Voghera 27 Luglio 2024
Fin dal nome, che sposa un’ardita temerarietà a una dolce saggezza, Goliarda Sapienza esprime il suo porsi in termini sia guerreschi che pacifici, alternativamente aggressiva e mite. «Sapeva battersi generosamente per un’idea, ma sapeva anche sorridere di sé e degli altri con distaccata ironia» dice Dacia Maraini, parlando di Goliarda. Che aveva conosciuto in più occasioni e di cui ricorda il fatto che era sempre senza soldi, esibendo un rapporto con il mondo da zingara girovaga e festosa.

«I suoi libri portano l’impronta di una straziata e tenera sicilianità. Il suo linguaggio è ricco, festoso, erede di una visione barocca, tutta sensualità e dolore». È il giudizio espresso dalla Maraini quando scrive la prefazione di Lettera aperta, per la riedizione del romanzo pubblicato da Sellerio nel 1997, un anno dopo la morte di Goliarda. Un omaggio postumo alla sicilianità con l’opera ritenuta fino a allora più significativa della scrittrice. Che era nata a Catania nel 1924, dall’unione fra Giuseppe Sapienza, avvocato e dirigente socialista, e Maria Giudice. Nota come giornalista, insegnante, sindacalista, Maria fu famosa per l’impegno sociale fino a diventare, nel 1916, la prima donna segretaria della Camera del Lavoro di Torino oltre che direttrice del Grido del Popolo, con Antonio Gramsci fra i redattori. Fu condannata a tre anni di carcere per aver pubblicato articoli perché la guerra finisse e l’autorità rispondesse alla richiesta di pane da parte della popolazione torinese affamata che scese a manifestare in piazza il 17 luglio 1917. Le forze dell’ordine spararono; ci furono 78 morti e centinaia di feriti. Scontata la pena, Maria aderì alla richiesta della direzione del Partito Socialista di trasferirsi in Sicilia per riorganizzare la rete locale del partito. Lettera aperta, oltre a affrontare i tormenti dell’autrice, pone al centro la figura materna, le sue scelte intransigenti, la dedizione all’emancipazione delle classi disagiate, la sua umanità.

Circa il valore della scrittura di Goliarda non c’era da avere dubbi, fin dall’esordio. La prima edizione di Lettera aperta nel 1967, fu suggerita a Livio Garzanti dal raffinatissimo poeta e scrittore Attilio Bertolucci. Era noto Garzanti per essere considerato l’editore più rigoroso nelle scelte dei suoi autori. Basta citare i nomi di Gadda, Pasolini, Truman Capote. Quel romanzo di esordio entrò in concorso al Premio Strega.
Ancora da Garzanti, due anni dopo, Goliarda pubblicò il romanzo Il filo di mezzogiorno. Con cui si conferma la qualità della sua scrittura fluida e struggente, espressa in modo che la vicenda narrata ha convinto Mario Martone a adattarla, in prima battuta, per il teatro. Mettendola in scena nel 2021, con gli attori Donatella Finocchiaro e Roberto De Francesco, nel corso di una tournée che ha toccato i maggiori teatri.

Non solo. Proprio in queste settimane, Martone sta iniziando le riprese per farne un film. La febbre, il fremito nel procedere nella vocazione per la scrittura ha condizionato l’esistenza di Goliarda. Impegnata com’era nel comporre un nuovo romanzo, a tal punto che dedicò dieci anni nel portare a termine il manoscritto dell’Arte della gioia. Che ha iniziato con Modesta, la protagonista, che dice di portare una croce. Ma che butta via, essendo contraria al sacrificio, aggredendo, acchiappando la realtà per quello che è. Dieci anni di scritture e riscritture che hanno costretto la scrittrice a vendere quadri, ogni suo bene per sopravvivere. Rischiando addirittura lo sfratto.
Mentre aveva iniziato il pellegrinaggio – accompagnata dal marito, l’attore e scrittore Angelo Pellegrino – presso diversi editori italiani al fine di veder pubblicato L’Arte della Gioia, il titolo imposto al voluminoso manoscritto, nell’ottobre del 1980 Goliarda venne arrestata e condotta in carcere, a Rebibbia. Denunciata per aver rubato una collana e alcuni anelli antichi ad una amica.

Lo scandalo mediatico esplose ma non la scalfì. Anzi. I giorni del carcere, l’esperienza vissuta a contatto con una umanità di reietti fecero scattare le ragioni per comporre, mescolando pathos e crudo realismo, il testo de L’Università di Rebibbia, edito da Rizzoli nel 1983. Scritto come testimonianza diretta della condizione carceraria, le guadagna una lunga intervista (visibile su youtube) che le fece Enzo Biagi. Intervistatore allibito sentendo Goliarda che insiste «perché il carcere diventi un reale luogo di recupero, non di annientamento della persona». Sull’onda del rumore sollevato, Goliarda compone Le certezze del dubbio, da considerare un sequel dell’Università di Rebibbia.
Nel 1988 avrà l’occasione di andare in Padania, nei territori da dove era partita la madre (Maria Giudice era nata a Codevilla nel 1880, paese a sette chilometri da Voghera, la cittadina dove, a 21 anni, aveva vinto il concorso per la carica di segretaria della locale Camera del Lavoro). Verrà infatti in visita al Supercarcere di Voghera, “di massima sicurezza”, dove rinchiudere i più pericolosi criminali. Dove tra l’altro venne ristretto il finanziere Mario Sindona, condannato per clamorose truffe finanziarie e collusioni mafiose. Proprio in una cella di quel carcere Sindona morì bevendo il veleno che gli era stato versato in una tazza di caffè.

Ma l’assillo di Goliarda di vedere finalmente edito il suo capolavoro resta sospeso, inappagato. Finché è in vita. Solo le insistenze del suo compagno nel 1998, quando lei già è mancata due anni prima per una crisi cardiaca nel buen retiro di Gaeta, convincono un editore minore come “Stampa Alternativa” a pubblicarlo integralmente nel 1998. Ma solo qualche specialista si rende conto della eccezionalità e della qualità espressiva, della invenzione e della scrittura.
Se ne accorgono invece, per fortuna, una traduttrice tedesca e una francese. E siamo arrivati al 2005 quando L’art de la joie si afferma in Francia come un best seller (300mila copie vendute in poco tempo). Producendo un effetto domino anche, oltre che in Germania, in Spagna e, finalmente, in Italia.
Da noi la Einaudi ha finito per pubblicare, oltre all’Arte della gioia, diventato libro di culto, gran parte degli scritti, anche frugando nei cassetti, di Goliarda. Facendo deflagrare, in coincidenza con i cent’anni dalla sua nascita, una costellazione di articoli, testi, iniziative celebrative e di studi finalmente degni.
Consacrati dalla pubblicazione Sapienza dalla A alla Zeta nelle edizioni Electa, che delinea, in 72 voci (da Amiche a Zavattini), il profilo multiforme, la doppia vocazione artistica di scrittrice e attrice di Goliarda. Nel contempo Valeria Golino, in veste di regista, dopo che proprio da Goliarda Sapienza aveva ricevuto lezioni di recitazione e di dizione per il ruolo di protagonista di Storia d’amore (regista Citto Maselli), ha girato un film tratto da L’arte della gioia presentato, in anteprima, all’ultimo Festival del Cinema di Cannes. Passato nei cinema in due puntate, data la durata, verrà riproposto l’anno prossimo, diviso in una serie di puntate, sulle reti Sky.
Immagine di apertura: Valeria Golino con Tecla Insolia (Modesta) e Giuseppe Spata (Rocco) durante la lavorazione del film L’arte della gioia




