolta. Una storia delle lotte indiane negli Stati Uniti edito da Einaudi, Aram Mattioli, uno dei massimi esperti in questo campo, ripercorre le tappe che hanno segnato lo scontro tra i first people ( i nativi nordamericani) e il governo degli Stati Uniti nel corso del Novecento. Partendo proprio da Deskaheh, un indigeno “occidentalizzato” che portò il problema irochese alla Società delle Nazioni, lo storico svizzero affronta le vicende di personaggi e interi popoli costretti a ribellarsi ad un potere che li ha sottomessi e reclusi. Il suo viaggio segue tutte le principali tappe di un rapporto complesso, che si è evoluto in linea con gli stravolgimenti internazionali.

Una donna davanti alla sua casetta nella riserva “Navajo Station”, una delle più grandi degli Stati Uniti: si estende fra Arizona, Utah e Nuovo Messico (fonte: Osservatore Romano)

Quella di Tempi di rivolta è una storia fatta di persone, ma anche di luoghi. Le riserve sono luoghi centrali per tutta l’economia del libro e, al contempo, sono dei “non luoghi” in quanto presentano sempre le stesse caratteristiche. Qui, durante i tempi della conquista del West, vennero reclusi i first people, isolati da un mondo che avevano governato per secoli. Erano posti spesso inospitali e lontani dalle zone di approvvigionamento. La selvaggina, tra cui spiccava il bufalo, fu massacrata dall’uomo bianco, provocando gravi squilibri ambientali; i luoghi di culto furono profanati. La riserva era un luogo di segregazione e controllo, nella quale gli indigeni vivevano nel degrado. Tra il 1918 e il 1919, durante la pandemia influenzale 550.000 indiani morirono per le scarse condizioni igieniche e per i mancati aiuti medici. Il tasso di mortalità raggiunse in alcune tribù il 12 per cento. In seguito i dati non migliorarono: il primo censimento del 1950 registrava che nelle riserve vivevano 357.000 persone, un numero spaventosamente esiguo se si considera che i nativi nordamericani ammontavano a circa 12 milioni prima dell’arrivo dei colonizzatori.

Una ragazza Apache fotografata da Carl Werntz nel 1902 (fonte: Biblioteca del Congresso)

Al contempo, divenne presto un simbolo per queste comunità, perché rappresentava ormai tutto quello che poteva essere chiamato casa. Non stupisce che gli Stati Uniti cercassero, già alla fine dell’Ottocento, di smantellare il sistema delle riserve. Non era solo una questione di sfruttamento di terra e risorse; l’obiettivo era eliminare “il problema indiano” attraverso una piena assimilazione. Per questo i giovani vennero strappati alle madri, portati in città, educati alla maniera occidentale allo scopo di rinnegare la loro cultura di origine. I risultati furono spesso nefasti: gli indiani “americanizzati” tendevano ad emarginarsi, non venivano assunti, cadevano nell’alcolismo, la loro media di vita si attestava sui trent’anni e avevano redditi molto al di sotto della media. La situazione sembrò migliorare durante il New Deal di Roosevelt, ma i pochi effetti positivi della riforma vennero cancellati nel 1953 dall’Indian Termination Policy del conservatore Eisenhower. Il Congresso si proponeva di liquidare 109 tribù sulle 258 superstiti entro sette anni e da allora moltissimi nativi furono costretti a trasferirsi nelle metropoli, con effetti deleteri. La diaspora continuò anche negli anni a venire e già nel 1970, il 40 per cento degli indigeni aveva abbandonato le riserve.

Il Crazy Horse Memorial, il monumento scolpito nella roccia dedicato a Cavallo Pazzo, il mitico capo Sioux che nel 1876 sconfisse il generale Armstrong Custer. Si trova in Sud Dakota e non è ancora completato

Fino ad allora i first people non avevano subito passivamente. La loro resistenza era stata strenua, ma ogni tentativo di sensibilizzare l’opinione pubblica era risultato inutile. Fu allora che la musica folk divenne uno strumento di protesta. Si cominciarono a comporre canzoni che raccontavano i soprusi subiti, i massacri taciuti dai libri scolastici, gli atti di eroica resistenza. Anche romanzi, saggi e poesie toccarono questi temi, venendo scritti da artisti indigeni e non. Nasceva una nuova consapevolezza indigena. Il movimento Red Power fu figlio di quel momento di protesta e rappresentò un vero punto di svolta. La galassia di organizzazioni indigene si batté per ottenere maggiore sovranità; non sempre, però, gli obiettivi coincisero. E forse, fu proprio la mancanza di compattezza a causare alcuni smacchi decisivi nella lotta contro il Governo. Ma gli anni Sessanta e Settanta hanno consegnato alla storia pagine importanti di resistenza non violenta. La più nota è l’occupazione indiana dell’abbandonata prigione di Alcatraz dal 1969 al ‘71. Solo nella riserva di Wounded Knee, nel 1973, si arrivò allo scontro armato, con due morti e diversi feriti.

Graffiti che risalgono all’epoca della occupazione indiana della prigione di Alcatraz nel 1969

Eppure, se molto aveva fatto una coscienza ritrovata, di più fece l’uranio. Il disastro ecologico ed umano perpetrato dagli Stati Uniti per l’estrazione dell’uranio presente nelle riserve produsse dei movimenti di protesta decisivi. I danni erano sotto gli occhi di tutti: i minatori indigeni morivano di cancro e nascevano bambini deformi. Proprio le donne – poste sotto attacco da una campagna di sterilizzazione forzata che aveva colpito più di 85.000 vittime tra gli anni Sessanta e gli Ottanta, pari al 25 per cento della popolazione femminile indigena – giocarono un ruolo importante nella sensibilizzazione per la tutela della salute e dell’ambiente, sostenendo che la loro sicurezza fosse fondamentale per crescere figli sani e liberi.

Due ragazzi Sioux oggi (foto di Angelo Scarcella)

Gli indigeni nordamericani si assumevano, quindi, la piena responsabilità ambientale, politica e culturale delle loro riserve. La Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni approvata dall’Onu nel 2007 metteva nero su bianco l’autodeterminazione indigena. Prima di allora, gli Stati Uniti avevano tentato di trovare delle soluzioni di compromesso, non sempre riuscitissime, che davano margini più ampi di autonomia ai popoli indigeni. Stupisce, a fronte di tutto questo, come un popolo così minacciato sia riuscito a resistere. Ma lo stupore è solo una reazione di primo acchito. Mattioli racconta passo dopo passo la dura lotta per il riconoscimento, fatta di coraggio e organizzazione. Nulla è stato lasciato al caso da chi ha combattuto per uscire dallo stato di minorità nel quale è stato rinchiuso dall’uomo bianco. Oggi, dopo le vittorie del passato, è giunto il momento di resistere per una comunità che conta dai 5 ai 9 milioni di individui, a seconda dei censimenti. Una cosa che i discendenti dei “primi abitanti” hanno dimostrato per un secolo di saper fare.

 

Vito Castagna
Nato a Ragusa nel 1996, si è laureato presso l'Università di Bologna in Scienze Storiche e Orientalistiche, specializzandosi in Storia Medievale. Appassionato di studi politico-sociali e delle più recenti correnti della mediterraneistica, ha pubblicato diversi articoli scientifici e divulgativi per le riviste di settore. Da tre anni collabora con il blog siciliano "oltreimuri.blog".

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