Reykjavík 27 Settembre 2026

In 101 Reykjavík, romanzo culto degli anni Novanta, l’autore Hallgrímur Helgason fa dire al protagonista che osserva la cartina dell’Europa durante le previsioni meteo alla tv: «L’Islanda è un Paese che a volte c’è e a volte non c’è, dipende da come gli gira al grafico».

La copertina del libro “101 Reykjavìk”, di Hallgrímur Helgason, pubblicato da Guanda

La battuta incarna perfettamente la condizione di un Paese che è sempre stato al margine, emerso sulla dorsale medio-atlantica in tempi relativamente recenti e quasi a metà strada tra il continente americano e quello euro-asiatico: quattrocentomila abitanti, una lingua proibitiva per molti, una cultura letteraria ricchissima, eppure quasi sconosciuta.
Popolata nel IX secolo da coloni norvegesi in cerca di nuove opportunità, con un buon numero di schiavi irlandesi al seguito, l’Islanda sorprende per la maniera in cui ha saputo conservare per più di mille anni una cultura peculiare in condizioni quasi estreme, in balia di una natura furiosa. Poco meno di 250 anni fa i colonizzatori danesi valutavano se evacuare l’intera popolazione lasciando che l’isola tornasse selvaggia e disabitata, ritenendola insostenibile per gli esseri umani. Nel 1940, in un contesto completamente diverso, l’Islanda fu occupata prima dalla Gran Bretagna, che temeva potesse risultare appetibile per la Germania nazista, e poi dagli Stati Uniti, che durante il loro soggiorno lasciarono un segno indelebile sul paesaggio, sulle infrastrutture, sulle modalità di vita. Si tratta di due esempi che illustrano in maniera chiara la condizione estrema di questo Paese, sempre in bilico fra arretratezza e modernità, tra indipendenza e subordinazione, tra Europa e America.

“Le saghe dei re”, scritte tra il XII e il XIV secolo, raccontano la storia  dei re norvegesi (fonte: unitalianoinislanda.com)

Forse è stato Jorge Luis Borges nel suo Letterature germaniche medioevali a puntare per primo i riflettori sul ruolo chiave dell’Islanda nella cultura europea: «Nel secolo XII gli islandesi scoprono il romanzo, e questa scoperta è segreta e sterile per il resto del mondo, così come la loro scoperta dell’America». Basterebbe questo per far comprendere quando sia stato fondamentale l’apporto islandese nel quadro della cultura letteraria europea: le saghe – lunghi racconti in prosa sospesi tra storicità e finzione, anonimi, tramandati oralmente per almeno due secoli – sono indubbiamente la conquista più straordinaria di questo piccolo Paese nel panorama letterario europeo, e la teoria che le vede originarsi dal racconto di singoli episodi le accomuna alle novelle tanto in voga nel Medioevo. Gli autori islandesi del XII secolo, perfettamente a loro agio con testi classici, letteratura cortese, agiografie e cultura cristiana, vi aggiunsero contributi autoctoni, la propria tradizione pagana e folklorica, dando forma ad una fioritura letteraria che ha dello straordinario. Alla produzione in prosa si affianca il patrimonio in versi: è in Islanda, e in islandese, che si sono conservati i carmi delle grandi migrazioni europee, che raccontano di Ermanarico, di Attila, degli Unni, ma anche della mitologia germanica e delle divinità del pantheon norreno (il norreno è l’antico ceppo linguistico da cui derivano l’islandese, il norvegese, il danese e lo svedese, ndr). Difficile pensare a un’Islanda più europea di questa.

Un tipico paesaggio islandese (foto di Nico Grutter)

Con l’annessione al regno danese alla fine del XIV secolo, si intensificano l’isolamento e il senso di subordinazione di questa piccola nazione, che tuttavia non le impedirono di mantenere rapporti via mare all’insaputa dei dominatori: gli inglesi, la lega anseatica, gli olandesi, i francesi, gli spagnoli si spingono volentieri fino alle coste dell’Islanda per pescare, barattare, socializzare. La dipendenza dalla Danimarca, mantenutasi fino al 1944, ha creato un legame complesso con il regno danese; allo stesso tempo ha offerto una indubbia porta d’accesso alle correnti letterarie continentali, prima tra tutte il Romanticismo europeo, che ha stimolato negli islandesi la riscoperta delle proprie radici e dell’orgoglio identitario. Ancora prima, il genere letterario più amato di sempre è stato quello delle rímur (componimenti poetici epico-narrativi, una delle tradizioni islandesi più identitarie) e dei kvæðamenn, ovvero dei cantastorie che recitano a memoria lunghe sequenze di strofe. Quest’arte, che non ha equivalenti nel resto d’Europa, è tuttora viva e praticata; anche il gruppo musicale Sigur Rós ne ha rielaborate e proposte alcune serie.

La aurore boreali che hanno reso famosa l’Islanda (foto di Waschdel)

Ad accomunarla alla Scandinavia dal punto di vista letterario si aggiungono inoltre il realismo sociale dei grandi romanzi del Novecento, in primis quelli di Halldór Laxness, Premio Nobel per la Letteratura nel 1955, e il successo del giallo nordico. Che nonostante le condizioni anomale che poco si prestano alla costruzione di romanzi di questo genere (basso tasso di criminalità, una società capillare da cui è difficile evadere, mancanza di un esercito, polizia statale disarmata, e così via), non ha impedito all’Islanda di inserirsi a pieno titolo nel filone del Nordic Noir con autori come Arnaldur Indriðason, Yrsa Sigurðardóttir e Ragnar Jónasson.

La scultura Sòlfar (nave del Sole), opera in acciaio dell’artista islandese Jòn Gunnar Arnason, ispirata alle navi vichinghe, collocata nel pressi del porto di Reykjavík nel 1986 per celebrare i 200 anni dalla fondazione della città

La quintessenza dell’Islanda, quella fibra unica che le dà un sapore tutto peculiare e diverso dal resto del mondo, emerge tuttavia in maniera netta nel rapporto con la natura: la vita in questo ambiente vulcanico estremo ha alimentato una psiche nazionale unica, che non combacia con quella dei paesi scandinavi né col resto d’Europa: una convivenza rispettosa con gli elementi naturali, che restano protagonisti indiscussi, e una natura viva, animata, abitata da presenze soprannaturali come quella degli elfi e del popolo nascosto, che ha dato forma a un folklore ricchissimo, a cui la letteratura attinge tuttora a piene mani. Inutile negare poi che l’insularità abbia prodotto un senso di solitudine introspettiva, un’ossessione per la scrittura e la letteratura che non ha eguali nel resto d’Europa.
Ad oggi, naturalmente, l’Islanda condivide con i paesi scandinavi il modello del welfare state, un’altissima parità di genere, una netta laicità nonostante il Luteranesimo sia religione di stato, e un forte senso di comunità egalitaria, che però non la rende scevra da strappi e dissensi di fronte alle recenti ondate migratorie. Nonostante la vittoria del no al referendum tenutosi pochi giorni fa, con il quale si chiedeva ai cittadini se riaprire o meno i negoziati con l’Unione Europea, l’Islanda fa parte a tutti gli effetti del Consiglio Nordico e dello Spazio Economico Europeo.

Immagine di apertura: foto di Gylfi

Silvia Cosimini
Nata a Montecatini Terme (Pistoia), si è laureata in filologia germanica all’università di Firenze e in lingua e letteratura islandese a Reykjavík. Da quasi trent’anni traduce e promuove la letteratura islandese in Italia; per la sua attività ha ricevuto nel 2011 il Premio Nazionale per la Traduzione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e nel 2019 il Premio Orðstír dal presidente della Repubblica islandese. Tra gli autori tradotti, Halldór Laxness, Jón Kalman Stefánsson, Andri Snær Magnason, Guðrún Eva mínervudóttir, Arnaldur Indriðason e molti altri. Ha scritto una storia della letteratura islandese e un manuale per l‘apprendimento della lingua islandese. Vive a Mantova.

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