Milano 27 Luglio 2025
C’è chi cerca l’aria e chi cerca l’acqua e le sue profondità. L’apnea, disciplina estrema, è nota a tutti grazie a Enzo Maiorca, siracusano capace di portare il corpo umano dove sembrava impossibile e, adesso, a Alessia Zecchini, romana, classe 1992, pluricampionessa mondiale e simbolo di una generazione che vede nell’apnea non solo sport, ma uno stile di vita. È il caso di Alessandro Carbone, 34 anni, che a febbraio ha lasciato il suo lavoro a Milano nel settore del software per trasferirsi a Dahab, in Egitto, una delle capitali mondiali dell’apnea.
Qui vive, si allena, insegna, e soprattutto si immerge. Lo fa ogni giorno, in profondità.
In questa intervista ci accompagna alla scoperta di uno sport che insegna a respirare. Dentro e fuori dall’acqua.

Alessandro, come sei arrivato all’apnea?
«Sono nato come subacqueo. Per anni ho praticato immersioni con le bombole, spinto da una forte attrazione per il mare. Tutto è cambiato durante un’immersione ad Acireale, in Sicilia: lì ho incontrato Lorenzo Torti, a capo della sezione apnea di NADD Italia. Un mondo completamente diverso: niente bombole, niente attrezzatura pesante, solo il corpo, il respiro e il mare. Una sfida radicale, ma allo stesso tempo essenziale, autentica. Ho iniziato a praticare in piscina l’apnea dinamica che consiste nel percorrere in orizzontale la maggiore distanza possibile trattenendo il fiato. Fin da subito ho percepito una connessione profonda con questa disciplina: mi metteva a confronto con me stesso, con le mie sensazioni. È stato l’inizio di un amore incondizionato, che in breve tempo mi ha spinto a desiderare qualcosa di più. Così, nel giugno 2023, ho deciso di tuffarmi in mare aperto. È stata la mia prima esperienza in acque libere: un passaggio fondamentale. Lì ho conseguito i primi brevetti, e ho capito che quella non era più solo una passione: era diventata una scelta di vita. Pochi mesi dopo, ad agosto, sono partito per Dahab, in Egitto, mecca mondiale dell’apnea. Chiunque pratichi questo sport sa cosa rappresenta: un punto di riferimento internazionale. È stato lì che ho intrapreso un percorso più profondo e consapevole, dedicandomi con impegno alla disciplina della profondità. Da quel momento non ho più smesso. A febbraio ho lasciato Milano. Oggi vivo e mi alleno a Dahab. L’anno scorso sono diventato istruttore. In futuro mi piacerebbe aprire un centro, ma per il momento mi dedico all’allenamento e alla crescita personale».

L’apnea non è una disciplina unica….
«Vero. Le categorie principali sono tre: apnea dinamica, statica e profonda. La prima si pratica in piscina: l’obiettivo è percorrere in orizzontale, sott’acqua, la massima distanza possibile con un solo respiro. È molto utile per allenare la tecnica e la gestione del fiato. L’apnea statica si svolge restando immobili in superficie, e punta tutto sulla durata: si tratta di trattenere il fiato il più a lungo possibile, in uno stato di totale quiete. Infine, c’è l’apnea profonda, quella che pratico di più e preferisco. In questo caso, l’immersione è verticale, in mare (o lago), e si cerca di raggiungere la maggiore profondità possibile. È la forma più intensa e trasformativa di apnea. Ma non esiste una sola modalità di discesa: ci sono diverse specialità, ciascuna con regole, caratteristiche tecniche e protocolli di sicurezza ben definiti. Le principali sono: l’assetto costante con pinne, la modalità forse più “classica”. Si scende e si risale con due pinne. Poi c’è l’assetto costante con monopinna, in cui si usa una grande pinna a forma di coda di sirena. È molto performante, ma anche estremamente tecnica: la discesa è fluida, elegante, quasi danzata. È la disciplina con cui ho raggiunto i 75 metri. Altra modalità di discesa è la rana subacquea: più lenta e faticosa, si scende con movimenti simmetrici di braccia e gambe, come nel nuoto a rana. È molto impegnativa e viene scelta spesso per esigenze di stile o preparazione atletica specifica. Infine la Free immersion, la mia preferita. Si scende senza pinne, utilizzando solo le braccia, tirandosi lungo il cavo guida. È intensa, richiede concentrazione, controllo e una forte connessione con il corpo. È con questa disciplina che ho toccato i 73 metri in gara, alla Mediterranean Cup a Cefalù».

Che cosa si prova nel silenzio di una discesa profonda?
«La più intensa è, senza dubbio, la caduta libera. C’è un momento preciso in cui smetti di pinneggiare, lasci andare il corpo e semplicemente scendi. Non stai più facendo nulla: ti lasci attrarre dal fondo, come se una forza invisibile ti stesse richiamando verso il centro della terra. È una sensazione unica, come volare sott’acqua. Ma subito dopo arriva qualcosa di ancora più profondo: una pace assoluta. L’apnea ti mette davanti a te stesso, ti costringe a guardarti dentro. È uno specchio, e ti restituisce esattamente ciò che porti in acqua. Se sei agitato, lei te lo mostra. Se sei centrato, ti accoglie. Durante certe discese mi capita spesso di sentirmi totalmente immerso – non solo fisicamente, ma mentalmente – in uno stato di calma e connessione. Con il mare, con la natura, con me stesso. È una condizione che non riguarda solo la mente: anche il corpo cambia. Il battito cardiaco rallenta e tutto l’organismo entra in uno stato di quiete. È come se il corpo, da solo, imparasse a non sprecare nulla. E questa pace che trovi sott’acqua non finisce lì: te la porti dietro. Quando riemergo dopo una sessione profonda, mi sento spesso più leggero, più lucido, più in sintonia con il mondo. Quasi invulnerabile. E quella sensazione rimane, anche dopo ore».
Negli ultimi anni sempre più giovani si avvicinano all’apnea. Secondo te, che cosa di questa disciplina affascina tanto le nuove generazioni?
«Viviamo in un mondo dove tutto è frenetico: siamo sottoposti a continue aspettative e raramente ci concediamo il lusso di fermarci. Ecco, l’apnea è proprio questo: un tempo sospeso, uno spazio di silenzio e presenza. Quando sei in acqua, tutto si ferma. È una condizione unica, che ti libera da tutto ciò che è esterno. Ed è forse proprio per questo che sempre più giovani sentono il bisogno di avvicinarsi a questa pratica. Allo stesso tempo, non è uno sport soltanto per giovani. Conosco persone ultrasessantenni che praticano l’apnea con grande passione e ottengono risultati eccezionali. Ageo Clini recentemente ai campionati italiani di apnea sul Garda ha raggiunto i 73 metri con le pinne stabilendo un nuovo record mondiale (non ancora omologato) per categoria over 60».

Ma ci sono dei rischi?
«Gli incidenti gravi sono rarissimi, e nella maggior parte dei casi avvengono per omissioni, disattenzioni o mancato rispetto dei protocolli di sicurezza. Le regole ci sono, sono chiare e funzionano molto bene, ma vanno conosciute e rispettate. Il primo principio, fondamentale, è: mai da soli; l’apnea si fa in coppia, sempre. Il compagno è la tua ancora di salvezza. È lui che ti osserva, che monitora il tuo rientro, che interviene se succede qualcosa. Perché in acqua la sicurezza viene prima della performance. Esistono due eventi fisiologici che possono verificarsi e che è importante conoscere: il primo si chiama samba, o loss of motor control. Si tratta di una perdita temporanea del controllo muscolare, dovuta ad una lieve ipossia. Il corpo comincia a tremare, a muoversi in modo incontrollato (da qui il nome). È un campanello d’allarme: significa che si è arrivati oltre il limite. Il secondo evento, più serio, è il blackout: una vera e propria perdita di coscienza, che può avvenire sia in profondità sia in superficie. È una reazione del corpo alla carenza estrema di ossigeno. Il cervello, per proteggere gli organi vitali, “spegne” tutto il resto. È una condizione che può essere gestita, ma solo se chi è con te sa come intervenire. Per questo è essenziale imparare le manovre di soccorso, sapere cosa fare se il compagno non respira o perde conoscenza. Esistono rischi legati ad ambienti sconosciuti: bisogna studiare bene il luogo in cui ci si immerge, informarsi, chiedere a chi conosce la zona. E poi ci sono i tempi di recupero: tra una discesa e l’altra, bisogna rispettare le pause, perché il corpo ha bisogno di tempo per riequilibrarsi. Nel mondo dell’apnea sportiva questi aspetti sono molto curati. Ci sono standard precisi, assistenti di superficie, linee guida. Diverso il discorso quando si parla di pesca in apnea: chi pesca spesso va da solo, non usa il lineard (il cavo che collega l’atleta al cavo), non ha un compagno. Spesso resta in acqua per tre o quattro ore, ripetendo risalite e discese senza pause. È in questi casi che i rischi aumentano sensibilmente. Un altro tema riguarda la malattia da decompressione (DCS). È molto rara nell’apnea, perché si trattiene il fiato e non si usa aria compressa, ma può verificarsi se non si rispettano i tempi di superficie tra una discesa e l’altra, soprattutto oltre certe profondità».

Hai raggiunto traguardi importanti nell’apnea profonda. Ce li racconti?
«Sì, proprio pochi giorni fa ho partecipato alla Mediterranean Cup a Cefalù, una competizione importante dove ho avuto anche il piacere di gareggiare con Alessia Zecchini, campionessa del mondo. In quella gara ho raggiunto i 73 metri in free immersion, che è stato il mio personal best in gara. Con la monopinna, invece, ho toccato i 75 metri in un’altra competizione».
Rispetto ai grandi atleti del passato, che cosa è cambiato nel mondo dell’apnea negli ultimi anni?
Uno dei cambiamenti più significativi riguarda lo studio della compensazione, una vera svolta tecnica. Parliamo dell’insieme di tecniche che permettono di equilibrare la pressione nelle orecchie e nei seni paranasali durante la discesa. Senza una buona compensazione, andare in profondità in sicurezza è impossibile. Fino a venti anni fa, chi riusciva a superare certe quote era spesso considerato un “talento naturale”. Quelle capacità non erano trasmissibili, perché non c’era una base teorica solida su cui costruire un insegnamento. Poi le tecniche di compensazione sono state studiate e codificate. Sono nati protocolli precisi. Chiunque può impararle – con impegno, allenamento e il giusto supporto. Questo ha reso l’apnea profonda più accessibile. Non è più una disciplina riservata a pochi “superuomini”, ma un percorso praticabile da chiunque decida di dedicarsi con serietà a questo mondo».
Nel tuo viaggio nell’apnea, ci sono stati incontri importanti?
«Due persone fondamentali nel mio percorso sono Gus Kreivenas, fondatore della scuola di Freediving Touchdown – un riferimento prezioso a Dahab – e Tito Zappalà, fondatore di Early Turn Academy. Entrambi mi hanno guidato con pazienza e una passione contagiosa. Attualmente sto terminando il corso di share equalization con Federico Mana».
Immagine di apertura: Alessandro Carbone in immersione (fonte: Instagram)




