Milano 27 Maggio 2025
Cinema, dal greco kínēma, significa «movimento». Curiosamente (o magari no) anche nella musica si ricorre alla parola «movimento», per indicare sia una composizione strutturata in più parti, sia la velocità di esecuzione di un brano. Pura coincidenza terminologica? Forse.

A noi piace scorgere in questa corrispondenza lessicale una suggestione più sfaccettata. Come l’immagine filmica, il suono scorre. Eppure una differenza sostanziale c’è: l’una è ciò che vediamo, la musica è quello che sentiamo. E sentire è qualcosa di più coinvolgente dell’ascoltare: è entrare in risonanza, vibrare all’unisono. Se l’immagine è il “corpo” del cinema, la colonna sonora ne è senza dubbio la forza vitale. Perché suggerisce il significato, colora l’atmosfera, guida il ritmo interiore dello spettatore. In definitiva, quando guardiamo un film, stiamo in realtà percependo anche il suo cuore che batte. Il cinema, allora, è un doppio movimento: del corpo e dell’anima. Del visibile e dell’udibile. E quando questi due flussi danzano assieme ─ immagini e note, luce e arte dei suoni ─ scaturisce la magia. Il cinema non è solo vedere storie: è sentirle vivere dentro di noi.
Da queste consapevolezze nasce il corposo saggio La musica nel cinema di Cristina Cano, pubblicato da Gremese Editore e di recente tornato in libreria in una nuova edizione aggiornata e ampliata. Con straordinaria chiarezza e finezza intellettuale, l’autrice ─ docente di Semiologia della Musica ─ accompagna il lettore in un percorso seducente attraverso le molteplici funzioni del pentagramma nel linguaggio cinematografico: dalla sua dimensione narrativa a quella simbolica, emotiva e poetica. Un itinerario scandito da casi esemplari e solide riflessioni teoriche, costruito su una narrazione densa, avvincente e mai accademica.

All’insegna di una verità tanto lineare quanto illuminante: è nei dettagli musicali, nei temi che accompagnano un volto o anticipano una svolta narrativa, che il cinema diventa esperienza sensoriale piena. Gli intrecci tra i due territori artistici sono infiniti, e ripercorrerli significa intraprendere un viaggio attraverso la memoria collettiva del grande schermo, un piacere autentico per chi del cinema ha fatto una passione, un mestiere o una meravigliosa ossessione. Si pensi all’incipit di 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick: le solenni immagini iniziali del cosmo si fondono con le maestose architetture sonore di Also sprach Zarathustra di Richard Strauss. Senza quelle note, probabilmente non assisteremmo alle mute immagine successive (l’alba dell’uomo e della civiltà) con la stessa vertigine. La musica, qui, non accompagna: definisce, trasfigura, imprime sacralità. O consideriamo Lo squalo di Steven Spielberg: due sole note, Mi e Fa, orchestrate dal genio di John Williams, bastano a risvegliare un terrore primigenio. Incalzanti e ossessive, non si limitano a evocare una minaccia che avanza: sono loro la minaccia, il Babau nello sgabuzzino, l’ignoto che affiora dalla profondità (degli abissi marini ma anche dell’inconscio).

Il vero mostro, verrebbe da dire, non è il predatore acquatico, spesso occultato, procrastinato, appena intravisto, ma quella linea sonora mozzafiato che ghiaccia la pelle e preannuncia l’indicibile. È la musica a costruire l’incubo, a plasmare l’ansia. In questo, la suggestione acustica si fa archetipica, insinuandosi oltre la soglia della razionalità e sollecitando le nostre emozioni più ancestrali.
E poi c’è il Maestro, Ennio Morricone, il cui nome leggendario è indissolubilmente legato alla capacità inarrivabile di elevare ogni sequenza in poesia. Ascolti C’era una volta il West, con quelle note dolorose e il respiro spezzato dell’armonica, e ti ritrovi sospeso in un tempo che non è più storico bensì spirituale, dove la frontiera non è soltanto un luogo ma una condizione dell’anima. E Tubular Bells di Mike Oldfield nell’Esorcista? Una mano gelida sulla nuca, che trasforma la quiete (il motivo accompagna l’attrice Ellen Burstyn mentre cammina tranquilla per le vie di Georgetown) in inquietudine.

Quella melodia saltellante diventa il marchio del male, il respiro mefitico del soprannaturale, la griffe del Diavolo. Spalanca le porte dell’oscurità, ben prima che questa prenda forma visibile sullo schermo. Ma nel buio avvolgente di una sala cinematografica, il tessuto musicale ha anche il potere di ribaltare provocatoriamente le modalità con cui percepiamo le immagini. Ovvero: un brano spensierato può accompagnare un gesto feroce, generando un’ambiguità, un cortocircuito che destabilizza e disturba. È ciò che accade in Arancia meccanica di Kubrick, dove l’immortale Singin’ in the Rain, cantata con leggerezza giocosa, punteggia una sequenza contrassegnata dalla brutale violenza fisica. E il risultato è uno spaesamento profondo: la rassicurante familiarità di quel refrain diventa il veicolo più subdolo del perturbante.
Alcune arie, poi, si legano ai film con una tale intensità da risultare indissociabili dai loro fotogrammi, fino a fissarsi nell’immaginario collettivo come vere e proprie icone sonore. In una manciata di note, riescono a condensare l’essenza di un’intera narrazione.

E il pensiero corre subito a My Heart Will Go On, nel Titanic di James Cameron, perché fin dalle prime battute quella melodia struggente riesce a concretizzare un susseguirsi di visioni immediato e nitido: l’oceano sconfinato, la magnificenza del transatlantico, gli sguardi intrecciati di Jack e Rose, il freddo esiziale dell’acqua, la promessa che sfida la morte… In esempi del genere, la musica si fa memoria emotiva condivisa, capace, ogni volta che riaffiora, di riportarci in un baleno all’intensità di quell’esperienza vissuta attraverso la finzione. Di riconnetterci, insomma, non tanto allo spettacolo visto, quanto a ciò che abbiamo provato. Sì, proprio come una proustiana madeleine ─ un profumo che ha il potere di risvegliare ricordi dimenticati ─, la traccia musicale di una pellicola custodisce la reminiscenza sensoriale di quella visione.

Già, la musica nei film è assai più di una… colonna: è l’ossatura dell’immaginario visivo. Se uscendo da un cinema rammentiamo più spesso un’aria che una battuta, è perché la musica ha il dono di raggiungere recessi mentali dove le parole non arrivano. E lì resta, vibrando a lungo. Come dire: se il cinema è il sogno a occhi aperti del nostro tempo, la musica è la voce con cui quel sogno continua a parlarci.
Immagine di apertura: una splendida Claudia Cardinale (Jill McBain) in C’era una volta il West (1968) regia di Sergio Leone, musiche di Ennio Morricone




