Roma 27 Settembre 2026

Per oltre cinquant’anni Vincenzo Valentini, oncologo-radioterapista e professore ordinario, ha attraversato la storia dell’oncologia italiana, diventando una figura di riferimento al Policlinico Gemelli di Roma, dove ha diretto la Radioterapia Oncologica e il Dipartimento di Diagnostica per Immagini, Radioterapia Oncologica e Ematologia.
Da circa dodici anni la sua esperienza professionale si intreccia con una riflessione più ampia sul significato della cura. Un tumore, infatti, non colpisce soltanto il corpo, ma rappresenta quello che Valentini definisce un “terremoto esistenziale”: cambiano le certezze, le relazioni, il lavoro, il modo di guardare al futuro.

Da qui nasce l’idea di portare l’arte nei luoghi di cura, non come semplice decorazione, ma come strumento capace di generare emozioni, relazione e partecipazione. È il percorso di Gemelli Art, proseguito oggi all’Ospedale Isola Tiberina, dove Valentini dirige il Centro di Eccellenza di Oncologia e Diagnostica per Immagini. L’obiettivo è sempre più ambizioso: arrivare a considerare l’arte, la relazione con l’altro e la resilienza come una componente strutturata del percorso terapeutico.

La stanza per i trattamenti rivisitata da Pierpaolo Piccioli, direttore creativo della Maison Valentino (fonte: Gemelli Art)

Professor Valentini, che cosa significa concretamente “prescrivere l’arte”?

«È molto importante che il paziente partecipi attivamente al proprio percorso di cura. Questa partecipazione non nasce soltanto dai gesti concreti, ma dalla capacità della persona di rielaborare ciò che sta vivendo e di trovare un significato. Per questo, circa dodici-tredici anni fa, abbiamo deciso di affidare anche all’arte un ruolo di supporto generativo, introducendola in maniera progettuale e architettonica negli ambienti di cura. Volevamo che il prenderci cura del paziente fosse davvero integrale: non limitato alle esigenze logistiche e assistenziali, ma capace di aiutarlo a ritrovare senso e capacità di relazione. È nato così Gemelli Art, l’arte come motore generativo, capace di aiutare la persona a voltare pagina, ad attraversare la cura e a viverla non come una parentesi, ma come parte di un progetto complessivo di vita. All’Isola Tiberina abbiamo continuato questo percorso, in un luogo particolarmente ricco di storia e bellezza, realizzando l’Isola Art. Ci siamo accorti che ciò che poteva sembrare un modo per rendere più accogliente il percorso del paziente e dei familiari, in realtà produce qualcosa di più. Queste esperienze contribuiscono spesso ad una maggiore efficacia della cura e alla capacità della persona di affrontare il proprio percorso. Oggi lavoriamo, quindi, con un’ambizione ulteriore: arrivare a poter, in qualche modo, prescrivere l’arte, riconoscendole un ruolo strutturato non soltanto dal punto di vista architettonico, ma anche terapeutico».

Un altro esempio di come l’arte accompagna il paziente nel suo percorso terapeutico (fonte: Gemelli Art)

Qual è la differenza tra “fare la cura” e “prendersi cura”?

«Dopo una diagnosi grave, il paziente esprime innanzitutto una domanda di cura. In cinquant’anni di oncologia ho imparato a distinguere due dimensioni. “Fare la cura” riguarda le procedure diagnostiche e terapeutiche necessarie ad affrontare la malattia. È come ricostruire una casa che è stata distrutta: cerchiamo di ricostruirla nel modo migliore possibile, anche se non sarà necessariamente uguale a prima. Ma una casa ricostruita non è automaticamente una casa abitabile. Per questo bisogna prendersi cura della persona, accompagnandola nella nuova situazione che sta vivendo. Prendersi cura significa creare relazione e prossimità, aiutando il paziente a sviluppare una nuova consapevolezza della propria vita. Dopo una malattia grave, la persona è chiamata a scrivere una nuova pagina della sua biografia. Ma deve essere lei a scriverla, secondo i propri valori, le proprie caratteristiche. Questo implica anche informare il paziente, renderlo consapevole della situazione e metterlo nelle condizioni di partecipare alle decisioni. Quando si presenta, per esempio, la possibilità di una nuova chemioterapia o di un intervento, il paziente deve poter valutare insieme ai sanitari quale scelta sia sostenibile per la sua vita. Il significato delle cure non è uguale per tutti. Per qualcuno può essere importante scegliere trattamenti più brevi per dedicare tempo alla famiglia; per altri può essere fondamentale fare tutto il possibile per vivere più a lungo. Il compito dei sanitari e dei familiari è sostenere queste scelte, senza sostituirsi alla persona. In definitiva, fare la cura significa intervenire sulla malattia; prendersi cura significa accompagnare la persona nel modo in cui quella malattia cambia la sua vita».

Lei parla spesso di salutogenesi. Che cosa intende con questa espressione?

«La salutogenesi riguarda il modo in cui l’essere umano abita la propria vita. La salute non è qualcosa di statico, ma un processo che coinvolge diverse dimensioni: fisica, psicologica, sociale e spirituale. Possiamo considerarla come un punto dinamico di integrazione di queste dimensioni. Essere salutogenetici significa aiutare la persona a diventare più consapevole della propria esistenza. Non credo però che esista un modello universale di salute. Ognuno deve continuamente negoziare ciò che rappresenta il meglio possibile per sé. La salutogenesi non propone quindi una condizione ideale uguale per tutti, ma cerca di mettere ciascuno nella condizione di vivere consapevolmente la propria dimensione integrata di corpo, mente, relazioni e spiritualità».

Su un totem digitale, il paziente sceglie l’ambiente da cui vuole essere circondato, il mare, la foresta, un concerto o altro (fonte: Isola Art)

Quanto è difficile per un medico affiancare alla competenza tecnica una dimensione profondamente umana?

«Di fronte alla malattia chiediamo al medico di “togliere le macerie” e restituirci la nostra casa. Ma la questione non si esaurisce nella ricostruzione: esiste una dimensione di abitabilità, quella vitalità che la persona deve poter rimettere dentro la propria vita. Questa dimensione appartiene profondamente anche al medico. Il problema è che i contesti attuali rendono spesso difficile esprimerla. La deriva prestazionale, le esigenze di sostenibilità del Sistema Sanitario e tempi sempre più compressi rischiano di far prevalere la dimensione tecnica su quella relazionale. Se un medico ha sette o dieci minuti per una visita, è inevitabile che il tempo dedicato al prendersi cura venga compresso. Ma questo non significa che il medico non percepisca questo bisogno. Spesso lo sente profondamente. Anche l’esperienza personale può cambiare la prospettiva: il medico può trovarsi dall’altra parte della scrivania e sperimentare direttamente quanto alcune dimensioni della cura siano incomprimibili. Per questo anche l’architettura e l’organizzazione degli spazi possono contribuire a cambiare prospettiva. Quando abbiamo introdotto nelle sale di terapia immagini di Roma o la possibilità di ascoltare musica durante i trattamenti, abbiamo osservato un beneficio evidente. I pazienti stavano meglio, ma la trasformazione riguardava anche gli operatori sanitari. Uno spazio più umano non agisce soltanto su chi riceve la cura: modifica anche il modo in cui chi cura vive il proprio lavoro. Ripensare gli ambienti di cura significa allora non soltanto rendere più confortevole l’esperienza del paziente, ma restituire spazio anche al medico e agli operatori. Musica, immagini e architettura possono diventare gli strumenti attraverso cui la medicina recupera una dimensione essenziale: quella dell’abitare la cura».

Immagine di apertura: il professor Vincenzo Valentini in uno scatto recente

Alessandra Maria Abramo
Fiorentina, laureata in Scienze Politiche all’università del capoluogo toscano, ha collaborato fin da giovanissima con alcune testate giornalistiche della sua città. Giornalista pubblicista dal 2006, ha lavorato presso l’emittente televisiva Video Firenze - Toscana Channel, poi all’ufficio stampa della Casa Editrice Giunti fino al 2017. Oggi è giornalista freelance e si occupa di uffici stampa e comunicazione. Vive a Marradi, nel Mugello. Nel 2022 ha pubblicato, insieme al collega Franco Mariani "Lelio Lagorio, un socialista tricolore", per le Edizioni dell'Assemblea della Regione Toscana

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