Milano 27 Luglio 2025

L’Intelligenza Artificiale ci rende stupidi? O è da stupidi non utilizzare l’Intelligenza Artificiale? Bel dilemma. Di sicuro uno spettro si aggira per il mondo. No, non è il Comunismo, è il dilagare dei moderni oracoli della nostra vita quotidiana. Alzi la mano chi non ha chiesto a ChatGpt o a Gemini di controllarci le analisi del sangue, di scriverci un testo, una ricetta, un consiglio per investire, un’idea per sterminare le formiche sul terrazzino. Secondo il sito di Wired (18 luglio) il prompt dell’estate è sottoporre foto di angurie a ChatGPT e chiedere: «Quale di queste angurie è più dolce?». Ma non si alterano così le nostre capacità cognitive? Non si atrofizza il nostro cervello?

Chi non si è rivolto almeno una volta a ChatGPT per avere informazioni o saperne di più? Ormai è un fenomeno dilagante (foto di myshoun)

Dubbi atroci, resi più attuali dalla diffusione, il 10 giugno, dello studio realizzato dal MIT Media Lab di Boston su quello che accade al cervello umano quando le persone utilizzano assistenti di scrittura basati sull’intelligenza artificiale come ChatGPT. I risultati hanno rivelato cambiamenti preoccupanti nelle prestazioni cognitive, che, purtroppo, permangono dopo l’interruzione dell’uso dell’intelligenza artificiale. D’altra parte, esattamente un mese dopo, il 10 luglio scorso, è stato reso pubblico il “Rapporto Intelligenza Artificiale 2025!” di Aspen Institute Italia, che indica l’Intelligenza Artificiale come leva strategica globale: «Sta trasformando interi comparti, offrendo nuove logiche di funzionamento: dalla Sanità alla Finanza, ai Beni Culturali, alla Manifattura, alle Telecomunicazioni, alla Difesa e alla Sicurezza». I nuovi strumenti tecnologici promettono (e spesso garantiscono) efficienza e un’assistenza senza precedenti, rendono velocissime la ricerca e la produzione di contenuti e oggetti. «Anche gli occhiali – ha dichiarato Alessandro Buffa, di Exorluxottica in una recente intervista a Codice, la trasmissione di Rai 1 dedicata all’innovazione tecnologica e digitale – presto potrebbero arrivare a vedere quello che vediamo, sentire quello che sentiamo e magari a percepire quale emozione proviamo mentre guardiamo una certa cosa».  Ma, oltre alle angurie, c’è anche una micidiale lavanda. Lavender è l’intelligenza artificiale israeliana usata per abbattere migliaia di palestinesi indicati come obiettivi militari: sempre meno supervisionata dall’uomo, è stata programmata per accettare la morte di 15-20 civili innocenti per ogni militante di Hamas di ranghi inferiori e di 100 per figure importanti. O l’altro drone israeliano, chiamato Dove è papà, che si abbatte sulle case dei gazawi incurante di chi ci sia in famiglia.

Pietro Pietrini è un neuroscienziato di lungo corso: ha lavorato ai National Institutes of Health di Bethesda, poi all’università di Pisa. Attualmente è Ordinario di Biochimica Clinica presso la scuola IMT Alti Studi di Lucca

Commenta Pietro Pietrini, neuroscienziato toscano (ma nato a La Spezia) di chiara fama, che da decenni studia le basi cerebrali dell’agire umano: «Il problema non sono le macchine, ma il loro uso e soprattutto l’autonomia di giudizio e del sapere critico di chi se ne serve. La ricerca degli studiosi americani, che ha avuto un’eco mediatica mondiale, non è sorprendente nella metodica e anche nelle conclusioni: i ricercatori si sono limitati a misurare le onde encefalografiche e hanno fatto la stima della connettività. Aggiungo che, considerate le premesse, non poteva neppure dare risultati diversi da quelli che ha dato». La ricerca del MIT Media Lab si intitola “Il tuo cervello su ChatGPT: l’accumulo di debito cognitivo quando si utilizza un assistente AI per scrivere un saggio”. È opera di un team guidato dalla trentacinquenne scienziata di origine francese Nataliya Kosmyna, che ha utilizzato una collaudata tecnologia di monitoraggio cerebrale per sperimentare gli effetti di diversi strumenti di scrittura sulle funzioni mentali e sulla qualità della scrittura stessa. Sono stati reclutati 54 soggetti tra 18 e 39 anni provenienti da cinque università dell’area di Boston e divisi in tre gruppi. Il primo gruppo ha scritto utilizzando ChatGPT di OpenAi; il secondo ha fatto lo stesso con l’aiuto di Google. Il terzo, invece, ha affrontato il compito usando la propria testa (il cervello!) senza alcun supporto tecnologico. Tutti i 54 hanno preso parte a tre sessioni in 4 mesi, indossando un casco per l’Elettroencefalogramma a 32 elettrodi che misura l’attività elettrica cerebrale. Gli argomenti scelti riguardavano lealtà, felicità, coraggio e possibilità di una società perfetta. Tempo per lo svolgimento: 20 minuti.

Una immagine suggestiva della cupola del Massachusetts Institute of Health (MIT), la prestigiosa università di ricerca con sede a Boston negli Stati Uniti

Senza addentrarci nei dettagli (la relazione finale consta di 206 pagine), i ricercatori segnalano che le conclusioni (pur provvisorie) sono inquietanti: fare ricorso a ChatGPT può ridurre l’attività cerebrale e indebolire le capacità di ragionamento critico. Senza contare che lo stile è banale, ripetitivo, senza anima. Peggio ancora: in una quarta sessione, si è visto che quando ai partecipanti che avevano utilizzato l’Intelligenza Artificiale nelle tre sessioni precedenti è stato chiesto di ricorrere solo a metodi “umani”, i loro schemi cerebrali hanno mostrato una connettività neurale più debole rispetto a coloro che avevano scritto senza aiuti tecnologici. È emersa una sorta di dipendenza dall’IA suggerendo che le loro abitudini di scrittura sono state alterate in modo permanente. Non sono stati in grado di creare un proprio stile, di mostrare uno spirito critico, di ricordare che cosa avessero scritto. Si erano disabituati allo sforzo mentale. Al contrario, gli elaborati delle “cavie umane” frutto del solo cervello, una volta riforniti dell’assistenza tecnologica, sono stati più ricchi, originali, completi.

Un casco per l’elettroencefalogramma a 32 canali, simile a quello utilizzato nella ricerca (fonte: medicalexpo.it)

«Nessuno stupore né meraviglia in queste conclusioni – ribadisce Pietrini –. Già sappiamo che i sistemi cognitivi legati alla creatività e alla formazione della memoria sembrano deteriorarsi quando l’Intelligenza Artificiale viene utilizzata come sostituto. Proprio come i muscoli si indeboliscono, si atrofizzano, quando non vengono allenati. La questione fondamentale è l’approccio. Io ho fatto le elementari, medie e liceo, tra gli anni Settanta-Ottanta (sono del’ 61) e quando ci veniva assegnata una ricerca c’era chi andava a scavare tra libri e enciclopedie. Altri scopiazzavano qua e là senza logica, senza capire quello che avevano scritto. Ora non è cambiato molto: ci sono i motori di ricerca e ChatGPT che leggono le enciclopedie per noi e ti sbattono le prime cose che trovano, spesso inventando. Ecco Come stiamo diventando stupidi, per citare il libro del mio amico scrittore, giornalista e filosofo Armando Massarenti».
Torniamo quindi al quesito essenziale: quale grado di controllo mettiamo nell’uso di queste tecnologie? «Esse tutto sono tranne che intelligenti – scherza, ma non troppo il neuroscienziato -. Sono utili, ma dobbiamo sempre chiederci: perché me ne servo? Dove voglio arrivare? Il concetto chiave è lo spirito critico!»
Già ma ce l’abbiamo? Lo spirito critico non si acquista al mercato. Però, non è neppure come il coraggio del don Abbondio dei Promessi Sposi (uno, se non ce l’ha, non se lo può dare) . Secondo Pietrini, si può conquistare. Come? «I nostri giovani devono essere educati a chiedersi il perché delle cose – risponde -. Torna quanto mai di attualità lo studio dei classici; quelli che sembrano superati….  il latino, il greco, i filosofi. Che assurdità i licei sperimentali! Impara a ragionare, non a studiare in anticipo ciò che avrai all’università .. Impara a non delegare alle macchine le tue operazioni intellettuali e a non ripetere o accettare acriticamente quanto dalla macchina ti viene propinato».

Immagine di apertura: foto di Julius

Costantino Muscau
Nato e cresciuto in Sardegna, milanese di adozione, giornalista professionista dal 1973, alla sua carriera manca solo l’esperienza televisiva. Per il resto non si è risparmiato nulla: giornale del pomeriggio (La Notte), quotidiano popolare (l’Occhio), mensile di salute (Salve), settimanale familiare (Oggi), una radio privata per divertimento (Ambrosiana) e quindi 20 anni di “Corriere della Sera”, dove si è occupato di attualità nazionale e internazionale. Ha avuto anche un’esperienza di (mini) direttore per quasi due anni al Corriere, quando gli è stata affidata la responsabilità di “Corriere anteprima”, freepress pomeridiana. Laureato all’università Cattolica a Milano in Lettere Classiche, ma con una tesi sul cinema, ha provato a scrivere un libro (guida turistica) e non c’è riuscito.

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