New York 27 Luglio 2022

Lo scorso 24 giugno la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ribaltato la storica sentenza Roe vs Wade, che sanciva il diritto costituzionale all’aborto nel Paese dal lontano 1973. La controversa decisione che conferisce ai singoli Stati il potere di stabilire le proprie leggi sull’aborto, ha spinto la metà di questi a metterlo al bando o a limitarlo drasticamente. Penalizzando le donne più povere, soprattutto le nere e le ispaniche, visto che le più abbienti potranno recarsi ad abortire negli Stati democratici, a meno che la minaccia della Corte di criminalizzare queste “trasferte mediche” non si avveri.

Il Palazzo della Corte Suprema degli Stati Uniti a Washington

Ventiquattr’ore prima la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva bocciato una legge dello Stato di New York che da oltre un secolo limitava il diritto di portare un’arma “non a vista” fuori dalla propria abitazione. Per nulla disincentivato dall’estate di sangue culminata con le recenti stragi in California, New York e Texas, il massimo tribunale del Paese ha decretato che per andare in giro armati non servirà più il porto d’armi. Un trionfo per la lobby delle armi che da anni ingrassa le tasche del partito Repubblicano. Sempre il 23 giugno la maggioranza conservatrice della Corte ha stabilito che i poliziotti americani non possono essere denunciati se violano il “diritto Miranda” obbligatorio negli States, che avvisa i sospettati di reato sotto custodia del loro diritto a non rispondere.
E se non bastasse, lo scorso 30 giugno la Corte Suprema ha limitato i poteri dell’Epa (Agenzia per la protezione ambientale) nel ridurre l’emissione di gas serra delle centrali elettriche, schierandosi con gli Stati repubblicani e l’industria fossile. Oltre ad entrare a gamba tesa nella politica americana infliggendo un duro colpo agli sforzi ambientalisti dell’amministrazione Biden, la decisione ha ricadute anche su tutti noi visto che gli Stati Uniti sono il secondo maggior produttore al mondo di gas serra, dopo la Cina.

Il giudice Clarence Thomas, il più “longevo” della Corte Suprema: fu nominato da George W. Bush nel 1991 (foto di Steve Petteway)

E così, dopo le sentenze che hanno azzoppato i sindacati, privato milioni di americani dell’assistenza medica e revocato il diritto di voto di neri e minoranze (limitandone l’accesso ai seggi e sancendo, con l’ingannevole gerrymandering la vittoria dei perdenti manipolando in maniera fraudolenta i confini dei collegi elettorali), la Corte Suprema minaccia un autunno caldo. Subito dopo la sentenza contro l’aborto, il giudice più integralista della Corte, Clarence Thomas – la cui moglie è stata tra le organizzatrici dell’assalto al Congresso dello scorso 6 gennaio – ha annunciato di voler mettere in discussione il diritto alla contraccezione, il matrimonio egualitario per gay e lesbiche, ripristinando addirittura il reato di sodomia. In entrambe le sponde dell’Atlantico ci si domanda come sia possibile che il massimo organo giudiziario statunitense, fondato nel lontano 1789 e da cui dipende la vita di decine di milioni di cittadini, abbia, nelle parole di molti, catapultato il paese nel Medioevo. «Possiamo dare la colpa alla politicizzazione della Corte nell’era Trump – spiega Brent Budowsky, opinionista di The Hill – . I giudici conservatori della Corte si sono trasformati in propaggine giudiziaria del partito Repubblicano».
Fin dalla sua fondazione, la più alta Corte della magistratura federale americana ha fatto di tutto per mostrarsi equilibrata e super partes, nonostante i suoi poteri siano di fatto immensi. Essa ha ampia giurisdizione di appello di ultima istanza su tutti i casi di tribunali federali e detiene la facoltà di invalidare una legge ordinaria o un ordine esecutivo presidenziale se violano la Costituzione degli Stati Uniti. È composta da nove membri – il Presidente e otto giudici associati in tutto – ognuno con un mandato a vita fino a quando non muore, si dimette o viene rimosso dall’incarico. Quando un posto è vacante, il Presidente, con il consenso del Senato, nomina un nuovo giudice.  Ma dopo due secoli di relativa moderazione e avvicendamenti, questo processo è stato stravolto dalla strategia ai limiti della legalità messa in atto dal leader dei repubblicani al Senato Mitch McConnell. Quando il giudice conservatore Antonin Scalia è morto, nel febbraio 2016, McConnell si è rifiutato di vagliare la nomina di Merrick Garland, proposto da Barack Obama, con la scusa che era troppo a ridosso della scadenza elettorale di Novembre, nove mesi più tardi.

Brett Kavanaugh, uno dei tre giudici ultraconsevatori nominati da Donald Trump alla Corte Suprema, insieme a Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett

Il senatore del Kentucky è riuscito a sabotare il giudice di Obama, dando così a Trump la possibilità decisiva di nominare prima Neil Gorsuch e poi, a ruota, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett. Trump non avrebbe potuto rovesciare Roe v. Wade senza il meticoloso lavoro preparatorio di McConnell che per decenni ha lavorato per spostare a destra le corti statali e federali, impedendo ai democratici di influire sulle nomine, con metodi al limite dell’illegalità e con l’aiuto di gruppi influenti come la Federalist Society e Heritage Foundation che hanno riesumato le teorie originaliste.
Nella seconda metà del Novecento, con l’affermazione dei diritti civili, nella Corte Suprema si sono delineate due tendenze: l’originalismo (l’idea che la Costituzione debba essereinterpretata alla lettera, secondo le intenzioni originali dei padri fondatori) e il Living Constitution, o pragmatismo giudiziario, cioè l’idea che il testo della Costituzione e la concezione di “libertà” e “diritti” vadano aggiornati ai mutamenti della società. Appartengono al primo gruppo i giudici conservatori e al secondo quelli progressisti. Ad unirli è sempre stato il rispetto per il precedente giudiziario: lo stare decisis (in latino: rimanere su quanto deciso) il principio in forza del quale il giudice è obbligato a conformarsi alla decisione adottata in una precedente sentenza. Non è un caso che durante le loro udienze al Senato, Gorsuch, Kavanaugh e Barrett abbiano mentito alle domande dei senatori, promettendo fedeltà al precedente se la questione aborto fosse stata rivisitata dall’Alta Corte.

Amy Coney Barrett, avvocato, repubblicana, nata a New Orleans nel 1972, è stata nominata alla Corte Suprema da Donald Trump. Convinta sostenitrice dell’Originalismo, è molto popolare fra i conservatori più religiosi

E così in soli 4 anni di presidenza e nonostante abbia ottenuto 3 milioni di voti meno di Hillary Clinton, Trump ha spedito l’America indietro di decenni. Il partito repubblicano ha stretto un patto del diavolo con l’ex presidente, perdonandogli il passato pro-Choice: chiuderemo un occhio sulle tue azioni criminali, prima durante e dopo, se ci dai carta bianca nei tribunali. La scommessa ha pagato se si pensa che i repubblicani, da anni ormai minoranza nel Paese, hanno così trovato il modo di restare al potere a livello statale e federale. Per evitare una nuova guerra civile in un Paese dove solo il 25 per cento della popolazione rispetta una Corte Suprema che non teme di andare contro il 61 per cento degli americani sull’aborto e l’80 per cento sull’ambiente, le opzioni sono limitate.
«Il prossimo novembre votate in massa per il partito democratico», esorta il presidente Biden. Laurence Tribe, professore emerito ad Harvard ed ex docente di Obama, Garland e Roberts, gli ha proposto di aumentare il numero dei giudici della Corte, riesumando l’obbligo, per essere eletti, di una maggioranza assoluta dei senatori. «Purtroppo Biden ha bocciato entrambe», si lamenta Tribe. «La democrazia americana è in guai molti seri -, mette in guardia lo storico Simon Schama – .Non può sopravvivere se la sua Costituzione è manipolata per imporre la supremazia di una minoranza».

Immagine di apertura: una donna protesta contro la decisione della Corte Suprema di revocare la sentenza del 1973 Roe vs Wade (foto di Gayatri Malhotra)

Nata a Roma, laureata in Lingue e Letterature straniere, ha intrapreso la carriera giornalistica nel 1981 come reporter da New York per il settimanale "L'Europeo". Nel 1985 ha iniziato a scrivere per "il Corriere della Sera" di cui è stata corrispondente dagli Stati Uniti fino all’anno della pensione, nel 2015. Nel dicembre 2014 ha vinto il "Premio Speciale Amerigo", assegnato per la migliore copertura dall’America ad un giornalista italiano. Nel 2006, ha pubblicato il suo primo libro" Pranzo di Famiglia" (Sperling & Kupfer), che racconta la storia della sua famiglia. Nel maggio 2015 ha pubblicato il saggio "Cosa resta della Letteratura", basato sulle sue interviste negli ultimi due decenni con Harold Bloom, il noto critico letterario americano. Ha vissuto 41 anni negli Stati Uniti e detiene la doppia cittadinanza, Italiana e Americana.

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