Milano 27 Maggio 2025
«Buon giorno, signor Orazio Busà. Sono Mauro Milluzzi, un dentista, di Verona. Sono la persona che da 15 anni vive con il cuore di suo figlio». Il figlio di Orazio era Giovanni, 24 anni, marinaio siciliano di stanza a La Spezia, Nel 2001, al rientro da una missione del Golfo Persico con la Marina Militare, aveva saputo che il Ministero della Salute aveva inviato il Tesserino blu per dichiarare la propria volontà alla donazione di organi. Giovanni aderì all’iniziativa. Nello stesso anno ebbe un danno cerebrale irreversibile.

La famiglia acconsentì alla donazione degli organi. Il 21 novembre 2001, Mauro Milluzzi, allora trentottenne, riprese a vivere col cuore di Giovanni. Alla fine del 2016 incontrò la famiglia Busà. Orazio e Mario si abbracciarono. «Petto contro petto, avvertivo il battito del suo cuore», racconterà Orazio Busà.
Morte e Amore. Amore e vita. Una staffetta d’amore. Ci sono persone che prima del momento estremo lasciano capire quanto bene qualcuno potrà sperare dopo la morte. Ci sono persone che al termine della loro esistenza diventano il “grimaldello” per ridare vita a chi la vita la sta perdendo. C’è chi grazie a questo grimaldello è rinata 4 volte. Come Daniela Lucia Olivieri, di San Benedetto del Tronto. Nel 1995 grazie a sua mamma ebbe il trapianto del rene, purtroppo non riuscito. Subito dopo, un secondo intervento, dall’esito ugualmente negativo. Nel 2009, terza operazione, doppiamente fortunata: in ospedale conosce un medico Alberto Bellati, che diventa suo marito. Ma in seguito a un incidente stradale, nel 2015, perde il terzo rene, e viene operata per la quarta volta.

Nel 2016 venne presentato alla Mostra di Venezia il film francese Riparare i viventi sui trapianti. Disse la regista Katell Quillévéré: «La migrazione di un cuore verso un altro apre prospettive scientifiche, poetiche e metafisiche. La donazione di organi non è semplicemente organica, c’è un elemento sacro coinvolto». La riparazione dei corpi esige, infatti, che qualcuno muoia perché qualcun altro viva. E a questo “qualcun altro” ora viene data la parola. Un libro sui “55 protagonisti del più grande miracolo della medicina moderna”. Il volume si intitola Volti di rinascita (Baldini+Castoldi), di Leonio Callioni e Francesca Boldreghini, con la consulenza scientifica di due stimati specialisti in Anestesiologia e Rianimazione, Sergio Vesconi e Mariangelo Cossolini. Il libro (esaurito e già ristampato) è un viaggio di speranza nella solidarietà e nella Sanità Pubblica al termine della notte di sofferenze di chi era destinato a dire precocemente addio al mondo. «Un’opera meritevole – commenta Ettore Vitali, cardiochirurgo emerito, per molti anni Direttore del Centro De Gasperis dell’ospedale Niguarda di Milano (ha eseguito 300 trapianti di cuore) – perché stimola a dire sì alla donazione dopo la morte. Anche se noto un certo rallentamento da parte della generazione di anziani al momento del rinnovo della carta di identità. Un fenomeno legato, temo, al disincanto dell’età e una certa sfiducia nella società». Un’eccezione positiva viene da un paesino di 1100 abitanti, Verceia, sul lago di Mezzola (Sondrio). Al momento del rinnovo della carta di identità, quando si può sottoscrivere la donazione degli organi, 139 su 158 richiedenti hanno dato il benestare. Un record nazionale, che fa ben sperare per i 4971 pazienti iscritti in lista di attesa nel 2024.

In Volti di rinascita scorrono 55 storie raccolte fra i circa 50 mila trapiantati viventi. Vissuti di dolore, di disperazione, poi di rinascita, più che di riparazione, di viventi giunti allo stremo, magari appena venuti in questo mondo. Come il piccolo Lorenzo Foletti, di Pavia, che – ricorda il padre Luca Giovanni – «nato alle 10.10 di venerdì 24 novembre 2017 rinasce in sala operatoria il 2 giugno 2018. Colpito a soli 3 mesi da atresia delle vie biliari, viene salvato dal trapianto di fegato. Il 21 settembre 2019 fummo accolti in Vaticano da Papa Francesco». Anche Linda Gorda, di Adria (Rovigo) subì il trapianto di fegato a Padova all’età di 3 anni il 25 ottobre 1998. Sfortunatamente nel 2019 la sua salute riprese a peggiorare e ciò la portò al secondo intervento, a Bologna il 28 febbraio 2020. «Ebbi paura di morire quando vidi che quella chiamata per il trapianto tanto atteso non arrivava. Un mese prima di tornare in ospedale stavo organizzando il matrimonio, che celebrai l’anno successivo. È solo grazie a mio marito che ho recuperato tutta la forza che avevo perso. Ma soprattutto sarò grata per sempre al donatore». Le ansie e i tremori nella possibilità dell’organo salvifico, il rapporto con i familiari, quelli propri e quelli del donatore, il futuro dopo l’intervento: le parole di Linda Gorda riassumono i punti cruciali legati alla donazione. Non tutti hanno affrontato l’ingresso in sala operatoria con un senso di liberazione.

Daniela Medda, cagliaritana di 45 anni, confessa: «Quando si presentò l’anestesista il terrore divenne panico, tanto da indurmi a non firmare l’autorizzazione. Crollai: No, basta ho cambiato idea non voglio fare più nulla. E poi…non ricordo più niente». E poi… è diventata atleta della nazionale trapianti e oro olimpico nel Bowling. C’è stato anche chi si è quasi pentito di avere accettato “la resurrezione”. Lo rivela un medico anestesista, Sergio Barbieri, affidatosi ai colleghi e amici dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Dopo l’intervento di trapianto di cuore, nel 2021, «ero solo (con un cane, Cippo) e con il morale sempre più basso fino a chiedermi perché mai avessi fatto il trapianto». Poi, ripensando alla fatica dei colleghi e, particolarmente, al donatore, decise di guardare avanti.
Quanto al sostegno da parte dei familiari nei momenti del “trapasso d’organo”, siamo soliti darlo per scontato. Spesso il supporto è addirittura eroico, come nella vicenda di Erika Voliani, che all’età di 8 anni sarebbe dovuta morire per una malformazione ai reni. Oggi Erika ha 49 anni e deve dire grazie a sua madre che nel gennaio 2009 le ha regalato un rene e 41 anni di vita. O come nel caso di Graziano Roteglia, classe 1973, di Reggio Emilia, salvato dalla generosità del fratello Marco, che il 13 ottobre 2021 ha donato parte del suo fegato. O come Arianna Jessica Calestani (1985, cagliaritana) che deve «la sua seconda vita, il 24 gennaio 2012, a suo padre; non fu semplice accettare il suo rene perché i miei genitori si erano separati in modo burrascoso. Il suo gesto commosse la mamma e recuperarono un buon rapporto».

Non sempre è così. Claudia Pasi, cardio trapiantata dal 2001, appena dimessa, dovette affrontare un doloroso divorzio. Maurizio Milluzzi, il dentista di Verona, tornato a casa non trovò la moglie. «Mi lasciò subito dopo il trapianto. Quando credeva che non sarei sopravvissuto, aveva trovato un’altra persona».
Ma dopo il trapianto ci sono anche imprese straordinarie: Fulvio Bonomi, veronese, nel 2022 è andato a piedi a Santiago di Compostela; Ermanno Manenti, bresciano, è stato pluricampione mondiale ciclismo, nelle prove per trapiantati; Marcello Merlo, comasco, è stato campione italiano e mondiale di sollevamento pesi.Tutti i 55 trapiantati comunque, si sono trasformati in testimoni della solidarietà e della gratitudine verso il donatore. Su questo punto, Sergio Vesconi e Mariangelo Cossolini, sentono però il dovere di lanciare un avvertimento: «Per qualcuno può essere consolatorio pensare che l’organo vivo nel ricevente, porti con sé qualcosa della vita del donatore. Bisogna sottolineare che il trapianto non rappresenta più la persona che ha donato, ma assume e svolge esclusivamente le funzioni affidate a quello specifico organo. Il donatore non continua a vivere nel ricevente: sarà il suo gesto di solidarietà a perpetuarsi oltre la sua fine, in un nuovo inizio per chi grazie a lui, avrà nuova speranza di vita».
Immagine di apertura: (foto Pexel.com)
- Le foto delle persone trapiantate sono tratte dal libro Volti di rinascita edito da Baldini + Castoldi




