Firenze 27 Gennaio 2026
Sul suicidio una vasta letteratura, antica e moderna, di taglio filosofico, religioso, etnologico, sociologico, psichiatrico. Nel 1897 un classico della sociologia, dovuto al francese Émile Durkheim, uno dei fondatori di questa disciplina, Le suicide, tirò alcune conclusioni, tratte dalle statistiche dell’epoca. Ovvero, che i tassi di suicidio erano più alti negli uomini rispetto alle donne (sebbene quelle sposate, rimaste senza figli, si avvicinassero a quanto accadeva al sesso maschile); nelle persone sole rispetto a chi aveva una relazione amorosa e in quelle senza figli; infine, tra i protestanti rispetto ai cattolici e agli ebrei.

Se osserviamo i suicidi degli anziani nella società italiana attuale, possiamo concludere che le rilevazioni di Durkheim sono in parte tuttora valide. Il nostro “tipico” anziano suicida, infatti, vive in una condizione di solitudine e di abbandono, che non gli offre nei momenti più difficili della sua vita (per esempio, una grave malattia) il conforto di un ambiente familiare o sociale che lo sostenga. Lo stesso vale, se le sue difficoltà sono soprattutto economico-materiali: può essere indotto alla disperazione se nessuno gli offre un aiuto per fronteggiarle.
Esistono sono due teorie principali riguardo alle cause del suicidio negli anziani. La prima afferma che il rischio di suicidio negli anziani dipende principalmente dalla depressione, intesa come malattia di rilevanza psichiatrica e che richiede terapie farmacologiche. Secondo l’altra, la causa sarebbe da ricercare nei fardelli di vario genere che pesano sulle loro spalle (compromissione della salute, perdite affettive, difficoltà economiche). Personalmente ritengo che non sia accettabile considerare sempre il suicidio come l’effetto di una patologia psichiatrica, ma sicuramente la gran parte dei suicidi degli anziani è dovuta ad un sentimento di disperazione, frutto di circostanze evitabili, di natura sanitaria, ambientale, sociale. In altre parole, se quell’anziano fosse stato curato per le sue malattie dolorose e/o invalidanti, se avesse potuto contare su di una rete di relazioni affettive familiari e sociali, non avrebbe deciso di togliersi la vita.
Su questi suicidi evitabili, cioè non “elettivi” ma indotti da un ambiente circostante deficitario, dovrebbero concentrarsi l’attenzione e l’impegno della società. Società è un termine astratto e ‘pigliatutto’: in realtà, il primo passo per tentare di evitare questo tipo di suicidi sarebbe identificare le persone e/o le organizzazioni concrete che potrebbero/ dovrebbero fornire all’anziano quell’assistenza e quegli aiuti dei quali egli sente disperatamente bisogno. In breve, sollevarlo dalla sua disperazione (non da una patologia depressiva) dovuta a fattori evitabili.

Considerare il suicidio sempre e comunque l’effetto di una condizione depressiva sarebbe una ingiustificata forzatura, espressione di quella psichiatrizzazione della nostra vita che si è imposta nell’ultimo mezzo secolo e che, per esempio, inserisce a viva forza il dolore per un lutto subìto in una nosografia psichiatrica. Quasi sempre il suicidio dell’anziano è dovuto a cause ambientali/sociali evitabili. Certamente anche nell’anziano, il suicidio può essere una scelta meditata, simile a quella dei filosofi stoici, e non dovuta a patologie psichiatriche o a condizioni ambientali avverse, ma si tratta di casi marginali. Tutti ricordiamo il caso del regista Mario Monicelli che, ormai molto anziano, scelse di suicidarsi e nel modo peggiore (non potendo ricorrere all’eutanasia) perché non voleva subire la progressione del suo cancro alla prostata.
Invece, quando il suicidio dell’anziano è dovuto alla disperazione prodotta dalla sua condizione di solitudine, di isolamento sociale, di patologie molto dolorose o invalidanti non adeguatamente curate, in questi casi è un vero e proprio delitto che la società commette contro uno dei suoi membri, perché potrebbe essere prevenuto ed evitato se soltanto l’ambiente circostante e le strutture sanitarie si prendessero cura adeguatamente dell’anziano.

Va detto che l’Italia è la maglia nera d’Europa nella triste statistica dei suicidi degli anziani. Da un lato, l’Italia è uno dei Paesi del mondo a più basso rischio di suicidio, dall’altro il suicidio degli over 65 è in Italia assai più alto della media europea. Tra gli uomini nella classe di età 65-69 anni si registra un tasso pari a circa 14 suicidi ogni 100mila abitanti della stessa età, che aumenta progressivamente fino a raggiungere, tra gli over 95enni, un picco di circa 46 suicidi ogni 100mila. Per quanto riguarda le donne dopo i 70 anni, invece, il tasso è più basso, circa 5 suicidi ogni 100mila abitanti. Inoltre gli anziani che non hanno nessuno a cui chiedere aiuto sono il 14 per cento, mentre chi non ha nessuno a cui raccontare cose personali il 12 per cento, a fronte di una media europea del 6,1 (dati Eurostat).
L’Italia è dunque uno dei Paesi occidentali in cui diventare vecchi presenta gli scenari peggiori, soprattutto rispetto ai Paesi anglosassoni, dove i tassi di suicidio in età avanzata sono la metà che in Italia.
Immagine di apertura: foto di Gerd Altmann




