«Se basta una stanza a modificare il nostro sentire, se la felicità può dipendere dal colore delle pareti o dalla forma di una porta, che cosa ci accadrà nella maggior parte dei luoghi che siamo costretti a guardare e ad abitare?» si è chiesto Alain de Botton, raffinato scrittore svizzero, in Architettura e felicità, edito da Guanda. Secondo de Botton possiamo sentirci persone diverse in luoghi differenti, essere felici e creativi in un posto e non esserlo in un altro. Del resto è dimostrato che l’architettura esercita un’influenza positiva o negativa, arricchisce o impoverisce la nostra esistenza, “non è mai neutrale”.

Le Neuroscienze da alcuni anni cercano di capirne di più scandagliando il cervello con sofisticate tecniche di imaging funzionale che consentono di visualizzare quali aree cerebrali si attivano in certe situazioni o di fronte a certi stimoli grazie all’aumento del loro metabolismo. Ne sono emerse scoperte interessanti: i soggetti che vivono in ambienti con soffitti alti utilizzano aree corticali associate al pensiero astratto (spiritualità e creatività), diversamente i soffitti bassi sembrano favorire le mansioni concrete. Oggi, secondo Joan Meyers, studiosa di marketing e comportamento dell’Università del Minnesota, nei grandi centri commerciali, un soffitto alto capace di comunicare un senso di libertà dalle ansie del quotidiano, incoraggia agli acquisti. Le sale operatorie, al contrario, sembrano giovarsi dei soffitti bassi perché favoriscono la concentrazione.
Vittorio Lingiardi, psichiatra, psicoanalista e docente all’università La Sapienza di Roma, nel suo ultimo libro Mindscapes edito da Cortina, ci invita a ripensare l’idea di paesaggio preferito che lui definisce come un luogo che cerchiamo nel mondo per dare forma e immagine a un “luogo” che è già dentro di noi. Montagne e fiumi, oceani e deserti, architetture, città, monumenti e rovine abitano la nostra mente come strutture psichiche: sono uno specchio delle nostre emozioni.
Su un percorso simile James Hillman, psicoanalista e filosofo statunitense autore con l’architetto Carlo Truppi, professore ordinario di progettazione ambientale alla Facoltà di Architettura dell’università di Catania con sede a Siracusa, de L’anima dei luoghi edito da Rizzoli, che riflette sul concetto di “natura animata”. Rispettare un territorio, proteggendolo ecologicamente invece di distruggerlo, significa permettere alla sua energia di sopravvivere nel tempo e di giungere sino a noi. Non sovrapponendo la razionalità all’autenticità del luogo, si può riscoprire come tutto è vivo e tutto ci parla. Sposando questa tesi, se le città vogliono dare un contributo positivo alla vita dei loro abitanti, devono rispettare e rispecchiare la natura segreta, e specifica, dei luoghi in cui sorgono.

Purtroppo oggi in Italia, come in molti altri Paesi, tutto questo è spesso solo utopia: basta pensare a tante periferie e zone che diventano terreno di vulnerabilità e fragilità, capaci di indurre nei loro abitanti disturbi di disadattamento sociale anche gravi. «Le periferie attuali, come Quarto Oggiaro a Milano, Scampia a Napoli e lo Zen di Palermo, oggi San Filippo Neri – spiega l’architetto Gabriele Tagliaventi, Ordinario di Architettura tecnica a Ferrara e collaboratore dell’architetto lussemburghese Léon Krier – costruite con i canoni del modernismo, sono in realtà “sfrattate”, tagliate fuori dalle grandi città, chiuse in mostruosità urbanistiche, quasi a voler rimarcare il degrado sociale presente al loro interno». Léon Krier ha elaborato un’idea dell’architettura come patrimonio simbolico da recuperare integralmente alla vita civile, comprese le famigerate periferie. Dopo aver firmato progetti a Parigi, Berlino e Washington con l’intento di costruire nuovi valori attraverso la riproposizione delle forme tradizionali delle città europee e il recupero di tecnologie costruttive premoderne, è diventato consigliere per l’architettura e l’urbanistica del principe di Galles.

Con la realizzazione del villaggio di Poundbury, nella contea di Dorset, nell’area sudovest dell’Inghilterra (1985-95) costruito sopra terreni di proprietà del duca di Cornovaglia (il principe Carlo grazie a questa carica, possiede propri terreni, compresa quasi tutta la Cornovaglia), ha ottenuto pieno riconoscimento a livello mondiale.

La corrente architettonica del Rinascimento urbano, fondata da Tagliaventi, in linea con i principi e le idee di Krier, è un tentativo coraggioso di attuare anche in Italia una pianificazione a misura d’uomo.

L’esempio più interessante e rappresentativo è il quartiere Citta Nuova di Alessandria (1998-2000), una serie di edifici che ripercorrono i canoni che nel Rinascimento crearono Pienza. Da un quartiere degradato e spoglio danno vita a ampi appartamenti, vie con portici, colonne, piazze pedonali, architravi a vista, tutti segni di un abitare consapevole e intelligente. Altre realizzazioni di quartieri progettati dall’architetto ravennate sono presenti a Bologna, a Piove di Sacco (Padova), Valenza Po (Alessandra) ma soprattutto in Francia e negli Stati Uniti. Dal 1992 Tagliaventi è curatore della Triennale Internazionale di Architettura e Urbanistica A vision of Europe di Bologna, inaugurata dal Principe del Galles. Anche Kier e Tagliaventi non sono esenti da critiche: c’è chi sostiene che la loro idea di Rinascimento urbano è artificiosa e estranea alla vita di oggi.
Immagine di apertura: le ormai tristemente famose Vele di Scampia, il quartiere più degradato di Napoli (foto di Mirko Bozzato)




