Genova 27 Marzo 2026

C’è un momento, nella storia dell’umanità, in cui qualcuno deve aver capito una cosa semplice e geniale: invece di tirare una pietra, si può tirare un insulto. Il neurologo inglese John Hughlings Jackson (1835-1911) osservò come questo fenomeno rappresentasse per la civiltà un enorme salto in avanti. In fondo è una buona definizione del progresso: meno frecce, più imprecazioni. Le parolacce servono a questo da sempre: sfogare rabbia, frustrazione, esprimere disprezzo, perfino creare complicità.

L.O.V.E., più nota come ‘Il Dito’ di Alessandro Cattelan, dal 2010 in piazza della Borsa a Milano, davanti a palazzo Mezzanotte (foto di Ralf Steinberger)

Chiamarle semplicemente “parole basse” è comodo, ma riduttivo. Sono parole che abitano i tabù e proprio per questo hanno una forza che il linguaggio educato spesso non ha. Lo psicologo Richard Stephens, docente all’Università di Keele, Presidente della sezione di psicobiologia della British Psychological Society, studiando i benefici psicologici delle cattive abitudini, ha dimostrato come imprecare aumenti la tolleranza al dolore e la forza fisica. In pratica: quando ci facciamo male e ci parte una parolaccia, non è solo teatro. Perché accade è forse la parte più interessante: il turpiloquio è una specie di corto circuito tra lingua, corpo ed emozioni. Una parola non cambia la ferita, ma cambia, almeno per un momento, il modo in cui la attraversiamo. È probabile che già nella Preistoria qualcuno avesse un repertorio tutto suo per accompagnare martellate sbagliate, litigi e cocci quotidiani, anche se non sapremo mai cosa urlassero i nostri scimmieschi avi quando perdevano la pazienza. Più avanti, tra storia e aneddoto, affiorano formule curiose. Si racconta, per esempio, che Pitagora imprecasse urlando “per il numero quattro”. Certo, è una notizia riportata spesso in chiave quasi leggendaria, ma rende l’idea. Ciò non toglie che gli antichi Greci ci hanno lasciato un repertorio di imprecazioni sorprendente: “per il cane”, “per l’aglio”… Gli egizi invece colpivano anche sul piano simbolico: definire qualcuno “privo di madre” era un’offesa potente, perché toccava identità e legittimità.

Il busto di Catullo (84 a.C.-54 a.C.) conservato alla Biblioteca Civica di Verona

Nell’antica Roma il gesto del dito medio alzato era accompagnato dalle parole digitus impudicus, traducibile come «dito impudente». Il rimando è, infatti, ai genitali maschili. Il gesto, considerato volgare tanto in Occidente quanto in Oriente, sottintende la sottomissione dell’interlocutore nei confronti di chi insulta. Secondo gli storici la pratica nasce nell’area del Mediterraneo, forse in Grecia, per poi diventare popolare nelle città stato prima e nelle province romane poi. A ben vedere, è un nervo scoperto che non abbiamo mai davvero smesso di premere: basta pensare alla pletora di insulti come “figlio di mignotta”. Qui conviene mettere una nota a margine, senza rovinare la festa: la spiegazione “mignotta = m. ignota”, cioè “madre ignota”, sebbene affascinante e diffusissima, è considerata un’etimologia popolare; l’origine della parola è ricondotta più plausibilmente ad altra strada. Il nucleo della questione, però, resta intatto: gli insulti che colpiscono la genealogia attraversano i secoli con impressionante continuità.
C’è un pregiudizio duro a morire: se una parola è volgare, allora è sintomo di povertà intellettuale. La storia della letteratura dice il contrario. Le parole “sporche” possono certamente essere rozze, ma anche strumenti finissimi, se usate con intenzione. Con Aristofane il linguaggio osceno diventa teatro politico: nelle sue commedie gli insulti, le allusioni sessuali e il grottesco sono la macchina comica che fa ridere il pubblico e colpisce i potenti. Anche il gesto del dito medio, oggi gesto universale dell’insulto, è attestato nell’antichità classica e compare in Aristofane.

Una vignetta satirica degli antichi romani (fonte: radici-press.net)

Se si passa a Roma, il caso di Catullo, il grande poeta latino, è una meraviglia. Da una parte c’è l’amore per Lesbia, il celebre attacco del carme del passero, «Passer, deliciae meae puellae…», con quel quadretto intimo in cui il passerotto becca, salta, gioca in grembo alla donna amata («quicum ludere, quem in sinu tenere…»), e che da secoli alimenta letture erotiche e doppi sensi. Da qui anche l’idea di passera come riferimento ai genitali femminili. Contemporaneamente però Catullo cambia registro e asfalta i lettori con il carme 16, che si apre come uno schiaffo: «Pedicabo ego vos et irrumabo, / Aureli pathice et cinaede Furi…», cioè, detto senza anestesia, «vi inculerò e vi scoperò in bocca, Aurelio checca e Furio finocchio…». E il bello è che subito dopo trasforma l’insulto in teoria letteraria: «nam castum esse decet pium poetam / ipsum, versiculos nihil necesse est», cioè «è giusto che il poeta sia casto, non certo i suoi versi». Tradotto nel presente: non confondete chi scrive con ciò che scrive. E soprattutto non scambiate il linguaggio osceno per povertà espressiva.

Il satiro danzante della Villa dei Misteri a Pompei (foto: Parco Archeologico di Pompei)

Se davvero vogliamo capire come parlava la gente, più che nei trattati conviene guardare ai muri. Pompei, da questo punto di vista, è una miniera d’oro: negli scavi iniziati nel Settecento sono emerse migliaia di iscrizioni, tra amore, politica, insulti e oscenità. I muri  sono ricchi di scritte volgari, visto che gli antichi romani erano soliti scrivere sugli intonaci dei muri all’aperto, ma anche nelle case private, nei locali pubblici, nelle scuole, nelle osterie e nei lupanari. In tutti questi luoghi tra le apostrofi più in auge sono: stercus (merda), mentula (membro maschile), futuere (fottere). Una documentazione straordinaria della lingua viva, dell’umorismo popolare, delle ossessioni e delle gerarchie sociali.

Nella basilica di San Clemente a Roma in questo affresco databile fra l’XI e il XII secolo si trova una delle prime testimonianze di parole volgari  (fonte: romareport.it)

Per quanto riguarda l’italiano, una delle testimonianze più celebri del volgare è anche una delle prime testimonianze della volgarità, e si trova in un luogo dove, in teoria, ci aspetteremmo ben altro registro: nella Basilica di San Clemente a Roma, in un affresco databile tra l’XI e il XII secolo, compare la celebre iscrizione con insulto «Fili de le pute, traite!» (Figli di puttana, tirate). È un caso straordinario non solo per il gusto dell’inaspettato, ma perché rappresenta una testimonianza preziosa per la storia della lingua. Più che scandalizzarci, dovrebbe entusiasmarci: la lingua vera, quella parlata, litigata, gridata, entrava già allora nei margini del sacro, del pubblico, del rappresentabile. Nel Medioevo, diviso in fazioni di razzisti e classisti, si considerava offensivo il termine “villano”, che indicava l’abitante della campagna, proprio com’era offensivo per i Romani dare del “sannita” (nemico di Roma) a qualcuno. Nei comuni medievali, sempre in lotta fra loro, era facile offendere qualcuno in base al suo schieramento: a mal ghibellino si poteva rispondere con sozzo guelfo traditore,  per provocare la reazione dell’avversario.

La copertina del libro “Comunque anche Leopardi diceva le parolacce” del linguista Giuseppe Antonelli, edito da Mondadori

Saltando diversi secoli, nell’Ottocento negli epistolari di molti autori, tra cui Giacomo Leopardi (lo sapevate che già ai suoi tempi si diceva che le donne “non la danno”?) sono presenti volgarità. Eccezione: Alessandro Manzoni, che stupito dalla presenza di alcune espressioni colorite nel Vocabolario della Crusca le aveva evidenziate con ben quattro “Ohibò!” e “Perché tutte queste schifezze?”. Nel Novecento, scrittori illustri hanno riconosciuto che le parolacce, se ben inserite, possono essere necessarie: in certi contesti il linguaggio educato stona. La differenza, sempre, la fanno la dose e l’intenzione. Fra i tanti, Italo Calvino (1923 –1985)  ha considerato le parolacce elementi realistici del linguaggio popolare e della vita vissuta, necessarie perché esprimono meglio la verità della vita, ma solo se inserite per far avere l’idea di un eccesso di stress, di rabbia o mancanza di autocontrollo. Anche Umberto Eco (1932/2016) ha  usato le parolacce, considerandole parte integrante della sua tecnica stilistica, ma cercando di usarle in base all’efficacia, al contesto e al loro grado di volgarità. Sostenendo che la loro validità dipende dal giusto inserimento nel racconto e dall’ambiente. Specialmente quando nei suoi romanzi, come Il nome della rosa, ambientati nel Medioevo, il tipo di linguaggio doveva riflettere quello in uso all’epoca. Ma quando l’insulto smette di essere solo un colpo di rabbia e diventa esercizio di stile? Entra Carlo Emilio Gadda. Il suo memorabile “cinobalanico” (dal greco kýnos, cane, e bálanos, glande) è una locuzione ipercolta che, tradotta senza cipria, rimanda all’idea del fare le cose «a cazzo di cane». Geniale perché tiene insieme il massimo e il minimo: il lessico dotto e l’immagine triviale.

Le parolacce per molti scrittori sono necessarie, ma solo se appropriate ad un certo contesto (foto di The Digital Artist)

In fondo, il punto è questo: le parolacce sono una zona franca della lingua solo in apparenza. In realtà raccontano moltissimo: ciò che una società teme, considera sacro, ciò che usa per umiliare o ridere, ciò che non riesce a dire con parole educate. E forse è per questo che non scompaiono mai: cambiano bersaglio, suono, tabù, ma restano. Perché  proprio quando il linguaggio si incrina sotto il peso della rabbia, del dolore o della comicità,  si vede di che pasta siamo fatti.

Immagine di apertura: foto di Tilixia Summer

  • Ha collaborato Daniela Vannini
Jacopo Dentice
Nato a Genova, ha frequentato la Scuola Germanica. Ha conseguito la certificazione CELTA, che abilita all’insegnamento dell’inglese, lavorando poi come docente presso l’associazione Italo-Britannica di Genova. Nell’autunno del 2022 è partito alla volta di Ratisbona dove ha conseguito la laurea triennale in Filologia Moderna. Dal 2016 si dedica allo studio delle cornamuse del centro Francia e dal 2017 fa parte della formazione della Piccola Banda di Cornamuse, un ensemble polifonico sotto la direzione artistica di Gabriele Coltri, con cui ha suonato in vari concerti e ha inciso un disco di noëls.

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