Bologna 27 Novembre 2025
Pochi musei sono tanto frequentati quanto il Louvre, un flusso continuo di visitatori dove
già la sola Gioconda di Leonardo giustifica il prezzo del biglietto. E pensare che prima della sua sparizione, avvenuta nel 1911 per mano dell’italiano Vincenzo Peruggia, non godeva di tanto prestigio. Fu il furto a renderla così popolare. Il Louvre, invece, ne usciva con le ossa rotte.

Non sarebbe stata l’unica figuraccia, perché quella avvenuta il 19 ottobre scorso è uno
smacco che lascia i francesi attoniti. Il furto dei gioielli dei reali di Francia custoditi nella
Sala d’Apollo ha dell’incredibile: scarsi sistemi di sorveglianza, password approssimative,
finestre lasciate aperte, montacarichi, smerigliatrici. Il risultato della negligenza è la perdita di preziosi dal valore storico e artistico inestimabile. Fa sorridere che uno dei sospettati del furto, Abdoulaye N., non sapesse nemmeno che quello è uno dei musei più famosi al mondo, convinto che fosse composto soltanto dalle sale che si trovano sotto la piramide di vetro disegnata dall’architetto cinese Ieoh Ming Pei. C’è una certa ironia anche nelle cose più turpi.

Ma non c’è da stupirsi, quella dei furti dei tesori dei reali d’Europa è una storia con una lunga tradizione. Era il 1792 e mentre a Parigi soffiavano i venti della Rivoluzione, l’Hôtel du Garde-Meuble, sede del tesoro della monarchia, veniva saccheggiato per cinque notti da una banda di ladri. Il governo rivoluzionario cercò di salvare la faccia catturando i colpevoli e decapitandoli, ma una parte della refurtiva non venne mai ritrovata. Tra i gioielli recuperati vi era lo Zaffiro Ruspoli, meglio noto come il Diamante Blu, appartenuto a Luigi XIV e considerato la gemma più grande di Francia. Dopo essere stato venduto per sovvenzionare la Repubblica, appartenne alle più importanti teste coronate d’Europa, fino al suo sbarco negli Stati Uniti dove nel 1911 venne acquistato dalla ricca ereditiera Evelyn Walsh. Oggi è conservato nello Smithsonian Museum col nome di Diamante Hope e su di esso aleggiano sinistre leggende. Di rapine memorabili ne sono piene le cronache più recenti. Famosissima quella del Castello di Dresda – sede del tesoro dei reali di Sassonia – definito “il più grande furto dalla Seconda Guerra Mondiale”.

Nella Grünes Gewölbe (la Volta Verde) era conservata la più grande collezione di gioielli d’Europa, tra cui la famosa Stella in diamanti dell’Ordine dell’Aquila di Polonia. Il 25 novembre 2019 sei ladri appiccarono un piccolo incendio per disattivare l’allarme, poi entrarono da una finestra, infine fuggirono con una refurtiva pari a 113 milioni di euro, fortunatamente ritrovata tre anni dopo intatta.
Colpo spettacolare, ma mai quanto quello avvenuto a Stoccolma. Il 31 luglio 2018, i gioielli
della Corona svedese custoditi nella cattedrale di Strängnäs vennero trafugati in pieno
giorno da due ladri che, muovendosi tra i visitatori, riuscirono a portare con sé due corone
funerarie e un globo d’oro. Con un bottino del valore di 6 milioni di euro, i due fuggirono
dall’edificio in bici, salirono a bordo di un motoscafo e si dileguarono solcando a tutta
velocità il Lago Mälaren. Sei mesi dopo, i gioielli furono ritrovati in una pattumiera nei
pressi della capitale svedese.
Come in questo caso, è abbastanza comune che i preziosi di così alto valore vengano
recuperati, a causa delle difficoltà di rivendita. Di alcuni, però, si sono perse
completamente le tracce e la colpa non è sempre dovuta al mercato nero. A volte sono i
proprietari stessi a vendere e a nascondere i loro beni più preziosi, anche attraverso
trattative poco cristalline.

Un esempio celebre è quello della Pelegrina, una delle perle più famose al mondo. La sua prima attestazione risale al 1660, quando Filippo IV di Spagna la donò a sua figlia Maria Teresa, prima che sposasse il Re Sole. Durante la Rivoluzione Francese la perla andò perduta nel saccheggio dell’ Hôtel du Garde-Meuble, per poi comparire molti anni dopo al petto di Zinaida Yusupova, erede di una delle famiglie più ricche e potenti della Russia di fine Ottocento. Il prestigio degli Yusupov accrebbe col matrimonio avvenuto nel 1914 tra Felix, figlio di Zidania e la principessa Irina Romanov, figlia di Ksenija, la sorella dello zar Nicola II. Personaggio non da poco il giovane Yusupov, noto per aver ucciso nel suo palazzo a San Pietroburgo il monaco Grigorij Rasputin (lo confessò anche in un’intervista rilasciata a Indro Montanelli negli anni Cinquanta). Quando la Rivoluzione d’Ottobre investì l’aristocrazia russa, gli Yusupov ripararono a Yalta, poi a Malta, a Roma e infine a Parigi, dove Felix e Irina divennero presto protagonisti della mondanità della capitale francese.

I costi di una vita così piena di sfarzi costrinsero Felix a vendere parte della collezione di famiglia, tra cui anche la Pelegrina che venne ceduta ad un gioielliere di Ginevra nel 1953. Da allora non se ne sa più nulla di certo; ma pare che in seguito, venne messa all’asta presso Christie’s nel 1989 dove la perla fu comprata per 463.800 dollari. E da allora non se ne ha più notizia. Creduto perduto, recentemente si è scoperto che il tesoro dei potenti Asburgo era stato “semplicemente” nascosto. Anche in questo caso la trama è degna di nota. Nel 1918 – in procinto della sconfitta nel Primo Conflitto Mondiale – l’imperatore austro-ungarico Carlo I decise di abdicare. Ma prima di riparare in Belgio, il sovrano fece nascondere in Svizzera il tesoro reale, contenente preziosi del calibro del Diamante Fiorentino, 113 carati, peso di 27 grammi, appartenuto a personaggi come Carlo il “Temerario”, i Granduchi di Toscana e Napoleone Bonaparte, e la splendida corona della principessa Sissi.

Quando nel 1922 l’imperatore morì a Madeira, molti credettero che il tesoro degli Asburgo fosse andato perduto. In realtà, i gioielli vennero custoditi da Zita di Borbone-Parma, moglie del sovrano defunto, che pensò bene di trasferirsi con la famiglia in Canada. I preziosi, già in parte ridotti nel numero per sopperire alle difficoltà economiche della fuga, vennero trasportati in una piccola valigia marrone. Oggi sappiamo tutto questo grazie alla testimonianza di Karl Habsburg, uno dei nipoti di Zita, che ricevette istruzioni dalla nonna di non rivelare l’esistenza e l’ubicazione dei gioielli prima del centenario della morte di Carlo I scomparso nel 1922. Rubati, venduti, ritrovati in circostanze rocambolesche, certi gioielli hanno vissuto epopee fascinosissime. Il loro legame a doppio filo con le storie di alcune delle più influenti famiglie d’Europa li ha esposti a rapine rocambolesche. Ci auguriamo che i preziosi del Louvre possano essere ritrovati, così come è successo in precedenti occasioni, ma al contempo confidiamo in una maggiore attenzione per il futuro da parte dei musei che li custodiscono.
Immagine di apertura: il famoso diadema di perle dell’Imperatrice Eugenia, trafugato al Louvre nell’ottobre scorso, indossato per il ritratto che Franz Xaver Winterhalter le fece nel 1853 (olio su tela), ora al Castello di Compiègne




