Sanremo 27 Marzo 2026
Si spengono le luci dell’Ariston, si smontano le scenografie, la città torna lentamente alla normalità e resta una sola cosa, come ogni anno: la sensazione che per una settimana lì dentro sia passato un pezzo d’Italia. L’edizione 2026 si chiude tra polemiche, canzoni destinate a durare e altre che spariranno nel giro di pochi mesi, feste e “festini bilaterali”, retroscena e la solita domanda che accompagna ogni finale: che cosa resterà di questo Festival?

Per capirlo bisogna allontanarsi un attimo dalla televisione e parlare con chi il Festival lo vede da sempre da una prospettiva diversa, quella del Teatro Ariston. Walter Vacchino, proprietario del Teatro – lo ha costruito la sua famiglia – e autore del libro La scatola magica di Sanremo, pubblicato da Salani, è uno dei custodi della memoria del Festival.
Questa storia inizia nel 1977, anno in cui il Festival entrò per la prima volta all’Ariston. Avvenne quasi per caso, a causa dell’inagibilità della sede precedente, il Casinò. Doveva essere una soluzione provvisoria, invece regge da quasi cinquant’anni. Walter Vacchino ricorda bene l’organizzazione della prima edizione: «Lunedì il montaggio della scenografia, martedì l’allestimento, mercoledì le prove, da giovedì a sabato il Festival e la domenica pomeriggio il cinema». Da quel giorno di marzo del 1977 sono cambiati i palchi, il modo di comunicare, il modo di raccontare la musica e il modo stesso di fare spettacolo.

Ma il Festival, pur cambiando continuamente, è rimasto un grande spettacolo popolare capace di adattarsi ai mezzi di comunicazione, dalla radio alla televisione, fino ai social e alle piattaforme digitali di oggi. Secondo Walter Vacchino il Festival di Sanremo non può essere letto come una successione di edizioni separate, ma come una storia che si costruisce anno dopo anno. «Ogni evoluzione del Festival, sia sotto l’aspetto editoriale, sia sotto l’aspetto materiale, è sempre legata a tutta la storia del Festival – spiega -. L’ultima edizione è sempre un’evoluzione delle precedenti».
Tuttavia, il patròn ci dice che il Festival di quest’anno aveva una particolarità che raramente si verifica a Sanremo: la consapevolezza di trovarsi alla fine di un ciclo. Carlo Conti aveva dichiarato fin dall’inizio che quella sarebbe stata la sua ultima edizione come direttore artistico e conduttore. Vacchino usa una metafora sportiva: «È come quando finisce il Giro d’Italia e poi si ricomincia con il Tour de France. Sempre biciclette sono e sempre pedalare si pedala, ma cambia la corsa. Così è anche per il Festival: cambiano i direttori artistici, cambia il modo di raccontarlo, cambiano le canzoni, ma il Festival continua. Ho ammirato la capacità di Conti di portare avanti la manifestazione con lo stesso entusiasmo, pur sapendo che sarebbe stata la sua ultima edizione».

Walter Vacchino ci regala una lettura interessante della canzone vincitrice: con Per sempre sì di Sal Da Vinci, secondo lui, non ha vinto solo una canzone, ma un mondo culturale legato alla napoletanità. «Dobbiamo ricordarci che negli anni Venti e Trenta la canzone italiana era la canzone napoletana. Poi le strade si sono divise, ma quella tradizione è rimasta» sottolinea. Secondo il patròn dell’Ariston, la forza della canzone sta nella sua energia e nella sua capacità di trasmettere ritmo e allegria. «È una musica che ti entra dentro, che ti fa muovere. In questo periodo c’è bisogno di allegria, di ritmo, di armonia».
Non dimentichiamo poi che il Festival non è solo uno spettacolo televisivo, ma anche una grande vetrina internazionale della musica italiana. Walter Vacchino cita esempi storici come Domenico Modugno e Tony Renis fino ad arrivare ad artisti più giovani, come Lucio Corsi che ha appena concluso una tournée europea sold out.

Oggi il Festival non si svolge più esclusivamente sul palco dell’Ariston, che rimane comunque il nucleo centrale, ma si diffonde in tutta la città, dal Suzuki Stage di piazza Colombo alla Costa Toscana, la crociera della musica italiana. «Questo Festival ha segnato la consacrazione di una parola: diffuso. Il Festival diffuso significa che l’artista oggi ha più palchi, più spazi, più modi di esprimersi, e ogni palco è un modo diverso di raccontare la canzone» aggiunge Vacchino.
É forse proprio questo il segreto della magia di Sanremo. Durante la settimana del festival, che gli habitué chiamano ironicamente “settimana santa”, in ogni angolo della città un palcoscenico regala a un cantante l’emozione di esibirsi, una radio intervista un giovane emergente e una telecamera della RAI immortala fan arrivati da lontano.
Per quanto riguarda il futuro del Festival un elemento fondamentale sono i giovani. «L’apertura ai giovani è fondamentale. Il Festival deve rinnovarsi tutti gli anni e i giovani sono la forza che gli permette di continuare» puntualizza ancora Vacchino.
A proposito del futuro, negli ultimi giorni si è riacceso il dibattito sul progetto del Palafestival in seguito a un incontro avvenuto al Comune di Sanremo alla presenza del sindaco Alessandro Mager. Il progetto di cui si discute da anni consisterebbe nella realizzazione di un secondo teatro più grande, in grado di ospitare la kermesse sanremese. Su questo tema, Walter Vacchino sceglie un approccio pragmatico: «Per ora ci siamo noi e cerchiamo continuamente di migliorare la struttura».

Nel libro La scatola magica di Sanremo, si racconta anche il precedente del 1990, quando si tentò di portare il Festival al Mercato dei Fiori. L’idea era di dargli un respiro internazionale e, al tempo stesso, rilanciare una delle attività simboliche di Sanremo. Ma l’anno successivo il Festival tornò all’Ariston. Un’altra ipotesi ricorrente è quello di un eventuale trasferimento fuori dalla città dei fiori. Vacchino è netto ma non allarmistico, il suo punto di vista è chiaro: «Portare il Festival altrove significa dar vita a qualcos’altro. Se tu lo porti a Roma, non c’è nessuna problematica: però è un’altra cosa». Per spiegarsi, usa un paragone molto efficace: la Mostra del Cinema di Venezia e la Festa del Cinema di Roma. Due eventi diversi, con identità differenti, che convivono senza sovrapporsi. Lo stesso, secondo lui, potrebbe verificarsi per la canzone italiana: «Si possono creare nuovi eventi, nuovi format, nuovi spettacoli, ma il Festival di Sanremo resta legato a Sanremo. Il punto, insomma, non è impedire la nascita di altro, ma non confondere le identità». Altrettanto chiara è la sua posizione sul rapporto tra il Festival e la Rai. Alla domanda circa la possibilità di sopravvivenza del festival su un’altra rete, Vacchino risponde senza esitazioni: «No; e Il motivo non è solo storico, è strutturale. La Rai accompagna il Festival da 76 anni, prima con la radio e poi con la televisione, contribuendo a costruirne linguaggio, ritualità e forma».

Peraltro l’Ariston non coincide mai soltanto con il Festival. È un luogo attivo tutto l’anno, un contenitore culturale che vive di cinema, teatro, mostre, incontri. In questi giorni fino al 10 aprile, in concomitanza della Milano-Sanremo, il teatro ospiterà la mostra Pedalando sulle onde, dedicata all’artista di Bordighera Sergio Ciacio Biancheri e al Museo della Bicicletta degli Aregai, in un progetto che intreccia pittura, bicicletta e movimento. Si tratta di una “ciclomostra” itinerante, con i quadri trasportati in bicicletta lungo la costa fino all’Ariston, come in una piccola processione laica dell’arte.
Immagine di apertura: un bello scatto di Walter Vacchino, nato nel 1947 a Sanremo, all’interno del Teatro Ariston (per sua gentile concessione)




