Milano 26 Marzo 2021

Anche questa volta, come nel 2020, il Coronavirus fa calare il sipario sullo scoppio del carro, la festa pasquale che da 350 anni riempie di gente il cuore di Firenze e su tante altre manifestazioni di fede e di folclore che nella Settimana Santa costellano la penisola: processioni, quadri viventi, flagellanti in costume, enormi croci portate a spalla. Il rosso dell’emergenza virus si aggiunge così al rosso del sangue di Gesù e di tanti simboli altrettanto rossi, ma con valenza salvifica, dei giorni della Passione: indicano insieme il sacrificio e la rinascita. Come il mantello del Redentore nella Resurrezione di Piero della Francesca conservata a Sansepolcro, vicino ad Arezzo, tornata ai  suoi splendidi colori grazie a un recente restauro.

Piero della Francesca, “La Resurrezione”, 1470, affresco conservato al Museo civico di Sansepolcro (Arezzo)

In molte località la campane di Pasqua hanno continuato ad aprire, nel tempo quotidiano, uno squarcio miracoloso da cogliere: i bambini devono correre ad abbracciare gli alberi per assicurarsi una stagione fertile, le coppie senza figli possono provare, nell’intimità, a sfruttare l’occasione benedetta. Un patrimonio di riti che si intrecciano a quelli della giudaica Pesach: l’uovo, l’agnello, la colomba, l’ulivo per gli ebrei anziché la Resurrezione significano la liberazione dall’Egitto e il ritorno alla Terra Promessa. Sempre, comunque, la prospettiva di una vita nuova, ricorrenze radicate nei miti più antichi dell’uscita dall’inverno e il rifiorire della natura.
«Con la pandemia attraversiamo un tempo sospeso. Quando sarà passata, potremo accertare quanto la paralisi sia pesata sulla conservazione di tradizioni fondanti della civiltà affidate al mondo dell’immagine e dell’oralità – spiega Piercarlo Grimaldi, antropologo, carriera universitaria a Torino, poi nell’ateneo del Piemonte orientale e infine a Pollenzo (Cuneo), alla singolare esperienza avviata per conferire dignità accademica alle scienze gastronomiche -. Eppure dagli scorsi anni Settanta e Ottanta del secolo scorso c’è stata la sorprendente ripresa di tradizioni che parevano stanche reliquie.

Il sacrificio dell’agnello è nella tradizione il simbolo della purificazione. Nella cultura occidentale ha avuto poi una trasposizione culinaria che oggi viene contestata dai sostenitori dei diritti degli animali (suju foto)

La crisi dell’urbanesimo, le periferie, la perdita d’identità nelle aree metropolitane avevano fatto riscoprire il “sacro”, anche laicamente, come legame comunitario, contatto con la propria storia». Ma il professore è pronto a scommettere: il piacere della festa, del dono, le rappresentazioni popolari rispondono ad esigenze cui l’uomo non può rinunciare.
È il ramoscello d’ulivo che orna a Pasqua la tavola imbandita, ricordo di Gesù che entra osannato a Gerusalemme a inaugurare la Settimana Santa. L’ulivo figura già nelle religioni mediterranee arcaiche, simbolo di prosperità; la dea Atena lo aveva donato agli ateniesi. Nell’Antico Testamento la pianta sacra rafforza il significato di rigenerazione quando la colomba porta a Noè il rametto verde della fine del Diluvio, del perdono divino. La liturgia cristiana il giovedì consacra l’olio, il “crisma” dei sacramenti e alla vigilia della Passione Cristo – l’ “unto” – si ritira a pregare, sudando sangue, sul Monte degli Ulivi.

La colomba con il ramoscello di ulivo in bocca, immagine simbolo di pace e di rinascita sia nella tradizione ebraica che in quella cristiana (foto di Clker-Free-Vector-Images)

La colomba e l’agnello accompagnano il percorso pasquale. Nella colomba, portatrice di pace e riconciliazione con Dio, il popolo ebraico legge la propria storia. Per i cristiani è lo Spirito Santo che si posa su Gesù nell’atto del battesimo sul Giordano. Oggi ci siamo abituati ad una diversa colomba con ali di zucchero e mandorle che plana sulle nostre tavole. Resta comunque il tratto originario di un segno di solidarietà tra i commensali forse ripreso dal “pan dolce” dei longobardi. Però la colomba versione dessert l’ha inventata la Motta di Milano, negli anni Trenta del Novecento, e da allora vola sui menù di tutta Italia. L’agnello: mansueto e bianco come la colomba da tempi ancestrali è destinato a vittima sacrificale per ingraziare le divinità e nella Bibbia la tradizione si consolida con Abramo che lo sacrifica al posto del figlio Isacco. Pure all’agnello non è mancata una fine culinaria, ma carica di significati mistici. La regola di consumarlo nella cena della Pesach ricorda l’ordine di Dio a Mosè di cospargere del sangue dell’animale gli stipiti delle porte degli ebrei per tenere lontano l’angelo della morte e poter fuggire dall’Egitto martoriato dalle piaghe.
«Ecco l’agnello di Dio che prende su di sé i peccati del mondo». Cosi Gesù nel Nuovo Testamento viene salutato da Giovanni Battista, presago della futura Passione. Nei testi evangelici e nell’iconografia (il Giovanni Battista in meditazione di Bosch) l’animale si trasfigura in simbolo messianico e cibarsene corrisponde all’eucarestia, la più intima comunione con Dio.

Hieronymus Bosch, “San Giovanni Battista in meditazione”, 1489 (?), olio su tavola, Museo Làzaro Galdiano, Madrid

Oggi quasi ogni regione vanta una laica consuetudine gastronomica a partire dall’abbacchio romano. Ma la ricetta più nota è quella di Favara, in Sicilia, dove la figura del “cucciolo” della pecora modella un dolce di pasta di pistacchio ricoperta di mandorle.
Anche l’uovo evoca simboli remoti: la vita che preme per uscire dal guscio. Il Cristianesimo lo reinterpreta nella Resurrezione con il marchio del rosso-sangue della Crocifissione. Risale al Medio Evo l’usanza di conservare durante la Passione le uova fresche per poterle scambiare come augurio a Pasqua. Bollite e decorate specie di rosso. Tuttora nella Langa le cerimonie del dono sono seguite da testi cantati che rimandano al mondo greco. I ricchi da secoli si sono comunque permessi uova d’ oro e d’argento e Peter Carl Fabergé a cavallo tra Ottocento e Novecento, ne ha creato capolavori di oreficeria.

Neppure l’uovo, nel cui puro disegno Piero della Francesca ravvisa l’immagine della perfezione divina (La Pala di Brera), sfugge alla sorte di trasformarsi in una dolce prelibatezza: sarebbe stato il Re Sole, a chiedere al suo pasticciere un uovo di cioccolato, ma la moda di nascondervi un regalo è merito dei maestri cioccolatai di Torino. Fabergé si adeguò: nell’uovo-matrioska per la zarina Maria Feodorovna inserì anche lui una sorpresa, degna della destinataria: un rubino a forma d’uovo.

L’uovo Fabergé in smalto oro e brillanti che l’Imperatore Nicola II regalò all’Imperatrice Alexandra Feodorovna per la Pasqua del 1902. Museo dell’Armeria al Cremlino, Mosca

Ispirata dalle tradizioni la gastronomia si è poi sbizzarrita a creare piatti-bandiera: la torta pasqualina (ricetta genovese del XV secolo), il casatiello ( torta rustica napoletana), l’impanata ragusana, il brasato al barolo piemontese. Anche la tradizionale “pulizia domestica” di Pasqua nasce con la Torah che, in memoria dell’Esodo, impone il divieto agli ebrei di usare il lievito. In prossimità della Pesach, festa degli azzimi, neanche un briciolo può essere tollerato in casa. «Per noi è diventato sinonimo di pulizia di primavera – racconta Grimaldi –. dimenticata la carica simbolica di cambiamento, di nuova era. Ora dobbiamo riguardare al passato per recuperare il valore aggiunto della nostra storia». Bisogna sacralizzare il territorio. Originario del Belbo, nelle Langhe, il professore ricorda il conterraneo Cesare Pavese: «Avere un paese, una terra vuol dire che c’è qualcuno che ti aspetta».

Immagine di apertura: lo scoppio del carro a Firenze in Piazza Duomo la domenica di Pasqua, una tradizione antica di oltre trecento anni

 

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui