Milano 23 Luglio 2020
Giulia Maria Crespi è mancata pochi giorni fa. Nei tanti anni che ho passato al Corriere della Sera non avevo mai avuto occasione di conoscerla, ma nell’estate del 2016 le chiesi un’intervista che sarebbe stata pubblicata in settembre nel mio libro Restare giovani si può, scritto con il geriatra Elio Musco (Giunti). Mi accolse – in modo abbastanza burbero – nell’amata Ca’ del Quac, una casa che assomiglia a una palafitta costruita attorno a una grande quercia nei primi anni Sessanta dall’architetto Guglielmo Mozzoni che divenne, pochi anni dopo, suo marito.

In alto Giulia Crespi con il marito Guglielmo a Cala di Trana, in Sardegna; in basso, Giulia impegnata nella raccolta dell’immondizia sulla spiaggia

Per Giulia Maria Crespi questa casa, vicino a Pavia, nella tenuta della Zelata oggi “gioiello” di agricoltura biologica, era un luogo estremamente caro, quasi un filo conduttore della sua esistenza (Il mio filo rosso è il titolo della biografia che pubblicò con Einaudi nel 2015). Nata a Milano da una famiglia della grande borghesia industriale lombarda, proprietaria anche del Corriere della Sera, Giulia Maria era l’unica figlia di Aldo Crespi; educata privatamente, visse una gioventù dorata, pur attraversata dal dramma della guerra e dalla perdita del giovane marito Marco in un incidente stradale. La sua vita prese una strada singolare (per una donna a quell’epoca), quando nei primi anni Sessanta, venne messa dal padre nel Consiglio di Amministrazione del Corriere della Sera. Giulia non si occupava solo di bilanci, voleva incidere sulla linea editoriale del quotidiano (non a caso la chiamavano la “zarina”) cui impresse un vigoroso cambiamento nel 1972 quando sostituì l’allora Direttore, il moderato Giovanni Spadolini, con Piero Ottone che dette una virata a sinistra. Ma questo non piacque nelle stanze del potere. Indro Montanelli se ne andò sbattendo la porta e fondò Il Giornale. Comparvero difficoltà finanziarie; i due soci, Mario Crespi e Tonino Leonardi, decisero di vendere. Nel 1972 Giulia Maria trovò come acquirenti Agnelli e Moratti. Ma nel ’74, i due imprenditori decisero di andarsene e obbligarono la Crespi a vendere il giornale che era appartenuto alla sua famiglia per tanti anni. Giulia non uscì di scena: nel 1975 con Renato Bazzoni, Alberto Predieri e Franco Russoli fondò il FAI, il Fondo italiano per l’ambiente, che ancora oggi si adopera, senza fini di lucro, per la tutela e il restauro di beni architettonici e naturali (ne era ancora Presidente onorario). Più volte colpita dal cancro, non volle mai sottoporsi alla chemioterapia. È mancata a 97 anni.

Ecco uno stralcio dell’intervista:

Giulia Maria Crespi con le sue mucche a “Cascine Orsine” (Pavia)

Signora Crespi, di che cosa si occupa attualmente?

«Sono ancora molto attiva nel FAI, do uno sguardo qui alla Zelata all’azienda agricola, mi occupo dei miei sette nipoti. Forse faccio troppe cose, anche perché adesso mi stanco, la mia famiglia me lo dice continuamente. Ma i figli cercano sempre di metterci a riposo, si sa. In realtà vorrei essere più ascoltata, soprattutto nel FAI; non ci riesco perché loro ormai mi considerano vecchia. Sono Presidente onorario e basta, mentre ancora oggi vorrei che la mia visione avesse un peso nel mondo. Secondo me, una persona va scelta per quello che è e sa fare, non per l’età che ha; quest’idea della rottamazione dei vecchi è dominante, ma va combattuta. La grande presenza delle persone in là con gli anni nel volontariato dimostra la loro voglia di partecipare alla vita sociale. Io, quando ero giovane, ho sempre avuto consiglieri attempati: credevo, e credo ancora, nella saggezza della persona anziana, valore che sembra completamente dimenticato. Chi è vecchio oggi è screditato».

Dalla sua autobiografia emerge una grande passione per il giornalismo. Ancora oggi?

«Indubbiamente. Soprattutto per la carta stampata, non amo il web anche se forse è un’idea da vecchi e guardo poco la televisione, perché fa un’informazione superficiale. Tanti dicono che il giornalismo è finito: credo che stiamo iniziando una vorticosa evoluzione verso un futuro dove certe cose ora considerate superate ritorneranno alla grande. Quel che si legge su un giornale online va e viene, mentre lo scritto resta. Appunto, verba volant, scripta manent. Anche se i direttori dei giornali sembrano negarlo, non ci credono più. E fanno male»

Giulia Crespi alla fine degli anni Sessanta con Giovanni Spadolini, allora Direttore del “Corriere della Sera” (a sinistra) e Gianfranco Rizzini, Direttore della pubblicità (al centro)

Quando prese le redini del “Corriere”, nel giornale la presenza femminile era quasi inesistente. Ne ha percepito il maschilismo?

«Certo; mi chiamavano “la fanciullina”, era oggetto di ironia, ma io me ne fregavo. Indro Montanelli, addirittura, scrisse su l’Espresso che ero sottosviluppata e mongoloide. Non mi ponevo il problema di essere donna, trovavo che era tutto da rifare, imbalsamato. Non so se era incoscienza, ma ero molto decisa a fare cambiamenti in un mondo ambiguo, qual è l’ambiente giornalistico. Anzi, forse adesso lo è anche più di allora».

Le interessa la politica?

«No, solo indirettamente. A me interessa la natura, la tutela dell’ambiente, la ripresa dell’agricoltura e, purtroppo, tutto dipende dalla politica. Ma non ho mai pensato di entrare in un partito: ho cercato di condurre le mie battaglie al di fuori, anche se sono stata amica di molti politici. Ho anche avuto delusioni: ricordo quando ebbi un incontro con Giorgio Napolitano, all’epoca Presidente della Repubblica, per sollecitare un suo impegno al ritorno all’agricoltura in Italia: la superficie non utilizzata è di 1.220.000 ettari, uno scandalo, mentre si potrebbe con piccoli finanziamenti tornare a coltivare terre abbandonate. Lui mi ascoltò gentilmente e poi propose di organizzare un incontro al Quirinale su questo tema. Ma nonostante le mie successive insistenze, queste belle intenzioni rimasero tali».

La copertina de “Il mio filo rosso” , l’autobiografia di Giulia Crespi, pubblicata da Einaudi nel 2015

E la vecchiaia?

«Mi sono accorta di essere vecchia improvvisamente a novant’anni. Prima non mi ricordavo mai quanti anni avevo, dovevo fare i conti. Poi ho avuto un’operazione per il cancro, non la prima – la malattia mi si è presentata già altre volte – ma questa volta ho accusato il colpo. Però mi sono anche resa conto in questi ultimi anni dell’evoluzione che è avvenuta dentro di me. Sono arrivata a una maggiore consapevolezza del mondo, della gente; prima non ero così cosciente dei problemi, dei drammi di tante persone. Intendo in senso generale, vivevo intensamente momento per momento. Non è vero che i vecchi sono inutili, sorpassati: da vecchi si arriva a una visione molto più ampia e profonda dei problemi rispetto a quando si è giovani. Ma molti non possono esprimersi perché vengono emarginati; io sono senz’altro, anche in questo, una privilegiata, lo so bene. E poi con gli anni avviene un altro cambiamento: a un certo momento della vita è inevitabile che ci si chieda cosa c’è dopo. Non sono religiosa in senso classico, ma credo che c’è un nostro io in lenta evoluzione; credo, forse, in ripetute vite terrene».

Le foto del servizio sono tratte dal libro Il mio filo rosso di Giulia Maria Crespi, pubblicato da Einaudi (2015)

Immagine di apertura, fonte: FAI

 

Toscana, milanese di adozione, laureata in Medicina e specializzata in Geriatria e Gerontologia all'Università di Firenze, città dove ha vissuto a lungo, nel 1985 si è trasferita a Milano dove ha lavorato per oltre vent'anni al "Corriere della Sera" (giornalista professionista dal 1987) occupandosi di argomenti medico-scientifici ma anche di sanità, cultura e costume. Segue da tempo la problematica del traffico d'organi cui ha dedicato due libri, "Traffico d'organi, nuovi cannibali, vecchie miserie" (2012) e "Vite a Perdere" (2018) con Patrizia Borsellino, editi entrambi da FrancoAngeli. Appassionata di Storia dell'Ottocento, ha scritto per Rubbettino "Costantino Nigra, l'agente segreto del Risorgimento" (2017, finalista al Premio Fiuggi Storia). Insieme ad Elio Musco ha pubblicato con Giunti "Restare giovani si può" (2016), tradotto in francese da Marie Claire Editions, "Restez Jeune" (2017). Nel gennaio del 2022, ancora con Rubbettino, ha pubblicato "Cavour prima di Cavour. La giovinezza fra studi, amori e agricoltura".

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