Milano 27 Marzo 2026

II prologo dopo il seguito: la scrittrice siciliana Stefania Auci ancora alle prese con la saga della famiglia Florio. Dopo averne narrato l’ascesa e il successo ne I leoni di Sicilia, quindi il progressivo disfacimento dell’impero economico ne L’inverno dei leoni, entrambi per Editrice Nord, torna ora in libreria per lo stesso editore con L’alba dei leoni,  l’inizio della saga della famiglia Florio. Va a ritroso nel tempo, precisamente al 1772, alle origini di questo nucleo familiare che vive a Bagnara Calabra (Reggio Calabria), «un pugno di terra rubato alla montagna, stretto tra l’acqua e le rocce, soffocato dai boschi di castagni e di gelsi. Scuro, compatto, chiuso».

La copertina dell’ultimo libro di Stefania Auci, “L’alba dei leoni” pubblicato da Editrice Nord

Ha inizio, così, un lungo viaggio (sono ben 458 pagine), umano, storico e sociale in una Calabria settecentesca povera e arretrata, dove vigono un pesante patriarcato e regole morali e comportamentali molto rigide e intoccabili. I Florio abitano in una casa «sulla sommità di Pitraliscia, una contrada aggrappata alla montagna…….una manciata di case tutte uguali, fatte con la pietra dell’Aspromonte e il legname dei boschi». Vincenzo, il pater familias, forgia il ferro e sua moglie Rosa, con forza e tenacia e una resistenza passiva nei confronti del marito, custodisce la casa e alleva con amore i numerosi bambini. Vincenzo è un padre-padrone, scontroso e autoritario che decide il futuro dei figli senza porsi alcun problema e che crede fermamente nel valore della fatica, del denaro e della dignità familiare. La narrazione si apre con una comparsa ed una scomparsa: nasce Paolo, il quintogenito, ma sparisce Francesco, il secondogenito, dopo essere stato aspramente rimproverato e schiaffeggiato in pubblico dal genitore. L’onta, l’umiliazione e la rabbia spingono il ragazzo a scappare di casa e, dietro consiglio di un amico, a rifugiarsi in una grotta, apparentemente protettiva, ma, in realtà, molto insidiosa.

Il busto di Paolo Florio (1772-1807) realizzato dallo scultore Benedetto Civiletti nel 1894; si trova nel cortile della tonnara Florio a Favignana (Trapani)

Viene catturato, infatti, da una banda di briganti che lo obbligano, pena la morte, a compiere atti molto distanti dalla sua realtà e dalla sua etica. Riuscirà a tornare a casa, dopo alcuni mesi, ma rimarrà segnato per sempre. La brutale esperienza, nel contempo, lo rende precocemente adulto, gli fa assaporare una certa libertà e gli infonde il coraggio per opporsi al padre, abbandonando la forgia e scegliendo un altro lavoro. Vincenzo fa fatica ad accettare questo figlio ribelle, sognatore, così diverso dalla sua rigida filosofia di vita patriarcale che non ammette cambiamenti di ruoli prestabiliti e non lascia spazio alla libertà individuale. «Padre e figlio non sono più ciò che erano e probabilmente non riusciranno ad esserlo mai più». Il racconto accompagna i ragazzi Florio, compreso l’ultimo nato, Ignazio, nella loro crescita e nell’affrancamento dall’autoritarismo genitoriale. Anche il primogenito Domenico, inizialmente allineato sulla strada tracciata, dopo una serenità ritrovata col fratello Francesco, mette in discussione il suo ruolo e si stacca dalla forgia paterna.

Stefania Auci, nata a Trapani nel 1974, diventata famosa nel 2019 con il libro “I leoni di Sicilia”, la saga della famiglia Florio, (Editrice Nord), in uno scatto del 2022

Il giogo patriarcale non si allenta, invece, per le figlie, Menica e Mattia, che, come tutte le donne del paese, sono destinate ai lavori domestici, a sfornare figli, a subire il potere maschile e ad accettare matrimoni combinati dopo contratti economici stipulati tra padri, simili ad una vendita. «Una moglie serve a fare figli. E non discute mai, non pretende nulla, bada alla casa e basta. È un destino comune alle femmine, e verrebbe da pensare che le madri lo passino alle figlie con il loro latte». Purtroppo la faticosa vita quotidiana dei Florio e di tutti i bagnaroti viene sconvolta da un flagello della natura matrigna, un terremoto di enormi proporzioni che spazza via non solo case e botteghe, ma anche progetti futuri.
I giovani Florio perderanno la madre Rosa, ma matureranno una grande voglia di rinascita, riscatto sociale e desiderio di cambiamento. L’equilibrio e la determinazione, ereditati dalla genitrice, li aiuterà nella loro realizzazione. L’intraprendente Paolo, spinto dalla convinzione che «senza i soldi non sei niente», darà il via ad un commercio marittimo con la ricca Palermo che sarà il fondamento della futura ricchezza. Avrà sempre al suo fianco il fratello Ignazio, che, grazie agli insegnamenti di Padre Alberto, il parroco di Bagnara, ha imparato a leggere, scrivere e, soprattutto, a far di conto. Si trasferiranno in Sicilia dove diventeranno i Leoni, ma non dimenticheranno mai le loro radici.

Francatrippa, uno dei più famosi briganti calabresi della fine del Settecento; lottò contro i francesi e fu ucciso nel 1808  (litografia di Elisabetta De Bon, 1820)

È un romanzo corale, fitto di eventi e personaggi, simile ad una soap opera, che unisce vicende familiari al contesto storico-sociale. La famiglia Florio è al centro della piccola comunità con tutte le dinamiche relazionali che rispecchiano sia la mentalità dell’epoca, sia problemi universali come il conflitto genitori-figli, le alleanze e le complicità all’interno di un numeroso nucleo familiare, il distacco dai genitori. Ci sono, comunque, precisi riferimenti storici al settecentesco regno di Napoli, governato in modo feudale dai Borbone, al fenomeno del brigantaggio, originato essenzialmente da indigenza e disperazione per i soprusi dei potenti, al terremoto devastante del 1783 e anche alla prigionia del Papa da parte dei Francesi di Napoleone Bonaparte. L’autrice ha dichiarato nelle varie interviste di voler solo raccontare e non educare, di cercare di spiegare perché determinati eventi si sono verificati e che tipo di conseguenze hanno determinato. Ma è innegabile che numerosi messaggi educativi sono insiti nella storia di questa famiglia: la volontà e la tenacia nel superare le difficoltà, la voglia di riscatto dettata dalla miseria, il coraggio e il prezzo delle scelte.

La copertina de “I leoni di Sicilia”, bestseller da 650mila copie, un caso editoriale

Stefania Auci, narratrice appassionata, ci consegna una storia un po’ prevedibile, scritta in modo fluido e lineare, secondo uno schema tradizionale, con un ritmo serrato, quasi in “presa diretta” nei momenti forte tensione emotiva ( il terremoto), ma lento e a volte ripetitivo nelle numerose descrizioni di paesaggi e dei comportamenti umani.
L’introduzione di vocaboli ed espressioni dialettali accentua il realismo della narrazione e mette in luce l’ignoranza del popolo. Nell’insieme, il libro dà l’idea della sceneggiatura di un film, o di una fiction, ma può intrattenere piacevolmente il lettore, soprattutto quello amante delle saghe familiari con attenzione all’interiorità dei personaggi.

Immagine di apertura: la chiesa di San Pietro e Paolo a Bagnara Calabra (Reggio Calabria), costruita nel XVI secolo e oggetto poi di vari disastri e ricostruzioni (foto di Aldo Fiorenza)

Maria Plantone
Nata a Noci (Bari) sull’altopiano delle Murge, è laureata in Lettere Classiche all’università Cattolica di Milano, città dove ha poi sempre vissuto e insegnato nelle scuole medie e in quelle superiori. Ama viaggiare, cucinare, frequentare i concerti, ma soprattutto leggere. E’ "un'appassionata" di parole scritte, soprattutto sulla carta e non su kindle.

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