Milano 27 Settembre 2025

Alla fine degli anni Ottanta alcuni storiografi israeliani come Benny Morris, Ilan Pappè, Avi Shlaim e Tom Segev, studiarono fonti riservate dello Stato di Israele che riguardavano la Nakba (catastrofe) palestinese del 1948. Per anni è stata nascosta all’opinione pubblica mondiale la pulizia etnica dell’Haganà sionista che provocò, secondo i dati Onu, un milione e 50 mila profughi, mentre 500 tra villaggi e città palestinesi subirono l’esodo con stupri e saccheggi. Nel 1948 Menacher Begin andò negli Stati Uniti per raccogliere fondi tra gli ebrei americani, accolto con simpatia.

Alfred Einstein, premio Nobel per la Fisica, in uno scatto del 1947. Fu uno degli intellettuali ebrei che firmò la lettera al “New York Times” che denunciava la deriva fascista del neonato Stato di Israele

Il 2 dicembre di quell’anno il New York Times pubblicò una lettera di tenore opposto firmata da Albert Einstein, Hanna Arendt, politologa fra le più influenti del Novecento, e 26 intellettuali ebrei. «Nel nuovo stato di Israele, il Partito della Libertà (Tnuat Haherut), nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti nazista e fascista. È come l’evoluzione del precedente Irgun Zvai Leumi, un’organizzazione terroristica» Prosegue la lettera: «Un esempio scioccante è stato il loro comportamento nel villaggio arabo di Deir Yassin. Il 9 aprile, bande di terroristi hanno attaccato questo pacifico villaggio, che non era un obiettivo militare, uccidendo la maggior parte dei suoi abitanti (240 tra uomini, donne e bambini) e trasportando alcuni di loro come trofei vivi in una parata per le strade di Gerusalemme. I terroristi, invece di vergognarsi del loro atto, si vantarono del massacro, lo pubblicizzarono e invitarono tutti i corrispondenti stranieri presenti nel Paese a vedere i mucchi di cadaveri e la totale devastazione a Deir Yassin». L’Irgun era stato autore di un precedente attentato terroristico il 22 luglio 1946 all’Hotel King David di Gerusalemme, sede del governo mandatario inglese che provocò la morte di 137 persone tra cui 28 britannici. Tnuat Haherut diventerà nel 1973 il Likud, il partito dell’attuale ministro Nethanyahu. Il 17 settembre 1948 un gruppo di sionisti denominato Lehi o Banda Stern – coinvolto nella strage del 9 aprile e nell’attentato (novembre 1944) al ministro britannico Lord Moyne – uccise due diplomatici dell’Onu, Folke Bernadotte e André Serot che si stavano adoperando per una soluzione pacifica tra ebrei immigrati dall’Europa che avevano proclamato quell’anno lo stato di Israele e i palestinesi residenti da generazioni in Palestina.

Il primo Ministro di Israele Ytzhak Rabin, il Presidente Usa Bill Clinton e Yasser Arafat, a capo della Autorità Nazionale Palestinese, siglano gli accordi di Oslo alla Casa Bianca il 13 settembre 1993 (fonte: Vince Musi/ Casa Bianca)

Il principio di “due popoli e due stati “ fu l’obiettivo mancato dei due diplomatici, ribadito in questi giorni dall’Assemblea generale Onu a larghissima maggioranza. La soluzione dell’Onu 194 dell’11 dicembre 1948 che prevedeva il ritorno dei profughi palestinesi nella loro terra natia e i dovuti risarcimenti, una decade dopo provocò forti tensioni politiche tra Ben Gurion e John Fitzgerald Kennedy che sosteneva la causa palestinese. Menacher Begin e altri terroristi divenuti leader politici e ministri non sono stati mai processati per i delitti commessi. Begin è entrato in politica da subito nel parlamento di Israele per arrivare ai vertici dello Stato prima come ministro in una coalizione guidata da Golda Meier e poi come premier dal 1977 a più riprese con Likud al potere. Morì nel 1992 d’infarto e l’anno successivo si arrivò agli accordi di Oslo. Israele riconosceva la terra di Palestina ridotta al 22 per cento di quella prevista dalla soluzione Onu del 1948, costituita da Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est. Il riconoscimento dura poco. Yitzhak Rabin, il premier che aveva firmato Oslo con Yasser Arafat, viene ucciso nel 1995 da un colono israeliano e il Likud, di nuovo al governo, ne approfitta contestando l’autorità di Arafat, rientrato in Palestina nel 1994, costringerlo all’esilio. Israele rioccupa militarmente i territori occupati per far affluire migliaia di nuovi coloni. A partire dalla fine dello scorso secolo si susseguono espropriazioni, frammentazioni e costruzioni di muri di separazione con centinaia di posti di blocco che limitano la libera circolazione dei palestinesi sottoposti ad un controllo vessatorio, capillare e telematico.

La devastazione prodotta dai bombardamenti sulla Striscia (immagine di Judas)

La Striscia di Gaza subisce da 23 mesi bombardamenti a tappeto dalle Forze di Difesa di Israele. Il Tribunale internazionale dell’Aia che ha incriminato gli israeliani Nethanyahu, Galland e i capi di Hamas, non riesce a procedere contro i primi due. Quanto ai capi di Hamas sono stati giustiziati da Israele senza processo impedendo alla magistratura ordinaria di accertare i responsabili della strage del 7 ottobre (1170 vittime). Nethanyahu, bloccando le trattative con i capi di Hamas giustiziati, ha impedito la liberazione tempestiva di tutti gli ostaggi israeliani suscitando l’indignazione dei parenti. L’attacco recente a Doha, che ospita i negoziatori di Hamas, costituisce un ulteriore deliberato sabotaggio delle trattative e una violazione della sovranità nazionale del Qatar, alleato tradizionale degli Stati Uniti. Un fatto senza precedenti che umilia la diplomazia come strumento di lealtà.

Nel corso dell’attacco israeliano su Gaza sono stati uccisi 270 giornalisti palestinesi e il numero cresce ogni giorno (foto di Hosny Salah)

Il governo Nethanyahu ha impedito l’ingresso a Gaza della stampa occidentale. I giornalisti palestinesi che lavoravano dentro la Striscia per Reuters, Al Jazeera e altre testate sono stati colpiti deliberatamente. Si contano 270 giornalisti uccisi, un numero enorme rispetto a conflitti bellici attuali e preesistenti. Gaza ha il 90 per cento degli edifici distrutti compresi ospedali, luoghi di culto, università, scuole e un numero di vittime non quantificabili per la distruzione della Anagrafe. Nel 2024 l’autorevole rivista medica Lancet ha ipotizzato 181 mila morti, mentre nel marzo 2025 l’università americana di Harward ne ha calcolato almeno 377mila. Il numero prudente di 67mila deriva dal fatto che ci sono centinaia di migliaia di corpi non identificati o sepolti sotto le macerie. La fila per il cibo è diventata esca per sparare sulla folla denutrita.

Bambini in attesa del cibo a Gaza. L’esercito spara anche su di loro (foto di Hosny Salah)

Il mancato cessate il fuoco, il blocco totale degli aiuti e lo smantellamento dell’Unrwa, l’Agenzia di soccorso delle Nazioni Unite in Palestina, ha aggravato le condizioni già precarie della popolazione costretta a sgomberare ospedali, abbandonare la propria casa e spostarsi per decine di volte da un posto all’altro della Striscia. In Cisgiordania le vittime palestinesi dopo il 7 ottobre sono almeno mille e circa 10mila in carcere con una procedura “amministrativa” senza garanzie processuali.
Le sanzioni a Francesca Albanese comminate dagli Usa sono un caso senza precedenti. Lei è rappresentante speciale Onu e autrice di tre Rapporti sulla Palestina occupata. Il più recente analizza il supporto economico di aziende private e pubbliche sia nazionali sia di altri Paesi (anche l’Italia) che forniscono armi e logistica anche civile per favorire l’occupazione e lo sterminio. Banche estere raccolgono soldi ad insaputa dei risparmiatori collocando titoli di stato israeliani.

Un uomo in fuga da Gaza City (foto di Hosny Salah)

Alcune industrie permettono le demolizioni arbitrarie di case, le distruzioni di alberi e pozzi di acqua. Si tratta di una evoluzione del sistema economico da quello della occupazione a quella della distruzione di Gaza. Donald Trump ha offerto 5mila dollari ai Gazawi per convincerli ad andarsene. Ma come faranno malati, denutriti, vecchi, bambini e mutilati a percorrere a piedi un corridoio umanitario ancora inesistente e ad uscire dall’inferno? Il ministro delle finanze Smotrich strizza l’occhio alle società immobiliari pronte a costruire case di lusso sulle macerie e incita l’esercito israeliano a finire in fretta il “lavoro” liquidando tutti i gazawi.

E ancora c’è chi nega sia un genocidio!

Filippo Senatore
Nato a Cosenza nel 1957, milanese di adozione, laureato in Giurisprudenza, giornalista pubblicista, da diversi anni archivista e bibliotecario al “Corriere della Sera". In precedenza ha lavorato all’ufficio legale delle case editrici Fabbri, Bompiani e Sonzogno. Direttore artistico del caffé Letterario "Portnoy" di Milano dal 1991 al 1995, ha pubblicato le raccolte di poesia "Noi e i ragazzi del Portnoy" (Eliodor 2007) e "Pandosia" (Manni 2009), in prosa "Cantiere Expo"( 2015) e "La leggenda del santo correttore" (2019) entrambi per Bibliotheca Albatros. Melomane e amante della musica classica grazie al nonno materno, pianista dilettante, ama l’arte e viaggiare.

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