Milano 27 Gennaio 2025

Abituati come siamo a vedere l’Italia in coda alle classifiche mondiali più disparate, ma so-prattutto in quella che misura il debito pubblico in rapporto al Pil (prodotto interno lordo), fa piacere constatare che in qualche caso il Bel Paese sale sul podio dei migliori. E non si tratta dei soliti primati che riguardano il cibo o la moda. Parliamo di ricchezza. E di ricchezza pubblica. Secondo le statistiche più recenti l’Italia è, infatti, terza nel mondo per quanto riguarda le riserve auree, che ammontano a ben 2.451,84 tonnellate. Gran parte di questo “tesoro” è rappresentato dai classici lingotti, mentre soltanto 4,1 tonnellate sono sotto forma di monete (il cosiddetto “oro monetato”). In questa particolare classifica, prima di noi ci sono soltanto gli Stati Uniti, di gran lunga leader mondiali con 8.133,46 tonnellate, e la Germania (3.351,53 tonnellate).

Il palazzo Art Decò, costruito fra il 1935 e il 1937 dall’architetto Paul Philippe Cret a Washington, dove ha sede la Banca Centrale Americana. Attualmente custodisce il 43% dell’oro italiano

Seguono Francia, Russia e Cina, tutte con oltre 2.200 tonnellate, mentre il Giappone ne conta 845 mila e l’India (che quest’anno dovrebbe diventare la terza economia al mondo) supera di poco quota 840 mila. L’oro è detenuto dalla Banca d’Italia, che custodisce nei suoi forzieri il 44,86% dell’ammontare totale, mentre una quota leggermente inferiore (poco più del 43%) si trova nei caveau della Federal Reserve, la Banca Centrale Americana. Il 6,9%, infine, è depositato in Svizzera e il 5,6% in Gran Bretagna. Il resto è rappresentato dalla riserva presso il Fmi, il Fondo monetario internazionale, che non è un Paese sovrano, ma un’istituzione sovranazionale. Proprio perché è la Banca d’Italia – e non il governo – la proprietaria dell’oro, non è possibile utilizzare questa ricchezza per ridurre il debito pubblico. E anche se fosse possibile, il beneficio sarebbe minimo, se pensiamo che l’intero valore delle riserve auree, magari integrato con le riserve valutarie, basterebbe a coprire poco più dell’8% del debito.

La Banca Nazionale del Regno d’Italia costruita a Firenze fra il 1865 e il 1869 quando la città era la capitale d’Italia. Assunse questo nome nel 1866; cessò di esistere come tale nel 1893

Ma come si sono accumulate le riserve auree italiane? Gli eventi che hanno contribuito a raggiungere l’attuale livello sono stati numerosissimi. L’elenco si apre con la fusione, nel 1893, delle tre banche centrali operanti all’epoca sul territorio nazionale, vale a dire Banca Nazionale del Regno d’Italia, Banca nazionale Toscana e Banca Toscana di Credito, da cui nacque la Banca d’Italia. I conferimenti (provenienti per l’86% dalla Banca Nazionale del Regno) ammontarono a 78 tonnellate di oro fino e questa costituì la dotazione iniziale della neonata banca centrale. Grazie a successivi acquisti, nel 1933 la riserva era poi arrivata a ben 561 tonnellate. In seguito, le modifiche principali si verificarono, in aggiunta e in diminuzione, soprattutto durante la seconda guerra mondiale. Al termine della quale un’apposita Commissione si incaricò di restituire l’oro finito alla Germania nazista. Ne furono richieste 69 tonnellate, ma arrivò una prima tranche di 31,7 e una seconda di 12,7 tonnellate. In tutto 44,4 tonnellate.

La copertina del libro “I Nazisti e l’oro della Banca d’Italia” di Sergio Cardarelli e Renata Martano, edito da Laterza, che ricostruisce la vicenda dell’oro italiano sottratto dai Nazisti

Negli anni successivi, dal 1946 in poi, le riserve subirono ulteriori variazioni, in aumento (tenuto conto anche degli acquisti effettuati dall’Uic, l’Ufficio italiano cambi) ma anche in diminuzione. Grazie ai massicci acquisti effettuati tra il 1966 e il 1970, tuttavia, le riserve aumentarono nuovamente, arrivando nel 1997 a 2074 tonnellate. Il livello attuale (2.451,8 tonnellate, come già ricordato) venne raggiunto negli anni successivi, nonostante il conferimento di 141 tonnellate alla Bce in base agli accordi comunitari che diedero vita all’Unione monetaria europea.
Storicamente l’oro detenuto dalle banche centrali serviva come garanzia delle banconote circolanti nel Paese. In teoria chiunque possedesse moneta cartacea avrebbe avuto il diritto di convertirla in oro. Da più di mezzo secolo tutto questo non vale più. Il cosiddetto sistema del gold standard – che serviva tra l’altro a mantenere fissi i cambi delle valute – venne infatti definitivamente accantonato nel 1971, quando la notte di Ferragosto l’allora presidente americano Richard Nixon annunciò al mondo l’abolizione della convertibilità del dollaro.
Dieci anni dopo (1981) in Italia un altro tassello si è aggiunto ai tanti che hanno sancito l’autonomia della banca centrale dal potere politico. Si tratta di quello che è stato definito il divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, con la soppressione dell’obbligo, da parte di via Nazionale, di sottoscrivere i titoli del debito pubblico che non erano stati assorbiti dal mercato. Nel frattempo però (correva l’anno 1974) c’è stato l’ultimo esempio di massiccio intervento a favore del governo, quando Bankitalia impegnò una parte delle proprie riserve auree a garanzia di un prestito di 2 miliardi di dollari che l’Italia ottenne dalla Bundesbank, la banca centrale tedesca, in un momento di grave crisi finanziaria del nostro Paese. Supe-rata l’emergenza e restituito il prestito, tutto è tornato alla normalità.

L’oro oggi è diventato uno strumento finanziario da utilizzare soltanto in caso di estremo bisogno (foto di Matt Flores)

Un’operazione del genere oggi non sarebbe più possibile. Ciò non vuol dire che il possesso di oro da parte dei vari Paesi (o meglio delle loro banche centrali, fatta eccezione per alcune grandi oligarchie che esercitano ancora uno stretto controllo su di esse) sia diventato pressoché inutile. Certo, il ruolo del metallo giallo non è più fondamentale come in passato. La vera rivoluzione in atto tuttavia è rappresentata dall’abbandono della funzione di garanzia della moneta. Con l’avvento dell’euro, per esempio, soltanto la Bce, Banca centrale europea, è autorizzata a emettere moneta nel Vecchio Continente. Lo potrebbe fare la Gran Bretagna, che ha la sterlina, una delle valute (oltre al dollaro),  insieme al franco svizzero, più utilizzata nelle transazioni commerciali internazionali. L’oro è diventato così uno dei tanti strumenti cosiddetti collaterali, da usare soltanto in caso di estremo bisogno, come la crisi finanziaria di un Paese divenuta insostenibile. In Europa però un simile scenario non è più possibile. Con la Bce a vigilare sull’euro e a prevenire ogni tentativo di speculazione internazionale, le istituzioni comunitarie correrebbero immediatamente in aiuto del Paese in difficoltà.

Immagine di apertura: foto di Zlataky

Giacomo Ferrari
Nato a Rivanazzano Terme (Pavia) è giornalista professionista dal 1977. Per quasi trent'anni alla redazione Economia del "Corriere della Sera", è stato per molto tempo titolare della rubrica quotidiana sulla Borsa Valori. Prima di approdare nel 1986 a via Solferino, è stato Caporedattore a "Il Mondo" e in precedenza ha lavorato al "Sole24ore" e alla "Gazzetta del Popolo" di Torino. Tra i suoi libri, "Guida facile alla Borsa", Sperling & Kupfer (tre edizioni, l'ultima nel 2000) e "Meno Agnelli, più Fiat, cronaca di un cambiamento", Daniela Piazza Editore, 2010.Nel 2019 per Mind Edizioni è uscito il suo ultimo libro, "Difendi i tuoi soldi. Capire prima di investire".

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