Pavia 23 Aprile 2020

Dopo vent’anni di accertamenti e verifiche l’Organizzazione Mondiale della Sanità si è finalmente pronunciata sulla validità dell’arteterapia, e la risposta è stata positiva. In un corposo report che ha preso in esame circa novecento studi pubblicati dall’anno 2000 in poi, sono stati analizzati i risultati che mostrano come la pittura, la musica e la danza possano giovare a chi è vittima di ricordi traumatici o di uno stato di depressione, ma siano anche efficaci nel ridurre lo stress del ricovero in ospedale e il dolore postoperatorio.
Il rapporto, di cui la prima coordinatrice è Daisy Fancourt, epidemiologa sociale dell’University College di Londra, sottolinea l’efficacia della musica dopo gli interventi chirurgici per ridurre il dolore (del 10 per cento), e gli stati d’ansia (del 21 per cento). La musicoterapia sarebbe in grado, inoltre, di potenziare il legame affettivo fra la mamma e il bambino e di facilitare l’apprendimento dei primi rudimenti di linguaggio nei neonati. Secondo il report OMS l’arteterapia agirebbe sul meccanismo di regolazione delle emozioni, stimolando soprattutto i sensi. È noto che si può accedere alle proprie emozioni per via introspettiva – attività che può essere stressante per chi ha ricordi traumatici – ma anche attraverso la stimolazione sensoriale, ovvero disegnando, dipingendo, modellando creta o ascoltando musica. Inoltre la risposta agli stimoli artistici, una miscela di attenzione e rilassamento, può indurre variazioni del ritmo cardiaco con riduzione degli enzimi dello stress.

La danza si è rivelata una vera e propria terapia per i malati di Parkinson (foto di fsHH)

Tra gli esempi virtuosi citati dal report c’è il programma Dance Well promosso a Bassano del Grappa (Vicenza): lezioni bisettimanali di danza per migliorare movimenti ed equilibrio dei parkinsoniani. Non solo; si è osservato che l’arte permette a questi pazienti una comunicazione migliore rispetto al linguaggio e alla scrittura. Diane Waller, arteterapeuta inglese, afferma che il malato di Parkinson è “consumato” dal processo artistico; intende dire che per queste persone l’intensità del coinvolgimento creativo è enorme. Nei soggetti con malattia di Alzheimer l’arteterapia agisce su due fronti: cognitivo ed emotivo. Nel primo si “somministrano” stimoli artistici mirati sui deficit intellettivi (memoria, linguaggio, attenzione); nel secondo lo stimolo artistico in senso stretto favorisce effetti ludici e comunicativi tra paziente, operatore e famigliari.

Così un paziente della comunità psichiatrica di Villa San Giorgio (Varzi) raffigura la depressione

Ma non è da oggi che la scienza medica si interessa a queste attività. Lo ha fatto prima la psichiatria. Il clima di rinnovamento che coinvolse il mondo dell’arte nella prima metà del Novecento registrò due momenti culminanti in questo ambito. Il primo fu la pubblicazione, nel 1922, del testo dello psichiatra tedesco Hans Prinzhorn La produzione plastica dei malati mentali che esplicita come la pulsione creativa accomuni tutti gli artisti, sani e malati che siano. Il secondo fu la nascita nel 1947 della Compagnia dell‘Art Brut, dovuta al pittore e scultore francese Jean Dubuffet, che raccoglie artisti originali, visionari, folli, incolti, autodidatti, fuori in ogni caso dai circuiti ufficiali.

Molto più tardi, nel 1972 Roger Cardinal, professore di Estetica all’università del Kent, coniò il termine Outsider Art con cui venivano indicate tutte le opere prodotte dallo stesso tipo di artisti, ma con un esplicito riferimento alla loro condizione di “estraneità” all’arte accademica. Oggi gli Outsider Artist si confondono nell’anonimato urbano delle periferie, nei centri di igiene mentale, nelle comunità psichiatriche o sulla strada.

Una paziente della comunità psichiatrica La Braia (Alessandria) mentre lavora ad un’opera

Antecedenti a Prinzhorn, Sigmund Freud e Carl Gustav Jung avevano contribuito alla scoperta e allo studio dei numerosi punti di contatto tra la psiche e l’arte. Il primo escogitò e inaugurò l’interpretazione analitica dei disegni dei bambini con il “caso clinico del piccolo Hans” del 1908. Il secondo sperimentò su se stesso la tecnica dell’Immaginazione Attiva, che assumeva la premessa che: “ciascuno di noi è continuamente attraversato da immagini di cui non è consapevole o a cui non presta attenzione”. Tali immagini costituiscono un materiale simile a quello dei sogni e sono un’opportunità unica per confrontarsi con l’inconscio. Queste sperimentazioni sui pazienti daranno vita all’archivio che custodisce più di quattromila opere, per lo più dipinti, eseguite tra il 1917 e il 1955, presso il Jung Institut di Kusnacht, sul lago di Zurigo. Da questo momento in poi l’uso di pennelli e colori ha fatto scuola.

Un dipinto a tempera su legno della Comunità psichiatrica La Braia (Alessandria)

L’interesse per l’analisi della produzione artistica in concomitanza con il suo utilizzo come terapia del disagio mentale ritorna sulla scena negli anni Ottanta, dopo la legge Basaglia e l’apertura delle nuove comunità psichiatriche, in cui è prevista o almeno consigliata la presenza di un arteterapeuta per il disegno, la musica o la danza. A Milano in quegli anni ed oltre nella sede della associazione Pratica Freudiana, lo psicoanalista Sergio Finzi teneva seminari e una Scuola di pittura cui partecipavano nomi come Ernesto Treccani, Emilio Tadini, Guido Crepax, Alik Cavaliere e fotografi come Carla Cerati, Maria Mulas, Toni Nicolini.

Ancora una tempera su polistirolo realizzata nella Comunità psichiatrica La Braia (Alessandria)

« Non è l’arte che è una terapia – osserva Finzi – , lo è il percorso che permette al soggetto di riacquisire un rapporto con la tecnica espressiva inceppata a causa delle inibizioni o delle fantasie maniacali prodotte dalla malattia mentale». Anche lo psichiatra genovese Giandomenico Montinari, coordinatore scientifico di comunità psichiatriche del Piemonte orientale, è un convinto sostenitore di questa tecnica di riabilitazione di cui vede i frutti.

Immagine di apertura: Tempera su legno, Comunità psichiatrica La Braia (Alessandria)

Nato a San Giorgio di Lomellina, ma pavese di adozione, si è laureato in Filosofia e Psicologia a Pavia, dove ha risieduto dal 1975 al 2015, mantenendo attività clinica e didattica e dal 1999 è stato docente di "Tecniche di riabilitazione psichiatrica" all'Università del capoluogo. Psicoanalista Arteterapeuta, allievo di Sergio Finzi e Virginia Finzi Ghisi è membro dell'associazione "La Pratica Freudiana" di Milano, dove dal 2000 ha tenuto seminari. Fondatore di "Tracce di Territorio", associazione no-profit con sede in Lomellina, è tra i promotori di gruppi di studio di Psicoanalisi e laboratori di Arteterapia. Ha pubblicato con Selecta : "L'insonnia", "Problemi etici in psichiatria", "Guida illustrata ai farmaci in psichiatria".

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