Milano 27 Febbraio 2026

«Per l’uomo antico, l’uomo di tutti i tempi ci sono fatti che diventano segni che richiamano immediatamente i grandi eventi della vita in cui siamo e viviamo. L’arco del cielo, la linea dell’orizzonte, il cielo stellato, il sole e la luna, la grande chioma di un albero, l’onda del mare, il risveglio della primavera, la frontalità dell’incontro, la verticalità dell’albero e la verticalità della persona, la maternità… Le linee, le forme, i colori che richiamano questi eventi hanno la capacità di evocare in noi memorie comuni di ataviche esperienze del vivere. Queste sono le immagini archetipe. Il grande linguaggio dell’arte e di conseguenza il linguaggio plastico parte da questa atavica comune esperienza.

Giuseppe Rivadossi, “Credenza dell’acqua” (noce nazionale)

Io non credo nell’uomo nuovo completamente slegato da questa esperienza, io credo nell’uomo che attraverso la sua memoria e la sua coscienza può trovare la sua identità nello scoprire e riconoscere tutto quello con cui vive». Giuseppe Rivadossi, bresciano di Nave, da settant’anni modella bellezza plasmando le essenze del legno, dalle più comuni alle più nobili, secondo gli archetipi primordiali che si porta dentro. Classe 1935, passione e sguardo stupito di ragazzo, padre falegname, terzo di otto figli, scultore e artefice di splendide architetture di legno per il nostro abitare e per gli spazi urbani. La sua passione, il suo impegno è volto a «ritrovare la profonda bellezza del lavoro come azione personale, cosciente, creativa, in armonia con l’uomo e con la natura. Una civiltà tecnologicamente avanzata che non sa cercare e portare avanti nel suo essere e nel suo costruire un senso alto del vivere è una civiltà in fase di abbrutimento».

Giuseppe Rivadossi, “Custodia Verticale”, (cirmolo) 1977

Rivadossi conosce consistenza, umori, colori, profumi del noce e del cirmolo, del rovere e del ciliegio: indaga il legno nelle sue fibre e nelle sue virtù. Una sapienza del fare dove la tecnica (anche nei risvolti d’avanguardia, presenti nel suo atelier guidato dai figli Emanuele e Clemente) ha il suo ruolo, ma è pur sempre il genio dell’uomo il principale attore, la sua capacità di progettare e creare. Un genio antico quello del maestro di Nave, che affonda le radici nell’infanzia trascorsa nel laboratorio di papà e prende forma nella poetica dello scultore. Una sapienza del costruire, del saper mettere in rapporto la dimensione dello spazio con quella del tempo grazie alla capacità di evocare l’origine, la nostra origine, in questo momento di crisi della modernità.

Giuseppe Rivadossi, “Madia Loto” (noce nazionale) 2016

«La perdita di identità sempre più diffusa mi spinge negli anni Sessanta a indagare gli archetipi che sono alla base del linguaggio architettonico e umano. Ho prediletto il legno perché è un materiale con caratteristiche a noi vicine. Non è materia inerte, ma è “materia luce”, vive e cresce come noi viviamo e cresciamo. Il legno è metafora dell’uomo stesso perché custodisce in sé lo scorrere del tempo, accompagna l’uomo nelle età della vita e si fa suo compagno: può diventare attrezzo, può diventare casa, nel legno l’arte si incarna».
Il legno è vicino alle nostre esigenze grazie alla ricerca che Rivadossi compie, proponendo nuove forme e assemblaggi, agli antipodi del processo produttivo moderno sempre più teso alla serialità e all’omologazione.

Giuseppe Rivadossi, “Custodia lombarda” (tiglio) 2006

Scrive Vittorio Sgarbi: «Se molti dei suoi mobili fossero interpretati come modelli di legno da trasporre in grande scala, cosa che si potrebbe fare benissimo, in linea con una vecchia e nobile tradizione, Giuseppe Rivadossi sarebbe uno dei maggiori architetti dei nostri tempi. Un razionalista, indubbiamente, un emulo di Le Corbusier, un “modularista” sistematico e convinto, ma in una direzione precocemente innovativa, ben più convincente e motivata di quanto non possano essere i “meierismi”, i “gregottismi” o i “renzopianismi” più convenzionali, da post-modernista prima ancora che certe categorie critiche venissero prese in considerazione».

Giuseppe Rivadossi; “Madia Intagliata” (tiglio) 1978

Il progettare dell’artista bresciano punta a stabilire un rapporto unitario tra natura, uomo e luogo dell’abitare che renda unica ogni sua madia e ogni sua “custodia”. Nell’infinita trama di incastri a vista, nell’assenza di spigoli, nei giochi di “materia-luce” supera la distinzione tra opera d’uso e opera d’arte. Perché sa che nel suo creare «Il bello è il bene che si dona come spettacolo per fare amare l’essere», secondo la felice definizione del critico francese Stanislas Fumet. Le opere di Rivadossi nascono dalla capacità di coniugare esigenze del vivere (bene) e bellezza e rendono così umano il nostro abitare: la “custodia” è tale perché progettata e realizzata per contenere con cura e poesia, ad essa possiamo affidare gli oggetti cari della vita e, in fondo, lo scorrere del nostro tempo. Le sue architetture per l’abitare non si consumano con l’uso e non rientrano nella categoria del mobile, concetto riduttivo che coglie la natura dell’oggetto nella sola possibilità di essere spostato. Attraverso le sue custodie Rivadossi vuol dare una risposta alle domande dell’esistenza che riguardano i risvolti pratici del nostro abitare, ma prima ancora è un tentativo di risposta alla domanda sul senso stesso dell’abitare.

Giuseppe Rivadossi, “Madia Dolmen” (tiglio)

Una risposta mai definitiva, non perché la verità non esista o sia inafferrabile, ma perché inesauribile. La verità non si lascia possedere, ma si offre per essere accolta e abitata. Questa è la grande intuizione della produzione di Rivadossi: l’abitare come chiave di volta per aprirci al nostro stesso essere. La verità dell’uomo, evidenziata già nel racconto della Genesi, è nel suo abitare la storia, il mondo, terra e cielo insieme, nel suo “essere per”, in rapporto agli uomini, alle cose e, prima di tutto, a Dio. «Per dar corpo alle immagini ora più che maneggiare la materia ho l’impressione di maneggiare la luce: ora la più piccola ombra appartiene per me al buio siderale e la materia che appare in questo buio è già un miracolo ed è la luce stessa delle cose».

Giuseppe lavora al cesto del dono

Nell’ultima produzione traspare ancora con più evidenza l’interiorità che ha contraddistinto la sua arte per settant’anni e la levità diviene una dimensione qualificante delle sue opere grazie alla capacità di cogliere quell’energia che fa svettare l’albero dalla terra al cielo. Nell’albero come nell’opera dell’artista si può avvertire il cantico della natura che si fa anelito d’infinito. «Solo aprendosi all’altro ci accorgiamo del mondo come meraviglia. La bellezza è il rapporto armonico tra l’uomo e l’uomo, tra l’uomo, la natura e l’infinito». L’arte di Rivadossi è aperta all’incontro, è inno alla vita, alla sua bellezza e al suo mistero. Bellezza che attrae, affascina, emoziona, rompe gli schemi dettati dall’ossessione dell’utile, dall’ansia del fare, dall’equivalenza tempo denaro e il nostro sguardo si apre alla contemplazione. Solo quando lo sguardo non è più rapina e sete di possesso, solo allora si dischiude l’anima del mondo, la sua bellezza.

Giuseppe Rivadossi, “Menhir”

Giuseppe Rivadossi e la sua arte ne sono testimoni. Per l’architetto Mario Botta «Nelle immagini di Rivadossi si incrociano l’arte e la vita con rara felicità, le sue opere sono nate per accompagnarci nella quotidianità domestica e i riferimenti alle differenti funzioni che le contraddistinguono (madie, tavoli, armadi, oggetti) risuonano come giustificazioni per queste opere troppo belle e affascinanti al cospetto della precarietà dell’uomo di oggi».

Immagine di apertura: Giuseppe Rivadossi al lavoro nel suo laboratorio

  • Le foto del servizio sono una gentile concessione dell’artista
Giovanni Gazzaneo
Giornalista professionista, critico d’arte e curatore, si è laureato in Filosofia Teoretica presso l’Università Cattolica di Milano, dove si è poi specializzato in Comunicazioni sociali. Giornalista ad “Avvenire” dal 1990 al 2025, ha ideato “Luoghi dell’Infinito”, mensile di itinerari, arte e cultura, che ha diretto per 33 anni. È presidente della Fondazione Crocevia dal 2005. Dal 2010 al 2011 è stato direttore della Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei in Villa Clerici a Milano. Ha diretto il Collegio universitario “Cardinal Ferrari” di Milano nel triennio accademico 1988-1991. Ha firmato una trentina di monografie di arte e fotografia e, con Elena Pontiggia, il Catalogo ragionato dell’opera sacra di Giorgio de Chirico (Crocevia-Silvana, 2012). Ha curato mostre di arte (Botticelli, Bellini, Ceccobelli, Chia, Congdon, De Chirico, Gabriel, Galliani, Longaretti, Manzù, Mandel, Mastrovito, Mattioli, Messina, Puglisi, Sartini, Spotorno) e di fotografia (Amendola, Ciol, Davoli, Mandel, Merisio). Nel 2003 ha co-ideato il Corso universitario biennale di perfezionamento in Gestione, valorizzazione e promozione dei beni culturali ecclesiastici (diploma post-laurea) presso l’Università Cattolica di Milano. Ha insegnato Comunicazione dei beni culturali presso la Cattolica e la Pontificia Facoltà Teologica di Napoli. In qualità di esperto di arte sacra ha fatto parte della commissione CEI per le nuove chiese. È autore di “Perché tutti siano uno” (1990, con Alessandro Zaccuri) e di “Fino ai confini del mondo” (1993), grandi volumi dedicati ai viaggi apostolici di Giovanni Paolo II (edizioni Ares). Con Roberto Beretta è autore di “Preti di strada” (SEI, 1994). Tra i riconoscimenti, il primo Trofeo nazionale delle comunicazioni sociali – in qualità di ideatore e responsabile de “Gli Altri”, inserto domenicale di «Avvenire» sul volontariato e la cooperazione internazionale – ricevuto dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro (1992), il Premio Capri San Michele per il paesaggio (2018) e il Premio Montale per la sezione editoria (Casa del Manzoni, Milano, 2023). Sposato con Patrizia, ha quattro figli, Luca, Marta, Paolo e Filippo.

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