Milano 27 Marzo 2026
Nel corso del mese di marzo il prezzo del petrolio è tornato sopra i 100 dollari al barile. Ha toccato il record di 119,5 dollari lunedì 9 marzo, poi la quotazione si è assestata, anche se venerdì 20 marzo si manteneva ancora poco al di sopra dei 108 dollari, un livello ritenuto preoccupante, tanto da indurre il governo ad assumere una misura di emergenza come il taglio delle accise, limitando così, anche se in minima parte, l’impatto sui prezzi alla pompa di benzina e gasolio. Il trend rialzista si è poi stabilizzato a inizio settimana: martedì 24 marzo il future sul greggio wti (miscela di petroli greggi americani di alta qualità) valeva circa 88,6 euro, lo 0,5% in più rispetto al giorno precedente.

Ma non sono da escludere nuove fiammate, nel caso dovesse deteriorarsi ulteriormente la situazione geopolitica nell’area del Golfo. Nonostante le valutazioni ottimistiche di Donald Trump («gli Usa producono petrolio e quindi beneficiano degli aumenti di prezzo») è evidente che alla lunga a pagare le spese del caro-greggio non saranno soltanto i Paesi consumatori, poveri di materie prime, come l’Italia, ma anche gli stessi cittadini americani. Trump non può prescindere dal fatto che il prezzo del petrolio incide pesantemente sull’intero sistema economico degli Usa. Basti pensare alla ricaduta diretta sui carburanti e quindi sull’intero sistema dei trasporti. In questo caso la crescita delle quotazioni del greggio finisce per spingere all’insù in modo indifferenziato il costo di una vasta gamma di beni e servizi, contribuendo di conseguenza a far lievitare in misura determinante il tasso di inflazione. Il livello generale dei prezzi, insomma, prima naturale conseguenza dell’aumento, è direttamente condizionato dall’andamento del costo del barile. A riportare il petrolio alla ribalta della scena internazionale è stato naturalmente il conflitto in Medio Oriente. La fase rialzista è iniziata infatti in concomitanza con la ripresa delle ostilità. Dopo aver superato all’inizio di marzo una prima volta i 100 dollari, il prezzo di un barile di greggio si è stabilizzato per alcune sedute a un livello di poco inferiore, ma a metà della scorsa settimana è ritornato a crescere superando ancora quota 100, portandosi addirittura a ridosso dei 120 euro, per poi frenare nuovamente.

Il rincaro del greggio, se da un lato ha contribuito a innescare la ripresa dell’inflazione (i cui effetti in alcuni Paesi non si sono ancora completamente manifestati), dall’altro ha finito per favorire quelle economie e quelle aziende che più di altre dipendono direttamente dall’estrazione e dalla gestione delle risorse petrolifere. E c’è chi ne ha subito approfittato. La Russia, per esempio, grazie anche (e soprattutto) alla contemporanea decisione da parte degli Usa di sospendere le sanzioni nei confronti di Mosca per un periodo di 30 giorni, ha registrato extra-profitti valutati, stando alle prime stime, in circa 150 milioni di dollari. Diversa è la situazione della Cina, che importa circa il 50% del suo fabbisogno di petrolio dai Paesi appartenenti all’area del Golfo. Il resto arriva dagli altri Paesi asiatici, a partire dal Giappone fino alla Corea del Sud (quest’ultima sta infatti pensando di introdurre nuovi meccanismi in grado di mettere un tetto ai prezzi per fronteggiare il calo delle consegne che si è già manifestato). Secondo gran parte degli esperti, l’utilizzo da parte dei sauditi del terminal sul mar Rosso è insufficiente a compensare il blocco dello stretto di Hormuz. Il che infatti ha indotto Qatar, Kuwait e Emirati Arabi a ridurre o bloccare la produzione. Stando ai calcoli dell’Agenzia internazionale dell’energia gli oleodotti esistenti potrebbero al massimo gestire 4 milioni di barili al giorno sui 20 che transitano normalmente da Hormuz.

Fare previsioni sulle quotazioni future, anche a breve termine, è in questo momento particolarmente rischioso, dal momento che il prezzo del petrolio è legato direttamente alla disponibilità di greggio sul mercato mediorientale. E in questa fase i riflettori sono tutti puntati su un possibile intervento diretto degli Stati del Golfo nel conflitto con l’Iran. Un fattore, questo, che condiziona l’offerta globale, in considerazione del ruolo strategico della Regione nella produzione e nel trasporto di energia. A metà settimana la quotazione media del greggio Wti si aggirava intorno a 89 dollari il barile. Mercoledì 25 marzo la maggior parte degli esperti prevedeva in ogni caso che il prezzo del petrolio continuerà a rimanere sostenuto, dal momento che una possibile svolta nel conflitto continua ad apparire lontana. L’Iran, infatti, ha fatto sapere che non intende ripristinare condizioni normali nello Stretto di Hormuz, escludendo l’ipotesi di negoziati con Washington, anche se gli sforzi diplomatici continuano con i ministri regionali permanentemente riuniti a Riyadh. Sul mercato, intanto, la corrente rialzista degli operatori tenta di spingere il petrolio Wti sopra il livello dei 90,73 dollari e permettere così di puntare a ulteriori progressi, fino a raggiungere quota 93,7 dollari. Sull’altro fronte, quello ribassista, si punta invece a un posizionamento della quotazione sotto il livello psicologico dei 90 dollari. Per questo è in atto il tentativo di aumentare ancora di più la pressione allo scopo di riportare il prezzo dell’oro nero prima a 86,9 dollari e successivamente ancora più giù, in zona 85 dollari.
Immagine di apertura: un nave portacontainer del colosso cinese Cosco nello stretto di Hormuz (fonte: RSI)




