Milano 27 Ottobre 2023

Il 16 ottobre 2023 i media di tutto il mondo hanno mostrato il volto pallido di una ragazza dai grandi occhi color acqua marina, visibilmente sconvolta, che implorava davanti ad una telecamera: «Voglio tornare a casa». È il primo degli ostaggi catturati da Hamas nelle azioni sanguinose e disumane che hanno portato all’inizio di una nuova guerra, forse sarebbe meglio dire all’infiammarsi di uno scenario permanente di guerra da almeno 75 anni, da quando il neonato Stato d’Israele deportò e sradicò oltre 800 mila persone nei campi di Gaza, Cis e Transgiordania, Libano, Egitto.

Crise tenta di strappare ad Agamennone la figlia Criseide. Vaso trovato a Taranto, 360-350 a.C. (Museo del Louvre)

Naturalmente nessuna azione terroristica può essere giustificata da una rivendicazione politica o religiosa, né qui si vuole o si può prendere una posizione. Nel vedere quelle immagini tese a suscitare commozione, invece, mi sono chiesta: perché è stata scelta proprio quella giovane donna per portare il primo messaggio da parte degli ostaggi a Israele e al mondo intero, per rendere cioè visibile il terrore che attanaglia le duecento persone tenute prigioniere, che hanno visto morire assassinati in maniera crudele amici, parenti, vecchi e bambini, donne e uomini? Il messaggio di una giovane donna in ostaggio commuove di più perché fa leva sulla percezione della sua fragilità fisica. Non poteva allora non venirmi in mente la narrazione archetipica della guerra, l’Iliade di Omero, che inizia proprio con la vicenda sventurata di un ostaggio, una fanciulla tenuta prigioniera nel campo dei Greci. Si chiama Criseide; è una giovane donna, vergine, che porta l’‘oro’ nel nome, deportata dai Greci durante una delle razzie che precedono l’assedio di Troia. Come premio onorifico, per la sua giovinezza e bellezza, è stata data ad Agamennone, uno dei capi più potenti. Ma Criseide è una fanciulla nobile, per giunta figlia di un sacerdote di Apollo, che facendosi scudo dei suoi simboli sacerdotali si avventura nel campo militare greco e, portando un riscatto preziosissimo, ha il coraggio di implorare i nemici, di augurare loro persino la vittoria, purché gli liberino la figlia. I Greci tutti sono d’accordo, eccetto Agamennone, che scaccia il vecchio con parole durissime, offensive sia della sua dignità sacerdotale sia del suo orgoglio di padre.

Affresco romano proveniente da Pompei: Achille è costretto a cedere Briseide ad Agamennone (Museo Archeologico Napoli)

Agamennone gli urla di non farsi trovare mai più vicino all’accampamento greco, perché lo avrebbe ucciso. Non gli importa del riscatto, avrebbe portato con sé in Grecia la ragazza per potersene servire come oggetto sessuale sino a quando sarebbe invecchiata. L’errore di Agamennone non è soltanto etico, è soprattutto diplomatico. Un Re deve sapere che gli ostaggi vanno rispettati e che deve essere pronto a riscattarli, quando arriva un giusto compenso. Questo vale, nell’etica della guerra, sia per gli ostaggi vivi sia per quelli morti, come i cadaveri dei soldati caduti. Ed infatti l’errore di Agamennone, cattivo re, il non aver liberato un ostaggio al suo giusto prezzo, provocherà una doppia strage tra i Greci. Dapprima l’esercito greco viene decimato da un’epidemia mandata da Apollo, che protegge il sacerdote e che è stato perciò indirettamente oltraggiato. Omero ci dà la prima descrizione letteraria dell’epidemia, con immagini e metafore di cui ci siamo ricordati tante volte nei tempi più bui del Covid. Animali ed esseri umani cadono come mosche, per un contagio che si diffonde dall’aria: è portato dai dardi luminosi del dio Apollo. Quelle frecce portatrici di morte che – immaginiamo – solcano il cielo sopra Troia, un cielo che Apollo ha reso oscuro, ci vengono in mente ogni volta che sugli schermi guardiamo le notti di Tel Aviv, Gerusalemme, Gaza, Kiev. Ma l’esercito greco subisce innumerevoli perdite anche quando il contagio è cessato e sempre in conseguenza dell’errore di Agamennone, che è costretto a restituire Criseide senza ricevere alcun riscatto, ma per risarcimento toglie un ostaggio ad Achille, la bella Briseide. I capi litigheranno tra loro; Achille adirato si rifiuterà di combattere. Dopo aver perso il migliore dei loro uomini, i Greci moriranno allora sotto i colpi dei Troiani.

Brad Pitt veste i panni di Achille nel film “Troy” del 2004, regia di Wolfgang Petersen

Omero sapeva quanto importanti fossero gli ostaggi in una guerra, in ogni guerra, ma anche quanto fossero sacri e inviolabili, come andassero rispettati proprio perché servono per trattare, per trovare un’intesa, una rappacificazione, anche se temporanea. Torturare gli ostaggi, così come i prigionieri di guerra, contraddice qualsiasi codice etico, ma anche la logica della guerra. Chi commette questi atti gratuiti di crudeltà, come chi infierisce su donne, vecchi, bambini, paga alla fine un conto altissimo, perché la violenza gratuita si ritorce su se stessa.

Agamennone, Museo Archeologico di Taranto

Anche Omero lo sapeva bene, e con il suo racconto mette in guardia da chi intenda comportarsi come Agamennone. E mette in guardia da chi creda che i corpi morti dei nemici uccisi possano essere scempiati e oltraggiati, una pratica crudele e insensata in cui non si riesce a distinguere tra guerre antiche e contemporanee. Alla fine dell’Iliade, il vecchio Re di Troia, Priamo, si reca con un ricchissimo riscatto nel campo degli Achei per chiedere che il corpo di Ettore, ucciso e tenuto in ostaggio da Achille, gli venga restituito per essere pianto. Priamo si umilia al punto da baciare la mano che gli ha assassinato tutti i figli maschi, ma riesce a piegare l’inflessibile cuore di Achille solo ricordandogli il suo vecchio padre, Peleo, che, lontano, certamente è in ansia per lui. Achille aveva scempiato il corpo di Ettore, preso da una rabbia selvaggia, incontenibile. Eppure rinuncia al suo odio e restituisce al padre il corpo del figlio. L’Iliade si chiude con i pianti e i funerali di Ettore, con una tregua che dà a tutti la possibilità di soddisfare il “desiderio di pianto”. Noi leggiamo e rileggiamo questi testi antichi perché ci diano testimonianza di cosa significa essere umani, anche se la guerra, la violenza, l’orrore sembrano ineliminabili dalla storia. Omero veniva letto e commentato con acume anche a Gaza, che fu un centro interreligioso e multiculturale importantissimo nella tarda antichità. Se non dimenticassimo Omero forse tragedie come quelle a cui, con molta rabbia ma anche impotenza, stiamo assistendo, diventerebbero più rare.

Immagine di apertura: gli ostaggi rapiti da Hamas il 7 ottobre (foto Ansa)

Nata a Grottaglie (Taranto), insegna Letteratura greca nell'Università della Campania 'Luigi Vanvitelli'. Dopo essersi formata a Bari e a San Marino, ha studiato e insegnato ad Heidelberg, Freiburg, Berlin, Lüneburg, Sassari. Si occupa di letteratura greca, da Omero all'età imperiale, di letterature comparate, di storia degli studi classici, di ricezione dell'antichità classica (dalla mitologia alla politica). Ha scritto due romanzi: “Centottantasei gradini”, Luoghi interiori edizioni (2013), vincitore del Premio “Città di Castello” e “Agosto” Edizioni di pagina (2017). Dirige la rivista 'Archivi delle emozioni' (www.archivi-emozioni.it/index.php/rivista) e (con Raffaella Viccei) 'Visioni del tragico. La tragedia sulla scena del XXI secolo' (www.visionideltragico.it/blog/index.php); è nella redazione di 'Philologus' e di altre riviste e collane scientifiche. Vive a Milano.

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