Firenze 25 Settembre 2021
Dopo una vera e propria esplosione di popolarità, si sono spenti i riflettori sull’evento più importante dello sport paralimpico, finito con un risultato storico per la nazionale italiana: 69 medaglie in 11 sport e una finale con il botto con tre italiane sul podio della gara più prestigiosa, i 100 metri. Tutto questo ha contribuito a dare alle Paralimpiadi una copertura mediatica senza precedenti.
Già, la copertura mediatica, quella che trasforma poveri disgraziati o handicappati o, addirittura, “infelici” (così si chiamavano le persone con disabilità fino a qualche anno fa), in campioni da ammirare per la loro grinta, forza di volontà e spirito di sacrificio, e anche per le capacità atletiche che dimostrano nelle gare.

Le Paralimpiadi, grazie alle riprese video che le accompagnano, rappresentano un modo per educare l’occhio degli spettatori a non guardare con pietà e tristezza le amputazioni con i relativi i monconi più o meno devastanti, o gli arti magrissimi dei para e tetraplegici, bensì a vedere quello che queste donne e uomini riescono a fare sportivamente, nonostante tutto. Nel contesto mediatico capillare messo in atto per la Paralimpiade nipponica, l’atto atletico, e la performance fisica, hanno preso il sopravvento sulle menomazioni, dando senso a quella definizione, apparentemente vuota, di diversa abilità. Finalmente lo sportivo paralimpico da persona penosa da compatire e spesso brutta, da commiserare, diventa una star da ammirare. Grazie alle Paralimpiadi questa vista divenuta educata cambia la percezione di quel mondo. Questo il grande merito dello sport, trasformare una persona da compatire in un esempio da ammirare.
Ed è quello che il Comitato Italiano Paralimpico (CIP) ha cercato di trasmettere in questi anni: un forte messaggio di vero e proprio welfare sociale e di risveglio per quelle persone che per la vergogna connessa alla loro disabilità, tendono a chiudersi limitandosi ad una routine in un microcosmo fatto di illusorie sicurezze, dove ogni cosa è sotto controllo e l’azzardo viene accuratamente evitato. Oggi anche loro cominciano a dubitare della vita che conducono ed hanno, se non ancora la voglia, certamente la curiosità di provare, di azzardare. E in questo la società e il mondo dello sport, specialmente quello paralimpico, devono aiutarli.

Magari non diventeranno campioni ma si trasformeranno da spettatori della vita altrui in attori protagonisti della vita propria, con un’impennata della loro autostima e qualità della vita. E se queste persone si ritrovano soddisfatte e convinte delle proprie capacità, qualunque esse siano, l’intera società sarà più civile, inclusiva e crescerà di più e meglio. E pensare che tutto è nato in un ospedale, nel Buckinghamshire vicino Londra, ad Aylesbury nella unità spinale di Stoke Mandeville, dove negli anni Quaranta, quando ancora i social ben orchestrati non guidavano l’ostracismo verso la diversità, fu dato asilo ad un esule ebreo tedesco, che prima da neurologo, poi da dirigente medico trasformò quell’unità spinale, la più periferica e meno importante delle undici presenti già allora nel Regno Unito, in un esempio planetario, dove andare da tutto il mondo per studiare il Metodo Guttmann di trattare i medullolesi: niente suicidi, ospedalizzazione molto più breve, reazione alle cure sorprendentemente efficace. Grazie alla sua preziosa intuizione, il dottor Ludwig Guttmann restituiva alla società lesionati midollari che non erano più ombre di se stessi, ma protagonisti di una nuova esistenza, con la legittima aspettativa di nuove esperienze di vita. E tutto questo miracolosamente proprio grazie allo sport che in quell’ospedale si praticava come parte integrante del percorso riabilitativo.

In Italia il polo di eccellenza della riabilitazione post traumatica era allora il Centro INAIL di Ostia dove un illuminato direttore intuì subito l’efficacia del Metodo Guttman e lo fece immediatamente suo, ottenendo analoghi successi. Due figure come il Professor Antonio Maglio e il Dottor Ludwig Guttmann non potevano limitarsi a lasciare il segno nei loro ospedali, ma dovevano insegnare al mondo che diventare disabili non voleva dire morire, ma solo accettare di vivere diversamente. Così grazie all’investimento dell’INAIL i Giochi Internazionali di Stoke Mandeville a cui Guttmann aveva dato vita già nel 1948, si spostarono a Roma, dove 430 paraplegici felici, provenienti da 23 paesi, animarono le prime Paralimpiadi della storia.
Era il 1960 ed erano da poco finite le Olimpiadi. Allora tutti i presenti davano pietose carezze e timidi buffetti sulle spalle dei partecipanti, oggi chi vede un’azione paralimpica sa che sta osservando un campione che lo è soprattutto perché ha battuto il destino. E la meraviglia è che nonostante la Paralimpiade sia l’evento sportivo più importante al mondo, fra questi atleti regna la solidarietà e il rispetto reciproci. Tutti sanno dove vogliono arrivare ma nessuno dimentica da dove arriva, e cerca di essere stimolo ed esempio per gli altri. Tutti gli altri, disabili e abili.
Immagine di apertura: la tripletta “magica” dei 100 metri alle Paralimpiadi di Tokyo 2021: da sinistra a destra, Monica Contrafatto, medaglia di bronzo, Ambra Sabatini, medaglio d’oro, Martina Caironi, medaglia d’argento (fonte: www.chicchecalcio.it)




