Milano 27 Gennaio 2025

Gli Anni Venti, gli Anni Ruggenti, l’Europa, risorta dalle macerie della Grande Guerra, crogiolo di rivoluzioni, arti, costumi. Parigi e non solo Parigi.

Parigi: Il café de la Paix, luogo di ritrovo di artisti e intellettuali alla fine degli anni Venti del secolo scorso (foto: Arte e Arti Magazine)

Ma sotto la veste scintillante il Secolo Breve allevava dittature totalitarie, repressioni, stravolgimenti. In agguato il nuovo conflitto mondiale. Anni anche di spie, esuli politici, faide tra partiti clandestini. È in questo convulso sottotraccia che spiccano due vite parallele su fronti politici opposti: la spia e lo spiato. In comune hanno solo l’origine: l’Oltrepò Pavese. L’agente segreto di Mussolini Ermanno Menapace, Voghera 1899, e la “primula rossa” Paolo Ravazzoli, Stradella 1984. Le racconta il giornalista pavese Roberto Lodigiani nel documentatissimo volume La spia del Duce, Zolfo Editore. Menapace, giovanissimo a Fiume con D’Annunzio, approda tra le camicie nere guadagnandosi, con la sua spregiudicata intraprendenza, i galloni di Fiduciario 98, spia dell’Ovra, l’organizzazione volontaria di repressione antifascista, creata nel 1927 da Mussolini.

La copertina del libro “La spia del Duce” di Roberto Lodigiani, Zolfo editore

Alto, piacente, folti capelli neri, uno 007 ante James Bond, scaltro a infiltrarsi tra i fuoriusciti antifascisti. Ravazzoli, nome di battaglia Lino, operaio, nel sindacato chimici della Pirelli, poi nel direttivo del partito comunista, allora Pcd’I. Si calerà in clandestinità a Parigi per sottrarsi al processone del Tribunale Speciale contro Gramsci, Togliatti, Terracini e un’altra ventina di dirigenti comunisti accusati di cospirazione. Una vita consacrata all’ideale di un fronte unitario antifascista aperto a socialisti e a “laici”. A costo dell’espulsione dal sindacato e dal partito, succubi entrambi della Terza Internazionale stalinista che qualificava “socialfascisti” i non allineati. Precoce nell’apprendere l’arte, invece, il futuro Fiduciario 98. Acceso patriota, aveva barato sull’età per partire soldato anzitempo nella Grande Guerra guadagnandosi una grave ferita. Con Mussolini in trono, in un bilocale di Milano, novembre ’26, riceve la visita di un emissario del partito fascista. «Parigi, perché mi volete mandare a Parigi?», chiede stupito. La capitale francese è il principale rifugio degli antifascisti, doveva spacciarsi per uno di loro, carpirne i segreti, seminare zizzania. Comincia cosi nella Ville Lumière la missione di spia.

L’avvocato Guido Miglioli (1879-1954), durante un comizio. Fu l’organizzatore dei sindacati degli agricoltori cattolici, le Leghe Bianche

All’inizio la gavetta, non dare nell’occhio: sguattero in un locale di rue de Bondy, covo di rifugiati. Ascolta, copia documenti, trasmette a Roma nomi e progetti sovversivi. In confidenza con il “cattolico bolscevico” avvocato Guido Miglioli, quello delle Leghe Bianche, i punta in alto nella gerarchia degli esuli: il conte Carlo Sforza, un passato di ministro e ambasciatore. Per screditarlo prova a coinvolgerlo in un finto piano di sollevazione antifascista con con le adesioni eccellenti di Nitti e don Sturzo. Sforza non abbocca, ma il flop non scoraggia il nostro che allunga la tela di ragno. Conquistata la fiducia degli esuli, il grembiule di sguattero non serve più. Commercia auto, abiti eleganti e serate al Moulin Rouge con i soldi dell’Ovra. Non lesina finanziamenti, e armi, ai rifugiati e sfoga la passione per le moto vincendo incredibilmente la Parigi-Nizza. Per penetrare nel cuore dell’area comunista Miglioli è la pista giusta. Lo colpisce nel punto debole presentandogli la sua amante del momento Marcelle, moglie di un facoltoso industriale. Miglioli ne resta incantato. La donna, quando capisce la trappola, lo prenderà a ombrellate ma l’avvocato resta la sua pedina preziosa nel doppiogioco della spia. Una catena di colpi di scena, morti strane, piroette politiche.
Meglio cambiare aria. Bruxelles, la Svizzera, una diabolica regia per smascherare all’Ovra gli antifascisti trascinandoli in un ipotetico attentato contro il ministro della Giustizia Alfredo Rocco al Palazzo delle Nazioni a Ginevra. Richiamato in Italia, viene destinato all’Africa orientale, terra di conquista del regime. Occorreva anche lì una rete spionistica, ma la sconfitta di Amba Alagi, maggio ’41, spegne il sogno imperiale di Mussolini e, provvisoriamente, la carriera dello 007 nostrano. Catturato dagli inglesi, il rimpatrio a guerra finita.

Un’immagine giovanile di Paolo Ravazzoli (1894-1940), politico e sindacalista, uno dei dissidenti espulsi dal Partito Comunista per l’opposizione alla politica filo-staliniana

Meno spettacolare ma altrettanto tormentato il percorso di Paolo Ravazzoli/alias Lino. Umili origini, il socialismo respirato in famiglia, autodidatta. Un viaggio in Urss, culla della rivoluzione proletaria. Poi eccolo alla catena di montaggio del Renault nell’ Ile-de-France a vivere la condizione operaia e farsi le ossa nel sindacato e poi nel partito. Va e viene dall’Italia, le Leggi Eccezionali lo trovano nel direttivo del PCd‘I , ma continua a organizzare riunioni carbonare, a elaborare strategie antifasciste, scrive sulla stampa clandestina per tenere unite le file degli esuli. Nella base parigina lo attende una battaglia, forse più dura. Quel progetto di una specie di Stati Uniti antifascisti a difesa della democrazia borghese che coltivava in Italia diventa pietra dello scandalo per i compagni, decisi a non farsi contaminare dai “socialfascisti”. Nel 1930, il PCd’I’ lo espelle con Felice Leonetti e Pietro Tresca. Anni febbrili, il crac del ’29, Hitler alle porte, acque agitate in Spagna e Francia, le sorti incerte dei Fronti popolari, solchi sempre più profondi tra gli esuli di sinistra: una galassia instabile di massimalisti, anarchici, marxisti di diverse scuole. Lotte fratricide. Prevale la linea sovietica – partito granitico, rivoluzione in un solo Paese, all’indice Trotzky (fatto eliminare poi dallo spionaggio) che dall’esilio proponeva una Quarta Internazionale per la rivoluzione permanente aperta ai movimenti degli altri Paesi perché nell’URSS di Stalin non poteva nascere la nuova società.

Ermanno Menapace negli anni Venti del secolo scorso

Lino trova sponda nel Noi (Nuova opposizione italiana) ma presto anche qui lo espellono mentre le simpatie per Trotzky si appannano. Delusioni, minacce. All’ex compagno che gli dà del traditore replica: «Non è questo il socialismo che abbiamo sperato». Non rinnega le lotta proletarie degli anni giovanili. Ma in un mondo che precipita nel baratro, l’Urss che firma un patto con Hitler, le destre che avanzano, guerra civile in Spagna, si sente «uno senza regola». E deve tirare avanti la famiglia, moglie e due figli. Nel ’35 Nenni gli aveva aperto le braccia del Psi, ma la speranza di continuare con i socialisti la battaglia per la coalizione antifascista come la pensava lui – il movimento operaio deve mantenere l’ autonomia, puntare sempre a rovesciare il capitalismo e non annacquarsi nel blocco di Francia, Gran Bretagna e Unione Sovietica – ha vita breve. Getta la spugna e mentre infuria il conflitto mondiale torna indossare la tuta alla Renault. Morirà a 56 anni: un infortunio sul lavoro poco curato. Lino, dice l’autore, «incarna le contraddizioni ma anche le virtù della sinistra antistalinista». Epilogo altrettanto coerente con il suo passato attendeva pure Menapace. Con la sua abilità di manovra, caduto il Fascismo, resta a libro paga dei servizi ancora in mano a molti ex Ovra. In sonno per qualche tempo, è richiamato al lavoro fra il ’53 e il ’54 – piena guerra fredda – per mettere al bando i comunisti riesumando leggi del Ventennio. Un intrigo con l’appoggio di gruppi industriali e di Washington. Ma il piano finì sconfessato dal Presidente del Consiglio Scelba, non tenero con i comunisti, ma fedele alla Repubblica. A rendere pubblica la trama fu un giornalista che scovò la vecchia spia nel bar di un paesino in Valtellina rinfacciandogli il suo passato. Menapace gli intimò di non pubblicare nulla rivendicando amicizie altolocate, ma il giornalista gli voltò le spalle e uscì dal bar. Menapace e Ravazzoli, spia e spiato, due vite speculari…..

A unirle, l’Oltrepò, e il libro di Lodigiani.

Immagine di apertura: foto di TAI-Design

Andrea Biglia
Giornalista professionista dal 1971. Milanese, si è laureato in Filosofia alla Statale. A fine 1969 l'ingresso al "Corriere della Sera" dove ha percorso tutta la vita professionale, a parte un paio di libri e qualche pubblicazione extra. In via Solferino cinque anni di gavetta, l'ingresso nella redazione del "Corriere d'Informazione" e poi il "Corrierone" occupandosi per lo più di cronache, fino alla pensione.

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