Milano 27 Maggio 2025
Nella notte tra il 26 e il 27 aprile a Monreale tre giovani sono stati uccisi, e altri due sono rimasti feriti in una lite che, secondo le ricostruzioni, sarebbe scoppiata per motivi futili, degenerando in una sparatoria violenta. Il principale sospettato è un diciannovenne di Palermo, il quale, fermato, ha confessato di aver partecipato alla sparatoria. Episodi come questo richiamano l’urgenza di comprendere i segnali profondi che abitano la psiche adolescenziale e giovanile. Si calcola che oggi il 40 per cento dei giovani in Italia abbia partecipato a una rissa.

A fronte di queste derive, non si può comunque dimenticare che esistono tanti giovani, forse la maggioranza, dotati di doti morali e potenzialità affidabili, alcuni portatori di elevate capacità in campo scientifico e culturale. In passato alcuni di loro si sono proposti come testimoni viventi delle distorsioni politiche e sociali: basti pensare a figure come Jan Palach, che nel 1969 si diede fuoco per protesta, e, oggi, a Greta Thunberg che mobilita i coetanei in nome dell’ecologia e della giustizia climatica. Esempi questi che mostrano come, per alcuni adolescenti, il desiderio di dare un senso a ciò che li circonda possa spingersi fino al rischio personale.
La definizione di categorie come adolescenza e giovinezza rischia di deresponsabilizzare i soggetti e privarli della possibilità di costruire il proprio destino adulto con un certo grado di consapevolezza. Per quanto la spinta ormonale dell’organismo sia potente e talvolta irrefrenabile, in rapporto ad un cervello con un impianto regolatore immaturo e inefficiente, è forse possibile organizzare risposte al dilagare dell’aggressività.

L’adolescenza è da sempre un territorio di trasformazione e di mutamento, ma oggi più che mai si configura come un crocevia dove si intrecciano crisi identitarie, fragilità formative, pressioni performative e necessità di apparire. Lungi dall’essere solamente una “fase di passaggio”, essa si presenta come una vera e propria sfida di affermazione del sé, di conquista del diritto di parola e di cittadinanza a fronte di una gerontocrazia globale. Il tutto è reso più complesso da una società in continua accelerazione tecnologica, senza una cultura del limite e una formazione alla regulation collettiva e all’autoregolazione individuale.
Uno dei fattori determinanti della crisi attuale è sicuramente il cambiamento della funzione genitoriale: se nel passato la figura del padre incarnava la legge e veniva posta al centro della società, oggi tale funzione si è frammentata e ci dirigiamo verso una “società senza padre”, come già aveva previsto Paul Federn, psicoanalista austriaco allievo di Sigmund Freud. Trasformazioni che hanno reso la genitorialità meno autorevole, pertanto incapace di fornire stabilità all’esperienza psichica del figlio. In primis gli adulti – genitori e insegnanti, educatori o anche politici e giornalisti – sono vittime di una cultura del cibo, dell’alcol e delle droghe come fattori “attivanti” e come tale non riescono a segnalarne il grave pericolo a giovani e adolescenti. Tale cultura inibisce la capacità di attesa e di regolazione. Il risultato è dare corpo a un fantasma che riguarda tutti e che dovrebbe rimanere allo stato di fantasia o impulso verbale: «l’ammazzerei».

Anche l’idea che ci sia un elevato rischio di criminalità nelle città in modo generalizzato, e non solo in alcuni luoghi o periferie, contribuisce ad incrementare la tensione interna negli individui e fa crescere l’allarmismo. Va considerato che un “semplice” gesto di bullismo o di cyberbullismo, attuato di solito su soggetti fragili, ha conseguenze gravi. Psichiatria e neuropsichiatria infantile contengono e arginano situazioni in fase acuta, ma i tagli alla Sanità e ai Servizi Sociali li hanno privati delle risorse per la cura e la riabilitazione di soggetti che, pur essendo trattabili e con prognosi fausta, vanno incontro a gesti autolesivi oppure alla cronicizzazione indotta da pratiche iatrogene dove lo psicofarmaco non sempre si accorda con l’ascolto psicologico e il supporto socio-scolastico e familiare.
La crisi del welfare ha ridotto la disponibilità di consultori familiari e di servizi specialistici per minori e adulti. Si etichettano i giovani pazienti come depressi, bipolari o psicotici e gli si prescrivono psicofarmaci antidepressivi, stabilizzatori o anti-psicotici che la letteratura scientifica sconsiglia come primo approccio nei minori. Tutto ciò, insieme ad un abbandono collettivo del senso di responsabilità, ha portato i giovani ad essere sempre più irruenti e rabbiosi, arrivando a compiere gesti impulsivi tra coetanei, volendo dimostrare di essere più forti di altri, o semplicemente di “essere predatori prima di diventare prede”. Ovviamente a questo si aggiunge il fatto che gli adulti non riescono ad interpretare il disagio adolescenziale, rispondendo alla rabbia e al silenzio con medicalizzazioni precoci, oppure scaricando la responsabilità sul sistema scolastico o sanitario.

Emblematico, in questo senso, è un passaggio della recente serie tv Adolescence, in cui il figlio di un poliziotto coinvolto nelle ricerche rivela il significato dei codici usati tra pari: un linguaggio che sfugge completamente alla comprensione adulta. Le nuove generazioni parlano linguaggi totalmente inaccessibili a chi non abita i loro mondi e proprio in questo scarto si annida buona parte dell’incomprensione generazionale. La questione problematica che si aggiunge è che gli adulti non sono sufficientemente sensibili e pronti nel cogliere la natura traumatica e destabilizzante dei contesti e dei media, mentre dovrebbero individuare tale rischio e intervenire tempestivamente. La clinica di pazienti minorenni evidenzia quanto le pratiche sessuali compiute in età precoce (pornografia, promiscuità, esibizionismo, seduzione) siano traumatiche e conducano poi all’uso di alcol e droghe come tentativo di “auto-medicazione”. Altro che liberazione sessuale!
Accanto ai fattori interni, dobbiamo tenere in considerazione anche quelli esterni: l’esposizione massiva ai social media, l’acquisto di videogiochi violenti o inadatti, la cultura dell’apparenza e della performance che contribuiscono a creare un immaginario di sé spesso disgregante. Il cyberspazio non viene percepito come risorsa, ma come “rifugio psichico” dal dolore evolutivo che caratterizza l’adolescente.

Riconoscere questa complessità significa adottare uno sguardo multidimensionale: non si tratta di colpevolizzare la famiglia, né di demonizzare la tecnologia, bensì di comprendere come il disagio a cui vanno incontro molti adolescenti nasca dall’intreccio di tanti fattori. Una prospettiva interessante potrà pervenire dagli accordi istituzionali tra prefetture, dipartimenti di Salute Mentale delle Aziende Sanitarie, provincie, scuole e ETS (Enti Terzo Settore) del privato sociale. Le reti concertate e costruite sul territorio sono il metodo di lavoro elettivo e il banco di prova per la formazione degli operatori che, essendo oggi troppo idealista e accademica, si rivela insufficiente sul piano teorico (vedi la Babele dei social e la pletora caotica di dati su Google e YouTube) e inefficace nelle pratiche riabilitative (la Giustizia minorile e il sistema detentivo dove gli agenti di polizia penitenziaria sono sovraccarichi, gli operatori pochi e non adeguatamente formati).
Come può una società che si mostra spesso paralizzata, burocratica e gerontocratica, permettersi di stigmatizzare i propri cittadini sotto i quarant’anni come devianti o malati? James Joyce, nei suoi Scritti su Dublino, parlava di emiplegya per indicare lo stallo culturale in cui la città languiva nel 1904, prima di trasferirsi a Trieste con la sua Nora. Anche oggi, nel contesto italiano, i giovani appaiono spesso imprigionati in un sistema che li giudica senza comprenderli, senza offrire loro autentici spazi di formazione e di inclusione.
Intervenire significa, allora, offrire spazi di ascolto ai soggetti in fase di sviluppo, occuparsi in modo adeguato della formazione sul campo e della consulenza per i genitori e della supervisione per insegnanti e operatori (non esistono progetti nazionali, né capitoli di spesa). I giovani hanno bisogno di una società che li riconosca non come problema, ma come soggetti in costruzione e, per questo, variabili e vulnerabili.
I problemi esistono e sono di ampia portata, ma oggi abbiamo tutti gli strumenti per riconoscerli e per intervenire a livello individuale, familiare, scolastico e istituzionale.




