Milano 27 Novembre 2021
Chissà se fossi “nata attrice” che ruolo mi avrebbe proposto Strehler. Forse ero anch’io un’aspirante tale, ma la scrittura ha avuto su di me il sopravvento; quindi, niente palcoscenico. Di Strehler ho sempre sentito parlare in casa da mio padre che con lui, da giovane, nel 1943 in una Svizzera che accoglieva esuli del fascismo che preparavano una nuova Italia, aveva condiviso la stessa stanza nel Campo militare per universitari italiani di Ginevra, vedendo nascere lo Strehler regista.

A Milano ogni prima di Strehler al Piccolo Teatro era un avvenimento, sempre grande era l’attesa e i miei non mancavano mai ai suoi spettacoli. Cresciuta in quell’atmosfera, avevo sempre avuto voglia di conoscerlo. Lui era un regista che si temeva, ma per davvero, famose erano le sue sfuriate. Ad un provino a cui lo stesso Strehler mi incitò a venire, non mi sottoposi; quando mio padre lo seppe, si rammaricò: sua figlia non avrebbe recitato con quel suo caro amico di gioventù. Ma io mi misi in testa di “recuperare” a modo mio. Però come? Decisi che un giorno avrei lavorato con lui. Ma ancora non sapevo bene come. Qualche anno dopo pensai che sarebbe stato bello fare un film su di lui. Dirigerlo? Che presunzione assurda! Lo avvicinai e lui mi diede appuntamento a casa (presente anche Andrea Jonasson, sua grande musa e moglie), gli dissi semplicemente che volevo fare un film su di lui, seguendolo passo passo nel suo teatro e in tournée, e che il punto di partenza sarebbero state le celebrazioni goldoniane.

Mi ascoltava, io attendevo una risposta e qui intervenne la complicità di Grisha, la sua gatta nera. Durante tutta quella nostra conversazione non aveva smesso di girare per la stanza, e quando fu il momento di ottenere la risposta da Strehler, la gatta si fermò immobile davanti alle mie gambe, come una scultura egizia. Giorgio sorrise forse anche un po’ beffardo, capì che la gatta era d’accordo e semplicemente mi disse: «Allora cominciamo». Il produttore lo avevo trovato in Francia perché allora non era facile far passare documentari alla tv italiana, e il canale prescelto sarebbe stato dunque la tv “intellettuale” franco tedesca Arte.
Così sono nati i tre film che ho realizzato su Strehler (Il Teatro della Poesia, Arlecchino servitore di due padroni e Poesia a quattro voci). Il materiale girato erano oltre trenta bobine, un fiume di immagini e di interviste; necessariamente al montaggio ho costruito una narrazione che ne lasciava fuori un’altra. Quindi ecco che dopo la morte di Strehler (nel 1997 a Lugano) pensai ad un dovuto omaggio a questo grande maestro che ha sempre visto il teatro come un “servizio pubblico” (Paolo Grassi, che con lui fondò il Piccolo Teatro di Milano, lo paragonava ad una sorta di centrale del latte) e credeva in un’Europa della cultura, non solo mercantile.

Nelle celebrazioni del centenario della nascita di Strehler (nel 1921 a Barcola, vicino a Trieste) il libro Il tempo di una vita da me scritto (edito da De Ferrari) rievoca le “gesta” di un titano del teatro illuminando però anche la sua figura di uomo in tutte le sue luci ed ombre, di cui Strehler in queste conversazioni con la sottoscritta autrice, non fa mistero. Anzi traendone beneficio, quasi si liberasse da cose mai dette prima. Decine di minuti di queste mie interviste video sono oggi confluite nel film Essere Giorgio Strehler di recente realizzazione (3D Produzioni) e andato in onda su Sky Arte. Dalla prefazione del mio libro trascrivo queste righe e una parte del ricordo di mio padre relativo all’amicizia nata in quel periodo di guerra. Mio padre, Giovanni, anche lui nello stesso Campo militare per universitari italiani di Ginevra, si trovava a condividere la stanza con il giovane Giorgio e assistette poi dal vivo al primo trionfo del suo amico: Il 14 aprile 1945, a Ginevra, un giovane talento della regia aveva messo in scena al Théâtre de la Comédie un dramma particolarmente difficile: Meurtre dans la Cathédrale di Elliot. Ma allora Strehler firmò la regia con il nome di Georges Firmy, attingendo al cognome della madre.

Così mio padre ricorda quel primo impegno teatrale di Giorgio: «Una sera del gennaio 1945, Strehler di ritorno a casa in orario insolito, sale rumorosamente le scale, sfonda a calci la porta, e mi grida a tutta gola: Una regia…una regia; ti dirò tutto stanotte:…ma adesso dammi la tua camicia bianca…devo fare bella figura con gli amici svizzeri. Dai, mona…aiutami! A notte avanzata, quando rientra, mi trova in piedi ad attenderlo: ero troppo in curiosità…Gorgio butta sul letto la (mia) camicia inzuppata di sudore, mi guarda fisso, poi si mette sull’attenti e con lenta, studiata dizione mi annuncia: Eliot, caro Giovanni, Eliot faremo Meurtre dans la cathédrale…la regia è mia, ormai è deciso. E si mette tutto allegro, a fischiettare un motivo di Mozart, come faceva abitualmente quando le cose marciavano….».
Immagine di apertura: Giorgio Strehler in un famoso scatto (fonte: biografieonline.it)
* Le foto del servizio, tratte dal libro Il tempo di una vita edito da De Ferrari, sono di Luigi Ciminaghi, dell’archivio Piccolo Teatro di Milano e dell’archivio del Corriere della Sera




