Bari 27 Marzo 2926

La grande frana di Niscemi dello scorso mese di gennaio, evidenzia, se ce ne fosse ancora bisogno, la diffusa e intensa fragilità geomorfologica che affligge l’intero territorio italiano, il più franoso d’Europa. L’ultimo rapporto sullo stato del dissesto idrogeologico in Italia, rilasciato nelle scorse settimane dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), tratteggia un quadro preoccupante. Sono oltre 638.000 le frane censite dal 1116 al 2024, nelle aree montuose e collinari del nostro Paese, che coprono un’area complessiva di 25.000 chilometri quadrati. Questa diffusa instabilità dei versanti espone a rischio di frana il 23 per cento del territorio nazionale con il coinvolgimento del 95 per cento dei centri abitati e del 20 per cento del patrimonio culturale.

La frana Lavini di Marco, vicino a Rovereto, già descritta da Dante Alighieri nella “Divina Commedia” (foto di Alberto Carton)

Il 26 gennaio 2026, la collina sabbiosa di Niscemi, in provincia di Caltanissetta, è stata coinvolta in un movimento di massa complesso in rapida evoluzione, che ha generato gravi danni al quartiere cittadino di Santa Croce – Belvedere e ad alcune infrastrutture viarie, portando all’evacuazione di 1500 persone. Una prima fase di movimento è stata registrata tra il 15 e il 16 gennaio, cui ha fatto seguito la disastrosa riattivazione del 26 gennaio. Questa grande frana, costituita da tre distinti corpi di frana, si sviluppa per circa 4,7 chilometri e copre un’area complessiva di circa 2 chilometri, con spostamenti anche dell’ordine dei 50 metri. È riconducibile allo scivolamento composto di un volume di roccia mobilizzato dell’ordine degli 80 metri cubici, come è stato evidenziato nel rapporto da poco pubblicato dal gruppo di ricerca coordinato dal professor Nicola Casagli, geologo del Centro di Protezione Civile dell’Università di Firenze.

il paese di Longarone nel 1960 (autore sconosciuto) e nel 1963 dopo il disastro del Vajont (foto: esercito USA)

La stessa frana ha in gran parte coinvolto vecchi e recenti corpi di frana ben documentati da studi precedenti e da cronache storiche: ci si riferisce in particolare alle grandi frane che si innescarono nel marzo del 1790 e nell’ottobre del 1997. È fuor di dubbio che siamo di fronte ad un evento eccezionale per dimensioni, complessità geomorfologica, meccanica ed evolutiva, e danni prodotti. Ma nel nostro Paese non sono rare le grandi frane: persino Dante Alighieri nella sua Divina Commedia cita alcune grandi frane realmente esistenti: in particolare, nel XII Canto dell’Inferno, dove sono puniti i violenti verso il prossimo, Dante descrive con dovizia di particolari una grande frana, La Lavini di Marco, presente lungo la Valle del Fiume Adige, nei pressi di Rovereto.

Un’immagine dei danni prodotti dalla frana che colpì Ancona nel 1982 (fonte: centropagina)

In questo contesto, non si può non ricordare la tragedia del Vajont: nella notte del 9 ottobre 1963 una massa rocciosa si staccò dal Monte Toc e ad una velocità di 20-30 metri al secondo si riversò sul sottostante bacino idrico, generando un’onda alta svariate decine di metri che distrusse i paesi di Longarone, Erto, Casso e tante altre frazioni, e uccise 2mila persone. La tragedia portò al rafforzamento delle normative di sicurezza delle dighe, degli studi geologici e nella progettazione di opere di ingegneria civile. Come detto, i fragili e complessi ambienti geomorfologici italiani, dai difficili habitat alpini ai contesti appenninici non meno problematici, ospitano spesso grandi fenomeni franosi, che al pari della frana di Niscemi, si riattivano periodicamente, rinnovando le condizioni di pericolo per le persone e le attività dell’uomo.

La frana del 2019 di Pomarico, in provincia di Matera (fonte: ARPA)

Degne di nota, per dimensioni e danni, sono le grandi frane lucane generatesi nel III millennio (Frane di Montescaglioso 2013, di Stigliano 2014, di Pomarico 2019); la frana della Val Pola del luglio 1987; le grandi valanghe di roccia che interessano i versanti delle valli alpine trentine e venete; i grandi scorrimenti composti che flagellano quasi senza soluzione di continuità la costa adriatica, tra cui merita di essere menzionata la grande frana di Vasto che il 22 febbraio del 1956 causò la distruzione di un intero quartiere. Nella lunga costa adriatica, dobbiamo ricordare la grande frana di Ancona: nella notte fra il 12 e il 13 dicembre del 1982, una grande frana, con una profondità della superficie di scorrimento dell’ordine dei 100 metri, coinvolse un’intera collina del territorio urbano occidentale della città compreso tra il Montagnolo, la zona abitata di Borghetto e Posatora e la costa. Furono distrutti all’incirca 280 edifici, tra cui quelli della nuova Facoltà di Medicina dell’Università e degli Ospedali geriatrico e oncologico. Le vie di comunicazione costiere, la ferrovia adriatica e la Statale 16 furono tranciate, generando gravi problemi alla circolazione lungo la dorsale adriatica.

Il paese di Piuro, in provincia di Sondrio, prima della frana del 1618 e dopo (immagine in basso), Veduta tratta da “Itinerarium Italiae Nova” di Martin Zeiller, pubblicato a Francoforte nel 1640

Ma andando indietro nel tempo bisogna ricordare le grandi frane innescate dal terremoto che nel febbraio-marzo 1783 colpì la Calabria, tra cui spicca la frana di Scilla che il 6 febbraio 1783, rovinando sulla spiaggia di Marina Grande generò uno tsunami con onde alte almeno 20 metri che si rese responsabile della morte di oltre 1500 persone. E prima ancora, Il 4 settembre del 1618, una valanga di roccia – riportata in alcune stampe antiche – si riversò lungo i versanti del Monte Montaccio, nella bassa Valle Bregaglia, in provincia di Sondrio, distruggendo i centri di Piuro e di Scilano. L’unico edificio di età rinascimentale sopravvissuto al tragico evento è il Palazzo Vertemate-Franchi, di proprietà della famiglia nobile dei Vertemati. Il bilancio di vittime è fu disastroso: da 970 a 1200 morti.

Per quanto riguarda le grandi frane, caratterizzate da peculiarità geologiche e evolutive non di rado complesse, da più cause ricorrenti, è oggettivamente complicato, se non impossibile, conseguire una loro stabilizzazione definitiva mediante interventi estensivi e molto costosi. Tale circostanza è confermata, per quanto concerne la frana di Niscemi, dal rapporto del Centro di Protezione Civile di Firenze e dai moltissimi studi scientifici e tecnici sulle grandi frane presenti nella Letteratura specializzata. Piuttosto, si deve fare riferimento a una gestione consapevole del rischio residuo di frana, supportata da un piano di protezione civile periodicamente aggiornato.

La frana della Val Pola in Valtellina del 1987 che causò 53 vittime

Gestione basata su una convivenza responsabile con i fenomeni franosi – dei quali bisogna innanzitutto conservare la memoria storica – che si ottiene organizzando piani di comunicazione e di percezione del rischio, programmi di educazione civica e di conoscenza dei fenomeni. È anche indispensabile l’aggiornamento periodico del rischio di frana, fondato su accurati rilievi geomorfologici e sul monitoraggio dei fenomeni franosi, ricorrendo a tecniche integrate satellitari e di strumentazione geotecnica in sito e su politiche di pianificazione e gestione del territorio che tengano conto delle condizioni di stabilità dei versanti e della loro evoluzione spazio-temporale, con particolare riferimento alle aree da destinare alla costruzione di strutture e infrastrutture urbane.
In conclusione, di fronte a grandi fenomeni franosi si deve operare per ridurne l’impatto e incrementare la resilienza del territorio, convivendo con livelli di rischio accettabili.

Immagine di apertura: fonte: Dinamo Press

Francesco Sdao
Nato a Cosenza, laureato in Scienze Geologiche presso l’Università La Sapienza di Roma è Professore Ordinario di Geologia Applicata nella Scuola di Ingegneria dell'Università degli Studi della Basilicata, dove insegna Geologia Applicata. Autore di circa 190 lavori scientifici sulle tematiche di valutazione e di tutela del rischio idrogeologico e ambientale, è stato Editor di alcuni volumi riguardanti tematiche di rischio geologico.

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