Milano 27 Ottobre 2025
A partire dallo scorso 1 ottobre l’economia Usa si muove a rilento. Colpa dello shutdown. Il termine, apparso all’improvviso sui media americani e internazionali, ha immediatamente catturato l’interesse del pubblico non particolarmente esperto di questioni economiche. Merita, quindi, di essere spiegato. In pratica si tratta della chiusura delle attività non essenziali del governo federale, provocata dal mancato accordo tra repubblicani e democratici sulla legge di spesa, che richiede una maggioranza qualificata al Congresso, che è il Parlamento Usa.

Fino al raggiungimento di un compromesso, possibile ma non ancora all’orizzonte, circa 750 mila dipendenti pubblici sono stati temporaneamente messi in congedo non retribuito. Questo primo provvedimento per ora non sembra aver provocato scossoni sui mercati finanziari americani, anche perché nel frattempo è passato al Senato con un voto bipartisan il bilancio della Difesa, ora al vaglio della Camera, che rappresenta una parte importante dell’intero bilancio statale. Gli indici di Borsa hanno chiuso venerdì 10 ottobre sui massimi storici, mentre il comparto obbligazionario ha subito variazioni minime. Il trend è proseguito senza scosse anche nella settimana in corso e senza alcun riflesso diretto sulle Borse europee. Tuttavia non mancano le preoccupazioni per il prossimo futuro. Si temono infatti possibili ricadute negli Usa su diversi comparti economici: i mutui sono temporaneamente bloccati, i prestiti alle piccole imprese sospesi, mentre crescono le difficoltà nell’emissione di titoli e certificati. Non solo: con gran parte del personale della Sec (in pratica la Consob americana) in congedo, diverse aziende non riescono a quotarsi o a emettere nuove obbligazioni. Inoltre, fuori dall’ambito finanziario, i controllori di volo hanno continuato a lavorare senza stipendio, in un clima di crescente frustrazione.
Quello attuale è l’undicesimo shutdown dal 1980. L’ultimo, durante il primo mandato di Trump alla Casa Bianca (tra il 2018 e il 2019), durò 35 giorni e costò all’economia Usa circa 11 miliardi di dollari, di cui 3 miliardi non più recuperati.
Pur trattandosi di una cifra significativa, essa appare comunque relativamente modesta se rapportata ai 29 mila miliardi di dollari di cui si compone il bilancio statale. Alcuni economisti, tuttavia, lanciano l’allarme, sostenendo che l’incertezza rischia di congelare gli investimenti privati: in assenza di dati ufficiali e con il rischio di brusche variazioni nelle politiche pubbliche, infatti, le aziende rallentano o addirittura rinviano una serie di decisioni cruciali sui fronti dell’innovazione e della crescita. Sul piano macroeconomico, inoltre, gli esperti prevedono un impatto diretto anche sulla spesa dei consumatori, considerata il vero motore dell’economia statunitense. Secondo la Business School dell’Università di Oxford, come riportato dal Wall Street Journal, le famiglie americane tendono a ridurre gli acquisti non appena percepiscono un calo, anche temporaneo, del loro reddito. Se il blocco dovesse prolungarsi, l’effetto psicologico potrebbe quindi amplificare la contrazione dei consumi.
Insomma, il quadro generale è tutt’altro che chiaro. Il presidente Trump ha temporanea-mente scongiurato la paralisi totale trovando in extremis le risorse per pagare il personale militare in servizio attivo e le riserve, in tutto circa 1,3 milioni di uomini e donne.

Ma questa manovra, finanziata con fondi non spesi del Dipartimento della Difesa, non basta a contenere l’onda d’urto che sta interessando una quota significativa di lavoratori: quelli dipendenti dei contraenti privati delle amministrazioni pubbliche e quelli dei servizi essenziali. Nei settori in appalto, dalle pulizie alla manutenzione, fino alla sicurezza, la situazione è ancora più drammatica: chi lavora per il governo ma non è assunto direttamente rischia di non ricevere mai più gli arretrati.
Per quanto riguarda il popolo dei risparmiatori, la reazione è stata quella tipica dei momenti di incertezza: rivolgersi ai beni rifugio, a partire dall’oro, con le valide alternative dell’argento e del franco svizzero, la valuta preferita come alternativa al dollaro. I rischi per l’Europa per il momento sono relativamente contenuti, ma se la crisi negli Usa dovesse prolungarsi, il calo della fiducia potrebbe penalizzare l’export e il turismo. Senza contare il possibile “contagio” sui tassi d’interesse europei e sul cambio dollaro-euro.
Immagine di apertura: i due simboli del Partito Democratico, l’elefantino, e del Partito Repubblicano, l’asinello (foto di Larisa)




