Bologna 27 Maggio 2025

Dedicata ai fiori, alle cascate di petali, all’esplosione di colori. Energia pura. Pareti come bouquet, quadri a disegnare corolle e petali. Fai un passo e ti ritrovi con un piede nell’arte e l’altro nella natura (e viceversa), immerso nel verde del giardino romantico della Villa dei capolavori, la Magnani Rocca, a Mamiano di Traversetolo, provincia di Parma.

Filippo de Pisis,” Il gladiolo fulminato”, 1930, olio su cartone, Ferrara, Galleria di Arte Moderna Filippo de Pisis

Dodici ettari di parco e 150 quadri di emozioni. Che cos’è reale, che cos’è finzione? Eccoci a Flora. L’incanto dei fiori nell’arte italiana dal Novecento ad oggi, mostra visitabile fino al 29 giugno, che parla sì di fiori, li espone e li esalta, ma non c’entra granché con la botanica, con il naturalismo, con il sapere illuministico del documento catalogato. Certo, non li esclude, anzi li celebra, ma ne fa il trampolino di lancio per un tuffo nell’altrove: il simbolico. Ortensie, tulipani, rose, gelsomini, fiordalisi, petunie, margherite, girasoli, dentro la villa e fuori in giardino, fiori reali e dipinti, in un fantastico e talvolta malinconico cromatismo che fonde verità e artificio, fiori che non sono solo fiori. «La natura diventa un notes magico cui affidare la propria visione sentimentale – spiega Stefano Roffi, direttore scientifico della Fondazione Magnani Rocca e curatore della mostra con Daniela Ferrari, nel catalogo edito da Dario Cimorelli –, rifluisce all’interno e diventa décor, estetizzazione dell’esistenza, ma si carica anche di molte valenze, capacità evocative, memoria». Una spettacolare “infiorata” che attraversa il Novecento e la nostra sensibilità. Un percorso tra Depero, Balla, Paolini, Casorati, de Pisis, Morandi, Donghi, De Chirico, Pizzinato, Mafai, Spadini, Savinio, Rosai, Guttuso, Schifano e molti altri.

La splendida Villa Magnani-Rocca, a una decina di chilometri da Parma, sede della mostra

Una antologica sul filo rosso delle emozioni, nel labirinto di Flora, quadri e sculture disposti come in un puzzle, sopra-sotto-destra-sinistra, tutti a raccontare l’altra metà dei petali, quella dell’anima. Fiori innocenti e infingardi che sembrano fatti e finiti e, invece, con sapienza diversa a seconda degli autori, ti trasportano di colpo nel mondo dell’indecifrabile, nei ricordi. Artisti famosi vicino a firme meno note, opere di dimensioni minuscole affiancate a quadri giganteschi, alberi secolari e piccole piantine aromatiche.

Amedeo Bocchi ,”L’ombrellino giapponese”, 1916, olio su tela, Parma, Museo Fondazione Cariparma

Ecco dunque cinque parole a mo’ di sintetica guida al caduco e gioioso mondo di Flora e della Fondazione Magnani Rocca, con la sua galleria permanente (da non perdere) e il parco con le panchine in legno opaco. La villa è immersa nella campagna; attorno ci sono anonimi campi, casolari, villette. Mai t’aspetteresti una tal meraviglia, una residenza dall’eleganza assoluta, che si staglia sobria e severa in mezzo alla spoglia pianura padana. La famiglia Magnani la acquistò nel 1941 dai conti Zileri-Dal Verme e la trasformò nella propria raffinata residenza. È stata aperta al pubblico 35 anni fa, nel 1990. Ancora oggi si respira quell’aria di vita vissuta degli intellettuali ricchi, colti e geniali, che sapevano scegliere il meglio del meglio: mobili Impero, la grande coppa in malachite dono dello zar Alessandro I a Napoleone, il pianoforte a coda, i giganteschi tappeti, i capolavori d’arte.

Giorgio Morandi, “Fiori”, 1952, olio su tela, Milano, Collezione Francesca e Augusto Giovanardi

Qui hanno pranzato e dormito Giorgio Morandi e Eugenio Montale, la principessa Margareth e il Nobel Konrad Lorenz, tutti amici del fondatore, Luigi Magnani, (1906-1984), figlio di Giuseppe, imprenditore agricolo, e di donna Eugenia Rocca, musicologo, compositore e scrittore, fondatore nel 1977 della Fondazione Magnani Rocca. Innamorato dell’arte, della musica, della bellezza. Un intellettuale che ha saputo abbattere barriere sociali e culturali. Il 29 ottobre 1955 (70 anni fa), Magnani fondò Italia Nostra assieme a un “gruppetto” di amici dell’aristocratica e lungimirante vita romana, lo scrittore Giorgio Bassani, la nobildonna e storica dell’arte Desideria Pasolini dall’Onda, la scrittrice Elena Croce, figlia del filosofo, il diplomatico inglese Hubert Howard, discendente dei conti di Norfolk. Amico di grandi intellettuali e artisti, collezionista di de Pisis, Morandi (è sua la più significativa raccolta dell’artista: 50 opere), Burri e De Chirico, Luigi Magnani aveva quello che serve a un mecenate: fiuto, passione, soldi.

Giacomo Balla, “Primaverilis”, 1918, olio su tela, collezione privata, Verona, Galleria dello Scudo

La collezione permanente, sempre visitabile, lascia di stucco e da sola vale il viaggio a Mamiano: opere di Gentile da Fabriano, Filippo Lippi, Albrecht Dürer, Tiziano, Tiepolo, Canova, Rubens, Van Dick, Rembrandt e poi Monet, Renoir, Cezanne. Il dipinto capolavoro di Goya La famiglia dell’infante don Luis è l’emblema della raccolta. Poi il parco: 12 ettari. Realizzato nell’Ottocento secondo i canoni del giardino all’inglese, quindi libero, un po’ selvaggio, romantico, è abitato da pavoni bianchi e neri con la coda a strascico che passeggiano altezzosi tra piante secolari. Dal 2016 tre esemplari arborei sono stati inclusi dalla Regione Emilia Romagna nell’elenco degli “Alberi monumentali d’Italia”: si cammina sotto a un Platanus hybrida (fusto di 555 centimetri, altezza 35 metri), a una Sequoia sempervirens (fusto di 440 centimetri, alta 30 metri), a un Cedrus dell’Himalaya (fusto di 490 centimetri, 30 metri d’altezza), oltre a noci americane, magnolie, querce, tigli (il più grande ha un fusto di 110 centimetri), pioppi e cipressi.

Uno dei pavoni che popolano il giardino della villa

«Il giardino diventa anche luogo di avventura mentale», annota ancora Stefano Roffi. Nei mesi scorsi è stato ripristinato il piccolo laghetto, di cui restava solo l’invaso. Dentro alla villa, sbocciano i quadri. L’obiettivo dei curatori della mostra, Daniela Ferrari e Stefano Roffi, è stato «far fiorire gli spazi espositivi come fossero una serra d’inverno». La scalatura d’ingresso della Villa della Fondazione Magnani Rocca è incorniciata da cespugli di ortensie bianche ed è proprio la rappresentazione di questo fiore plastico e sensuale ad accogliere i visitatori della mostra, con dipinti di Giovanni Segantini, Emilio Longoni e Carlo Fontana.
Il percorso nelle opere floreali parte dalla fine dell’Ottocento per arrivare ad oggi: inizia con Flora magica, l’imponente scenografia – 7 metri – di Fortunato Depero, concepita su invito di Sergej Pavolovic’ Djagilev, nel 1916, per la messa in scena di Le Chant du Rossignol, balletto ispirato alla fiaba di Andersen L’Usignolo dell’imperatore. Vegetazione fantastica composta da fiori di cartapesta tridimensionali, rosso, giallo, verde, colori spinti al massimo: non andò mai in scena e questo la rende ancor più strana e preziosa.

Fortunato Depero, “Flora magica”, 1917 (ricostruzione del 1981), Rovereto, Mart

Tra i giardini segreti, anche le opere di Giuseppe Pellizza da Volpedo – chi non ricorda il potente grido di denuncia del suo Quarto Stato – che qui, invece, è intimo e ferito con Ricordo di un dolore (1889), dedicato alla sorella morta, le violette seccate tra le pagine del libro. Quasi metafisico nella rappresentazione astratta della luce, ecco Villa Borghese-Parco dei daini (1910) di Giacomo Balla così come, dello stesso autore, il capolavoro Primaverilis (1918), assolutamente innovativo, ondivago, vorticoso e mozzafiato (Balla realizzò anche la cornice). Tra i fiori simbolici, Il sogno del melograno (1912-1913) di Casorati, di “klimtiana musicalità” come scrisse Piero Gobetti citato nel catalogo, cena fiabesca di una ragazza in abito floreale assopita in un prato verde e fiorito. E poi, le regine di fiori di Giovanni Boldini, come La marchesa Luisa Casati con un levriero (1908), stupenda e incurante come una sprezzante modella, mazzo di violette stretto in vita e sguardo ipnotico, e Il braccio femminile con crisantemi (1910). Una carrellata impressionante di autori.

Mario Schifano, “Orto botanico”, 1981, smalto su tela, Terni, Collezione Tonelli

La “poesia del silenzio” nei fiori di Morandi, le nature morte floreali di Filippo de Pisis e la loro fragile, effimera bellezza, le composizioni “calde” di Renato Guttuso. E ancora, l’Orto botanico di Schifano, quattro metri vibranti di vento, alberi e cielo, e Nicola De Maria con Poesia notturna dentro il regno dei fiori (1990), astrattismo spinto da una tavolozza purissima di colori. Fiori non fiori, specchio di noi stessi.

Immagine di apertura: Oscar Ghiglia, La signora Ojetti nel roseto, 1907, olio su tela, gentile concessione della Società delle Belle Arti di Viareggio

° l’allestimento della mostra è di Kreativehouse

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