Milano 27 Marzo 2024
Quando pensi al “bianco e nero” dei grandi film hollywoodiani, la riflessione corre metaforicamente anche ai colori della discriminazione razziale che ogni volta sembra consumarsi sotto il cielo della notte degli Oscar.

Certo, di proverbiale acqua ne è passata parecchia sotto i ponti. Gli attori neri venivano spesso raffigurati in ruoli stereotipati e umilianti, incarnando personaggi caricaturali che riflettevano i pregiudizi etnici dell’epoca. Emblematico il caso della diva Hattie McDaniel: fu il primo artista afroamericano in assoluto ad aver conquistato l’ambita statuetta (nel 1940, come attrice non protagonista), grazie all’interpretazione della celeberrima Mammy di Via col vento. Ma la star fu in seguito oggetto di accese critiche da parte di diversi membri della comunità black, per aver rivestito, nel corso della carriera, svariati ruoli svilenti, ancorati alle convenzionali raffigurazioni sul grande schermo del “nero” (sempliciotto e negligente). La McDaniel difese le proprie scelte: in un’epoca in cui le opportunità per gli attori afroamericani erano francamente limitate, dichiarò che quelle sue parti avrebbero potuto contribuire a promuovere una maggiore accettazione e comprensione del cosmo afroamericano. «Preferisco interpretare una cameriera piuttosto che esserlo!», chiosò per liberarsi dal fango delle contestazioni. Per la cronaca, il produttore del kolossal, David O. Selznick, per consentire l’ingresso dell’attrice alla dodicesima edizione degli Academy Awards, presso l’Ambassador Hotel, fu addirittura costretto a richiedere un favore speciale alla direzione del locale, che perseguiva una rigorosa politica anti-neri. Non soltanto. La McDaniel venne poi accompagnata mica al desco delle stelle di Via col vento (dove Selznick sedeva con Olivia de Havilland e i due protagonisti nominati all’Oscar, Vivien Leigh e Clark Gable) ma a un tavolino sistemato in disparte, contro una parete lontana…

Il tempo, fortunatamente, ha un po’ mutato lo scenario. Negli anni Sessanta e Settanta, i movimenti per i diritti civili hanno acceso una maggiore consapevolezza e attenzione sulla rappresentazione degli attori neri nel cinema. Film come Indovina chi viene a cena, diretto da Stanley Kramer, e La calda notte dell’Ispettore Tibbs, firmato da Norman Jewison, hanno affrontato i temi del razzismo e della discriminazione offrendo ruoli più compositi e dialettici agli attori di colore: entrambi del 1967, tutti e due vedono la partecipazione di Sidney Poitier, il primo afroamericano a vincere l’Oscar come miglior attore nel 1964 per il suo ruolo ne I gigli del campo, di Ralph Nelson, la cui trama ruota attorno a un operaio itinerante, coinvolto da un gruppetto di monache tedesche nella costruzione di una cappella.
Ma la strada verso una vera parità inclusiva sembra restare un percorso accidentato. La stessa assegnazione degli Oscar è uno specchio delle sfide che gli attori neri affrontano a Hollywood. Esempio lampante? L’edizione del 2016, ossia quando la mancanza di attori black tra le nomine al premio dorato ha sollevato una forte reazione all’interno della macchina cinematografica e dell’opinione pubblica.

A tal punto da spingere April Reign, media strategist e sostenitrice della diversità e dell’inclusione, a scatenare, nei canali social, l’hashtag #OscarsSoWhite, una forma di protesta e dura critica nei confronti delle decisioni dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences.
E c’è pure chi in quell’anno, sull’onda emotiva suscitata dal polemico hashtag, s’è chiesto: ma cos’è che gli illustri membri dell’Academy valorizzano nelle performance degli artisti neri? La risposta (avanzata da Brandon K. Thorp sulle pagine del New York Times) è piuttosto sorprendente, e decisamente provocatoria: fino al 2016, nella storia degli Oscar, soltanto dieci donne di colore sono state nominate come miglior attrice, e nove di loro hanno interpretato personaggi sbandati, “senza fissa dimora” (se si eccettua la domestica Aibileen ─ Viola Davis ─ nella fortunatissima pellicola The Help, diretta nel 2011 da Tate Taylor). A partire da Dorothy Dandridge, nel film Carmen Jones (1954, di Otto Preminger), nei panni di un operaia ammaliante, fuggiasca e mangiatrice di uomini, fino a Re della terra selvaggia (2012, diretto da Benh Zeitlin), con la giovanissima Quvenzhané Wallis nel ruolo di una bambina la cui esistenza è minacciata dalle continue alluvioni. «Nessuna donna nera ha mai ricevuto una nomination come miglior attrice per aver interpretato una dirigente o anche un personaggio con una laurea!», commenta Thorp con pungente piglio. Parrebbe davvero che le candidature agli Oscar premino le black performance che toccano, spesso e volentieri, le situazioni buie, traumatiche: donne intrappolate nella morsa della schiavitù, madri squattrinate, famiglie che lottano per tirare avanti…

Quattro esempi: la citata Hattie McDaniel, ma anche la “badante” Octavia Spencer, miglior attrice non protagonista in The Help, e Lupita Nyong’o in 12 anni schiavo, e poi, nel 2002, Halle Barry per il suo ruolo nel film di Mark Forster Monster’s ball – L’ombra della vita: quello di Leticia Musgrove, la quale cerca di provvedere al figlio con i pochissimi soldi racimolati come cameriera dopo che il marito, in prigione, è stato giustiziato sulla sedia elettrica. Per la cronaca, Halle Barry è stata la prima donna di colore a vincere l’Oscar come miglior attrice protagonista.
È vero: gli Anni Novanta hanno segnato una sorta di Black Reinaissance, in cui la raffigurazione dell’universo afroamericano ha conosciuto una più significativa consistenza cinematografica, grazie a calibri quali Will Smith (due candidature e una vittoria nel 2021), Morgan Freeman (quattro nomination e vincitore del Premio per per la sua interpretazione in Million Dollar Baby), Samuel L. Jackson (Oscar alla carriera nel 2022 e candidato nel 1995 per Pulp Fiction) e Denzel Washington (due Premi vinti e ben sette designazioni). Ma, dice Thorp, tredici delle prestazioni attoriali riconosciute coinvolgono uomini dietro le sbarre: arrestati o incarcerati, come per esempio Chiwetel Ejiofor che incarna Solomon Northup in 12 anni schiavo, talentuoso violinista nero imprigionato, frustato, privato dei documenti e venduto.
È sempre in qualche modo palpabile questa persistente sottorappresentazione hollywoodiana dei neri nei film di alto profilo e nelle principali categorie di premiazione. Sulla questione il professor Todd Boyd, studioso di cinema e media, e docente alla School of Cinematic Arts della University of Southern California, ha sentenziato: «Gli Oscar sono semplicemente un sintomo, non la malattia». Una malattia cronicamente alimentata dalle barriere sistemiche e dai limitanti pregiudizi radicati.

Tant’è che l’attore Joaquin Phoenix, nel ricevere il premio BAFTA nel 2020, non ha esitato a denunciare il suo profondo senso di conflitto interiore dovuto all’adamantina consapevolezza delle disuguaglianze connaturate nell’industria filmica. «Tanti dei miei colleghi attori meritevoli non hanno lo stesso privilegio. Penso che stiamo trasmettendo un messaggio assai chiaro alle persone di colore: che qui non sono benvenute. Individui che hanno contribuito così tanto al nostro medium… Mi vergogno di dire che io faccio parte del problema. Non ho fatto abbastanza per garantire che i set in cui lavoro siano inclusivi». E ha aggiunto che chi ha creato, perpetuato e sfruttato questo sistema oppressivo ha la responsabilità storica di smantellarlo. È un invito a impegnarsi apertamente per comprendere la discriminazione incorporata nelle istituzioni, nelle leggi e nelle pratiche della società. Come dire: la deplorevole mancanza di diversità non è soltanto un problema degli Academy Award. È di tutti.
Immagine di apertura: una delle scene più iconiche di Via col vento: Rossella (Vivien Leigh) si fa stringere il busto dalla sua Mammy (Hattie McDaniel)




