Firenze 27 Ottobre 2025
È giusto tassare gli extraprofitti delle banche? Chi dice di sì gode della simpatia dell’opinione pubblica, come un buon Robin Hood che prende ai ricchi per dare ai poveri. Chi dice di no è, al contrario, guardato in genere con sospetto.
Ma che cosa sono gli extraprofitti? Secondo la teoria economica il profitto è la differenza tra i ricavi e i costi contabilizzati. L’extraprofitto invece è la differenza tra i ricavi da un lato e i costi contabilizzati e non, dall’altro. Dunque l’extraprofitto è quella parte del profitto contabile che resta dopo aver tolto i costi non contabilizzati, ovvero i redditi che derivano dalla migliore alternativa in cui potevo investire il capitale e il tempo che ho investito nella mia impresa, facendo un’altra attività.

Chiediamoci ora da dove deriva l’extraprofitto e se è corretto tassarlo di più o di meno del profitto. Consideriamo tre situazioni tipiche. Il primo caso è quello di un’impresa in cui i costi contabilizzati espressi in percentuale dei ricavi sono strutturalmente più bassi della media. Trascurando le attività illecite, questo accade di solito quando l’impresa ha investito in innovazione, sia di processo (riduzione dei costi a parità di condizioni) sia di prodotto (aumento dei ricavi a parità di condizioni). In questo caso tassare di più gli extraprofitti sarebbe economicamente negativo, dato che i sistemi economici moderni vivono di innovazioni. Senza contare che l’extraprofitto in situazione di concorrenza tende a sparire perché altri imprenditori – spinti dal desiderio di guadagnare anche loro di più – investono nelle stesse tecnologie e riducono i prezzi per entrare nel mercato e conquistarne una parte. Tuttavia non è questa la situazione del sistema bancario, che non si contraddistingue per un particolare grado di innovazione tecnologica, non opera in regime di concorrenza perfetta e ha forti barriere all’entrata (normative e organizzative).

Il secondo caso è quello di un’impresa (o di un settore di imprese) in cui per un fattore estraneo alle dinamiche aziendali, da un certo momento in poi, a parità di altre condizioni, i costi contabilizzati si riducono o i ricavi aumentano per un periodo transitorio più o meno lungo. Come è accaduto per i fornitori d’energia agli inizi della guerra in Ucraina.
Questo caso è ora citato anche per le banche italiane. I sostenitori della tassazione straordinaria degli extraprofitti infatti affermano che dal luglio 2022 i ricavi delle banche sono aumentati con il rialzo dei tassi d’interesse sui prestiti indotti dalla politica della Banca Centrale Europea. Al contrario il costo della raccolta bancaria è diminuito, grazie alla riduzione del rendimento dei titoli del Tesoro, diretto concorrente sul mercato finanziario. Da questi due fattori esogeni derivano gli extraprofitti bancari, che non sono dovuti a una maggiore efficienza di gestione, ma a decisioni assunte dalle Autorità pubbliche per motivi di politica economica generale (risanamento di bilancio, lotta all’inflazione). Ne consegue che è opportuno e giusto tassarli di più, sebbene non in via permanente ma una tantum, data l’eccezionalità della situazione. In effetti, in coincidenza con l’aumento dei tassi d’intervento della Banca Centrale Europea c’è stato un aumento dei tassi attivi delle banche e un aumento assai minore dei tassi passivi, con un aumento della differenza, che permane anche dopo che è stata avviata la fase di riduzione dei tassi BCE. Il costo della raccolta, tuttavia, è influenzato molto marginalmente dalla provvista fatta dalle banche sul mercato finanziario in concorrenza con i titoli pubblici, perché il grosso di questa è ancora costituito dai piccoli depositi a vista non remunerati, cioè dalle somme che ognuno di noi lascia in giacenza nel proprio conto. Ne consegue che è normale per il sistema bancario guadagnare di più in periodi di tassi d’interesse alti che in periodi di tassi d’interesse bassi, proprio perché il tasso medio della raccolta è influenzato dai piccoli depositi a vista non remunerati. La tassazione una tantum allora non è razionale dal punto di vista economico, perché il fenomeno è periodico e non eccezionale.

Ma in questo modo si arriva al terzo caso, quello della rendita monopolista. Il sistema bancario italiano (e degli altri paesi sviluppati) non è certo un monopolio, ma è composto da una pluralità di operatori tra cui spiccano per dimensioni alcuni incomparabilmente più grandi degli altri. Questi soggetti esercitano quella che gli economisti definiscono la “leadership di prezzo”, dove il leader annuncia le variazioni di prezzo (in questo caso di tasso) e gli altri operatori lo seguono, anche in assenza di accordi espliciti, per evitare una guerra da cui con tutta probabilità uscirebbero con le ossa rotte. Il sistema bancario così si comporta automaticamente come fosse un unico operatore e quindi in una certa misura può controllare l’andamento dei tassi attivi e passivi, nell’ambito delle decisioni delle Autorità monetarie. Sulla base di queste premesse la conclusione razionale è che la tassazione degli extraprofitti bancari non deve essere occasionale ma permanente, in quanto si tratta in sostanza di rendita da oligopolio.
Ma l’economista si ferma qui. Per il resto tocca al Governo proporre, e al Parlamento decidere e in Parlamento tocca alle forze politiche confrontarsi nel merito.
Immagine di apertura: (foto di David Yonathan Gonzales)




