Milano 27 Gennaio 2026
Tre singole storie che si intrecciano fino a costituire le tesserine di un unico puzzle. Maurizio De Giovanni con il suo ultimo libro L’orologiaio di Brest, pubblicato da Feltrinelli, abbandona i vecchi eroi (Commissario Ricciardi, I bastardi di Pizzo Falcone, Mina Settembre), resi famosi dalle fiction televisive e scrive un noir intenso e psicologico.

Partendo da situazioni private e attraverso uno scorrere parallelo del presente/passato, ricostruisce la fine di un’epoca buia per l’Italia, precisamente quella dei primi anni Ottanta con gli epigoni della lotta armata e del terrorismo e sempre dominata dal potere carismatico, ma subdolo e pervasivo, della Chiesa, che finge di cambiare perché tutto resti immutato. Nella prima parte del libro ogni capitolo è dedicato ad un personaggio; ma di questi solo alcuni hanno un nome proprio; gli altri sono figure vaghe, come “l’uomo dai capelli lunghi”, “l’uomo con la cravatta”, “ il giovane prete”, quasi a simboleggiare ruoli generici sempre esistiti. Via via le storie di questi strani individui si infittiscono, creando il mistero. Maddalena, Vera Cohen e Andrea Malchiodi, gli unici nominati, hanno in comune una vita senza padre e, per puro caso, sono vittime dello stesso intrigo.

Ma la loro reazione all’assenza paterna è stata diversa. Maddalena ha smesso presto di chiedere notizie del suo genitore per non mandare in crisi di pianto sua madre. È una studentessa universitaria proiettata verso il futuro, coraggiosa e convinta che «non serve essere uomini né avere maschi in casa: due donne determinate possono scalare le montagne». La giovane Maddalena però in questa scalata finirà in un precipizio melmoso, “impuro”, senza possibilità di risalita. Andrea Malchiodi è un docente universitario di Storia Medievale che ha rimosso il passato scomodo e accettato, senza porsi domande, le «storielle propinategli dalla madre». Ora, a 43 anni, vive un’esistenza fallimentare: una carriera stroncata da una accusa ingiusta di molestie sessuali ai danni di una studentessa, il crollo del suo già traballante matrimonio e un rapporto quasi inesistente con la figlia. Ma il suo tormento più grande è la situazione della madre che, malata di demenza senile, è ricoverata in una clinica per anziani. E qui un bel giorno lei rompe il silenzio e si mette a parlare «come una guerriera boliviana». Vera Cohen è una giornalista precaria, che, al contrario di Andrea, insegue il suo passato con accanimento. Vuole la verità sulla morte di suo padre, giovane poliziotto meridionale, avvenuta in un attentato dinamitardo il 13 maggio 1984 insieme al magistrato Contini, di cui era l’autista. Supportata da Bruno Terenzi, un commissario in pensione, anche lui ossessionato, a ragion veduta, dall’ irrisolto caso Contini-Cohen, Vera persegue una ricerca incessante e accurata, arrivando così all’incontro con Andrea Malchiodi, figlio dell’assassino di suo padre. Inizialmente, il faccia a faccia fra la figlia della vittima e il figlio dell’omicida è difficile: il professore rifiuta la possibile verità sul suo genitore, ma poi, di fronte a prove interessanti, i due stipulano un accordo che li porterà passo dopo passo “all’uomo degli ingranaggi” e, quindi alla realtà storica. Il personaggio tanto ricercato da Vera e Andrea si rivela un vecchio uomo “spezzato”, “ cristallizzato”, un orologio rotto.

Sotto falso nome e sotto mentite spoglie ripara orologi e congegni di ogni tipo nella città portuale francese della Bretagna distrutta dopo lo sbarco in Normandia (vi è anche ambientato l’ultimo film del regista tedesco Rainer Werner Fassbinder Querelle de Brest, 1982). È costretto alla solitudine e al silenzio, pur depositario di tanti segreti, perché minacciato e al contempo protetto da quella entità dei poteri occulti che lo aveva usato in modo criminale e poi costretto alla scomparsa. Aveva dovuto abbandonare la sua amatissima Flavia, la madre di Andrea appunto, per salvare suo figlio. Lui e Flavia avevano creduto, in «un mondo migliore senza ricchi che calpestano la povera gente» e per questo avevano imboccato la lotta armata contro il nemico in divisa. Ora, giorno dopo giorno, deve fare i conti con il suo passato e con il male commesso per cui «ogni mattina e ogni sera cerca di non addormentarsi perché gli incubi del sonno sono il suo personale inferno». Il suo orologio di vita è fermo a quel 13 maggio 1984; ora con l’arrivo di Vera e Andrea, può riprendere a funzionare, ma il passato non si può cancellare, solo riparare. I due giovani, vissuti orfani di padre, hanno compiuto il loro viaggio introspettivo, sono giunti alla verità che consentirà loro di completare la propria identità. Si sa, ogni uomo cerca di far luce sulle proprie radici per una piena conoscenza di sé.

Ma l’introspezione personale cede poi il posto a quella sociale dei primi anni Ottanta, di un’Italia divisa fra la voglia di cambiamento dopo la paura degli anni di piombo, la fatica di scrollarsi di dosso il passato e la persistenza di poteri occulti tanto torbidi quanto pericolosi. La memoria storica, la colpa, la menzogna, ma anche l’amore si fondono in questa narrazione. La madre di Vera e quella di Andrea hanno amato profondamente i loro rispettivi uomini; la prima, dopo la perdita, si è ammalata ed è morta; la seconda ha ricevuto ogni anno «dall’uomo degli ingranaggi che poco sapeva usare le parole ma molto i meccanismi» un carillon, a dimostrazione dell’affetto perenne.
Con una prosa scorrevole, chiara e precisa e, alternando misteri a rivelazioni, Maurizio de Giovanni firma un romanzo intimo e sociale. Anche qui, come nei precedenti lavori, c’è un’indagine, ma non su un delitto, bensì su «un’identità da ricomporre di cui colpevole è il tempo». La lettura, dopo la fatica iniziale fra i vari personaggi misteriosi, diventa sempre più interessante e coinvolgente, storicamente utile. Non c’è una fine nel libro, come non c’è nei decennali misteri che hanno scosso l’Italia. E questo lascia supporre una prossima puntata….
Immagine di apertura: foto di beasternchen




