Milano 27 Ottobre 2025

«C’è gente che ha avuto mille cose/ Tutto il bene e tutto il male del mondo / Io ho avuto solo te/ E non ti perderò, non ti lascerò / Per cercare nuove avventure / C’è gente che ama mille cose / E si perde per le strade del mondo/ Io ho avuto solo te / E non ti lascerò non ti perderò / Per cercare nuove illusioni….» Così cantava nei primi anni Sessanta Sergio Endrigo (qualcuno se lo ricorda?). Lui pensava a un amore indissolubile, che non svanisce come un illusione… Come quello che l’Africa e molti africani hanno sviluppato per la bicicletta.
Natura, oro, diamanti, petrolio, terre rare…. Ma anche guerre, epidemie, genocidi, razzismo, dittature, fame… Tutto il bene e tutto il male del mondo in Africa c’è stato e c’è.
Con lo spietato colonialismo è arrivata anche la bici. Sono nati i ciclisti neri per passione e per fame, sono sbarcati i pedalatori bianchi per il gusto dell’ avventura da raccontare in libri o in salotti. Nel 1913, Ali Neffatti, tunisino, fu il primo africano e il più giovane di sempre al al Tour de France. Vi prese parte grazie ad una raccolta di fondi da parte di amici, correva con il fez. Ebbe una brillante carriera in Europa, dove restò a vivere sposando una cantante lirica. Morì a Parigi nel 1974, a 79 anni.

Il ciclista algerino Abdel-Kader Zaaf al Tour de France del 1950 (fonte: Sport Historia)

In realtà già al Tour del 1910 c’erano 3 algerini, ma l’Algeria era parte della Francia e così non vennero considerati…africani: Raphael Galiero, Emile Godard, Frederick Vaillant. Nessuno arrivò al traguardo finale a Parigi. Particolarmente sfigato Raphael Galiero: riprovò nel 1911, ma si ritirò alla sesta tappa. Andò ancora peggio, nel 1920, a Ahmed Brazzi, classe 1892, di Blida, città algerina delle rose e del ciclismo visto che anche gli altri citati erano originari dello stesso luogo. Già alla prima tappa disse addio alla corsa. Partecipò ad altre gare, lasciò la Francia, scomparve nel nulla. Il più famoso corridore algerino (sempre di Blida) per decenni è stato Ahmed Remdni, classe 1889, che prima di darsi alle due ruote si era dato alle quattro zampe dei cavalli, ovvero all’ippica. Poi fu commerciante, costruttore di bici, organizzatore di corse. Come corridore venne ribattezzato, per le sue innumerevoli vittorie, “Leone d’ Africa”, l’”Invincibile”, il “Tenore”. Una leggenda del Maghreb. Fino al 1932 quando si concluse la sua parabola.
A proposito di sfiga, non possiamo dimenticare l’altro algerino Abdel-Kader Zaaf. Tour de France 1950: Zaaf faceva parte con 3 connazionali e 2 tunisini della prima rappresentanza nordafricana ufficiale (usata come propaganda dal colonialismo francese). Nella tappa Perpignano-Nimes di 215 km, il 27 giugno, Zaaf cadde tramortito per il troppo…caldo, vicino alle vigne. Fu soccorso dai contadini che lo fecero rinvenire spruzzandogli vino.

La copertina del libro “Strade nere”, di Marco Pastonesi, pubblicato da Ediciclo

Uno spettatore volle esagerare: gli allungò una borraccia di cognac. Fu sbornia colossale e ricovero in ospedale. Zaaf divenne comunque una star. La leggenda vuole che a ogni circuito ci fosse sempre qualcuno che gli offriva un bicchierino…Ma la gloria evaporò, come l’alcol, e la gente dimenticò. Dopo qualche anno di gloria, e dopo essere stato perfino il testimone (lui, musulmano e astemio!) di una campagna pubblicitaria dell”“aperitivo di Francia”, finì in carcere, in Algeria, e in miseria. Spirò nel 1986 a 53 anni, ne dimostrava 80.
Questi esempi sono la prova provata che già prima della Prima guerra mondiale, il ciclismo in qualche parte del Continente nero era ben radicato. Eppure la storia del ciclismo “nero” per decenni ci è stata raccontata sempre e solo in chiave europea. In chiave italiana, generazioni di tifosi hanno associato bici e Africa sempre e solo alla malaria che stroncò vita e carriera a Fausto Coppi nel 1960, dopo una corsa in Alto Volta (oggi Burkina Faso). Nello scorso settembre è arrivato il primo Mondiale di ciclismo in Rwanda a sancire il boom delle “Strade nere”, grazie anche al libro dal titolo omonimo che rende giustizia a chi ha fortissimamente voluto la bici, di legno, di ferro, alluminio, arrugginita, scassata, e con lei si è perso per quelle strade nere: dell’Africa e della vita, senza cercare nuove illusioni.
Strade nere (Ediciclo) dunque, del giornalista sportivo Marco Pastonesi, vero e profondo conoscitore di questo sport. Un volume di 100 capitoletti, che esaltano i miracoli di chi ha tagliato traguardi solo sognati.

Il famoso passaggio di borraccia fra Fausto Coppi e Gino Bartali sulla salita del Col du Galibier al “Tour de France” del 1952

Un giro dell’Africa e della storia in 100 tappe. Sì, perché le dure, precarie esistenze di molti pedalatori testimoniano tutto il male del continente nero e anche di quello bianco.
Come Awet Gebremedhin, eritreo ora trentatreenne, rifugiato politico in Svezia, dove era scappato per diventare professionista. «Diciotto mesi a casa di un amico, brevissime uscite solo per sfamarsi, e comunque soffrendo la fame. Diciotto mesi studiando lo svedese. E gli ultimi tre raccogliendo bottiglie di birra vuote, per rivenderle e risparmiare per acquistare bici, scarpe e casco». E mandare soldi a casa.
O Negasi Haylu Abreha, 25 anni, atleta del Tigray, che il 3 novembre 2020 dall’Italia non riuscì a tornare in famiglia perché proprio quel giorno era scoppiato il conflitto tra Etiopia la sua regione. Ma ci sono anche le gesta non sempre egregie del nostro Paese. Ad esempio, quella del 1934: l’Italia fascista organizzò la prima edizione del Giro della Tripolitania, aperto solo ad atleti di pura razza…italica. Alla partenza si schierò perfino Gino Bartali, che tornò in Africa tre volte (1938 in Algeria, 1940 in Libia, 1948 in Tunisia). Coppi, invece in Africa ci finì una prima volta come prigioniero di guerra (1943-1944), la seconda come vittima della malaria.

Il ciclista ruandese Adrien Niyonshuti durante la “Quattro giorni di Dunkerque” del 2014

L’ Africa attirava anche gli antifascisti: Antonio Bertola, che rifugiatosi in Francia per ragioni politiche, a raccogliere successi e soldi, sbarcò in Algeria e Marocco nel 1935 e nel 1937.
Molto tempo prima, Luigi Masetti, classe 1864, del Polesine, famoso giramondo sui pedali, a 33 anni, in bici scalò la piramide di Cheope (come avrà fatto?), “dove sostò per 40 secondi”. Qualche decennio più tardi, nel 1913, Enrico Toti, senza la gamba sinistra macciullatagli da un locomotore a 26 anni (proprio quello che lanciò la stampella contro gli austriaci), pur mutilato, si costruì una bici e arrivò in Sudan dove però gli inglesi lo rimandarono a casa.
Insomma l’Africa come terreno di imprese al limite del credibile. Strade nere, una carrellata di cronache toccanti e surreali, spesso comiche, come quando in un giro del Senegal, i corridori seguendo la polizia si persero nella foresta. È una antologia di avventure sportive esistenziali e talvolta perfino di scorribande che appaiono fuori luogo, fuori strada, in una terra dove si pedala per vivere. Prendiamo il brianzolo Giacomo Galliani, 33 anni, professione personal trainer. Nel 2023, da solo, in cima al Kilimangiaro! Un’impresa che suona come una beffa per chi come Adrien Niyonshuti, ora 38 anni, ruandese, nella tragedia del genocidio che ha devastato il suo Paese, con 6 fratelli massacrati, ha trovato nel ciclismo la forza di sopravvivere.

Immagine di apertura: un ciclista della Nazionale ruandese esce di casa per andare ad allenarsi (foto di Bruno Zanzottera, rivista Africa)

Costantino Muscau
Nato e cresciuto in Sardegna, milanese di adozione, giornalista professionista dal 1973, alla sua carriera manca solo l’esperienza televisiva. Per il resto non si è risparmiato nulla: giornale del pomeriggio (La Notte), quotidiano popolare (l’Occhio), mensile di salute (Salve), settimanale familiare (Oggi), una radio privata per divertimento (Ambrosiana) e quindi 20 anni di “Corriere della Sera”, dove si è occupato di attualità nazionale e internazionale. Ha avuto anche un’esperienza di (mini) direttore per quasi due anni al Corriere, quando gli è stata affidata la responsabilità di “Corriere anteprima”, freepress pomeridiana. Laureato all’università Cattolica a Milano in Lettere Classiche, ma con una tesi sul cinema, ha provato a scrivere un libro (guida turistica) e non c’è riuscito.

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