Milano 27 Febbraio 2026
Il diavolo in tasca, pubblicato da Einaudi, ultimo lavoro di Carlo Verdelli, giornalista di lungo corso, già Vicedirettore del Corriere della Sera, poi Direttore della Gazzetta dello Sport per 4 anni e della Repubblica dal 2019 al 2020, è un libro scomodo e sgradevole perché mette a nudo senza pietà le incapacità degli adulti e i gravi pericoli per i più giovani nell’uso e nell’abuso dello smartphone.

Già in due righe che occupano tutta pagina 2 si capisce qual è la posizione dell’autore: «Nessuna riga di questo libro è stata prodotta con il supporto dell’Intelligenza Artificiale». Una scelta di campo non solo pratica. Nemmeno io ho mai scritto un articolo facendomi aiutare dall’AI. Perché sono un dinosauro dell’informazione e ho sempre usato farina del mio sacco e soprattutto perché non credo che l’Intelligenza Artificiale, quando setaccia il Web a caccia delle informazioni richieste, esegua una selezione asettica per aiutarmi, ma penso mi fornisca gli elementi che fanno più comodo a chi ha impostato l’algoritmo di ricerca. E le notizie scomode chi le racconta? Ma non per tutti è così perché quella «scatoletta che teniamo ogni momento accanto a noi è l’oggetto più straordinario che sia mai stato inventato … è la cosa che più di ogni altra sta cambiando le nostre esistenze, il corso di questo secolo» scrive Verdelli. Proprio grazie all’Intelligenza Artificiale, una moderna lampada di Aladino da cui facciamo uscire il Genio senza la possibilità (o la volontà) di farlo rientrare. La scatoletta con lo schermo è troppo comoda, troppo facile, troppo utile.

Stare senza, ricorda l’autore, è come essere cacciati dal Paradiso: «È un carcere senza sbarre e noi ci siamo dentro. Convinti di essere liberi … ma senza possibilità di disintossicazione». Giovani e adulti. Recentemente un’amica, mentre veniva a casa mia a cena, sul tram è stata derubata del telefonino: per lei (non più giovane, attenta a tutto quello che mangia e che fa, compreso l’uso della scatola magica) è finito il mondo. Al posto della cena siamo andati subito dai carabinieri per la denuncia, poi da due tecnici amici per cercare di bloccare i dati. Una serata rovinata. Perché? Semplice: lì dentro c’è tutto. Elenca Verdelli: agenda, foto, video, documenti, servizi utili e servizi futili, servizi ormai indispensabili, svago, vizi, segreti. I dati «sono il vero scrigno da scassinare per venderti l’asciugacapelli o un’idea politica, un leader». E l’algoritmo sa come si fa. Verdelli da cronista vero rievoca i disastri dell’uso del telefonino, che i telegiornali ci raccontano quasi ogni sera: dagli incidenti stradali all’isolamento totale, agli episodi di bullismo, ai suicidi.

«Con gli adulti, prigionieri come i figli dello stesso stordente incantesimo, non solo non danno il buon esempio, ma chiudono gli occhi davanti al disagio manifesto di un’adolescenza, e anche di una infanzia irretita dalla lampada magica. Una pandemia sociale sottovalutata, senza vaccini e senza cure». A poco sono serviti autorevoli studi scientifici, l’allarme degli esperti, le petizioni dei Nobel. Che fare? Una delle tante strade che in Italia si stanno percorrendo è quella della formazione. Una via che emerge con il progetto Zero NEET voluto dal presidente di Fondazione Cariplo, Giovanni Azzone. Un programma a favore di giovani tra 15 e 29 anni che non sono impegnati né in percorsi di istruzione, né in attività lavorative, né in attività di formazione. Sul tavolo 50 milioni di euro (20 da Cariplo e altri 30 da Intesa San Paolo, Regione Lombardia e altri enti e istituzioni). Giovanni Azzone racconta il suo rapporto con i giovani e l’origine del progetto nel volume Passaggio di testimone. Il futuro nelle parole dei boomer di Laura Bajardelli e Camillo De Milato che attraverso 15 interviste a personaggi di notorietà e prestigio nati tra il 1946 e il ’64 (i cosiddetti boomer) cercano di delineare il futuro delle giovani generazioni. Azzone parla di una «generazione che non è abituata a cercarsi le chiavi di lettura dei problemi», tanto c’è ChatGPT, «in un mondo in cui non si distingue più il vero dal falso».

Verdelli, tra gli altri, intervista Adele Minutillo, psicoterapeuta del Centro nazionale dipendenze e doping dell’Istituto Superiore di Sanità: «Partirei dai genitori: troppo rigidi o troppo permissivi, troppo distratti o troppo preoccupati. Impreparati alla rivoluzione in atto. L’unica strada è intraprendere un serio percorso di formazione che coinvolga adulti e minori» dice l’esperta. Ecco: l’irresponsabilità dei grandi che poi si dividono in duri e permissivi, come i governi delle nazioni in un momento di impreparazione generale e di sottovalutazione del fenomeno in cui «generazioni scambiano la vita virtuale per reale». Per non parlare degli adescamenti (i casi sono saliti del 6 per cento in un anno e le prede hanno tra 10 e 13 anni) e del porno. O di Aurora, 13 anni, che cerca l’aiuto di un algoritmo per capire la differenza tra un amore vero e uno tossico e farsi consigliare. E chiede alla macchina: «Secondo te dovrei lasciarlo?» Si è la risposta.

Lei lo lascia, ma all’ultimo appuntamento lui la getta dal balcone. Non c’è solo il disastro dei social nelle giovani generazioni. Così si va, secondo Verdelli, verso una deriva autoritaria in tutto il mondo (Occidentale, direi) con l’America di Trump, soprattutto, la Russia e la Cina sempre più impegnati a farci «pensare di meno». Ma al di là delle conclusioni politiche, pur importanti, e delle critiche anche ai nostri governanti, che meriterebbero un lavoro a parte con una valutazione più complessiva delle diverse offerte politiche, il libro accende un enorme faro su una questione decisiva per il nostro futuro.
Immagine di apertura: foto di Jorg Herrich




