Firenze 26 Febbraio 2022

È di poche settimane fa la petizione contro l’uso dello schwa diffusa su change.org che ha raccolto migliaia di firme «Lo schwa (ə)? No, grazie. Pro lingua nostra». L’oggetto in questione è una e capovolta identificata con il simbolo Ə, lo scevà (dal tedesco schwa) ovvero una vocale indistinta, usata per identificare il neutro, invenzione dei linguisti di fine Ottocento. Sottoscritta da nomi di alto profilo, intellettuali, filosofi e promossa da Massimo Arcangeli, linguista e scrittore, ordinario di Linguistica italiana all’Università di Cagliari, la petizione è la reazione del mondo intellettuale contro quello che i promotori dello schwa identificano come un esperimento linguistico possibile, in linea con il cambiamento della società. Nel dibattito in corso da anni su come rendere l’italiano una lingua più inclusiva e meno legata al predominio maschile, finora ha prevalso la richiesta di femminilizzare il linguaggio, ad esempio le professioni con risultati, secondo molti, bizzarri o decisamente sgradevoli. E se l’architetto, il sindaco, il ministro, l’assessore sono esempi di parole la cui versione femminile non è proprio fantastica – architetta, sindaca, ministra, assessora – sta di fatto che stanno entrando nell’uso quotidiano. Ma certo non risolvono il problema: basta pensare che il maschile indica ancora i soggetti generici – l’uomo moderno, l’uomo delle caverne – e il plurale maschile, gli uomini e le donne (elettori, cittadini, parenti). Lingua maschiocentrica l’italiano, non c’è dubbio.

Certamente nell’Ottocento, quando la polemica tra Alessandro Manzoni e Graziadio Isaia Ascoli sulla lingua italiana animava i salotti del mondo letterario, non ci si poneva il problema di rappresentare linguisticamente (e non solo) il femminile; ci si preoccupava piuttosto dell’enorme divario dell’epoca tra lo scritto e il parlato, o meglio i parlati delle varie zone d’Italia. Ora si fa strada lo schwa egalitario, forte di un’idea di “politicamente corretto” e di inclusività che sta prendendo piede…. ragazzƏ, bambinƏ, cittadinƏ etc… Ma l’idea sta scatenando anche reazioni di segno opposto. «Partiamo da un postulato, la chiarezza comunicativa: la lingua serve prima di tutto per comunicare e i requisiti principali di un testo sono la coerenza logica e la coesione che nasce dall’accordo grammaticale – spiega Mariella Giuliano, docente di linguistica Italiana all’Università Statale di Milano -. Se noi scompaginiamo il sistema lingua, perdiamo l’accordo morfologico perché saltano tutte le desinenze e dunque, a sua volta, salta l’efficacia nella comunicazione. Io non credo che l’inclusività possa realizzarsi forzando il sistema lingua, e penso anche alle battaglie che si sono fatte e si fanno per la femminilizzazione del linguaggi. Cedere a questo simbolo può togliere terreno ed essere di ostacolo a quanto raggiunto finora. Il riconoscimento dell’inclusività passa attraverso un altro ambito, quello sociale. Non credo che sia la lingua a discriminare, penso che il riconoscimento sociale passi necessariamente da altro, in primo luogo dal rispetto. La nostra lingua è una lingua di cultura, di grande tradizione e come tale va mantenuta».

Uno scorcio del centro storico di Castelfranco Emilia, cittadina fra Modena e Bologna. Il Comune ha deciso di utilizzare lo schwa nelle comunicazioni via social

Lo strumento linguistico più discusso del momento rappresenta per alcuni una minaccia alla tradizione della lingua italiana ma anche un ostacolo grammaticale in un Paese dove l’uso della h resta uno degli errori ortografici più comuni, dove ancora si sbaglia la consecutio temporum, per non parlare degli anglismi che hanno preso ormai una deriva che rasenta l’assurdo. «L’intenzione è ottima, il motivo è nobile ma la soluzione no, linguisticamente proprio non funziona – spiega Manolo Trinci, che ha scritto per Bompiani Le basi proprio della grammatica, e da anni anima sui social video esilaranti sull’uso della grammatica – . Si tratta di un cambiamento troppo radicale per la nostra lingua che rischia di cancellare anche i tanto usati femminili di professione. Non è una scelta inclusiva come vogliono farla passare, perché se include una minoranza, ne esclude automaticamente altre, per esempio i dislessici, i non udenti, ma anche persone che non conoscono bene l’italiano, che stanno imparando la nostra lingua. Poi lo schwa ha diversi problemi di applicabilità, sia nello scritto che nel parlato. Siamo nell’era dei Social, dove si usano tanti simboli, ma che non stravolgono le basi della lingua sotto il profilo grammaticale; sono il segno dei tempi che cambiano e per questo capiti e ben identificati dai giovani e non giovani. A differenza dello schwa che è una soluzione aliena. I femminili di professione sono, invece, a mio parere fondamentali, andrebbero usati quotidianamente perché sono previsti dalla nostra grammatica, è una questione di coerenza».
Tra critiche e difficoltà c’è chi già applica lo schwa in editoria, con successo. È il caso di effequ Editore. Racconta Silvia Costantino, che ne è la Direttrice Editoriale: «É una sperimentazione che portiamo avanti da due anni che è cambiata nel corso del tempo, evolvendosi. Lo schwa si usa per marcare, per sottolineare e quando ci si rivolge ad un contesto generico facendo sempre molta attenzione e sfruttando tutte le potenzialità della lingua. Siamo molto contenti di come si sta sviluppando quello che è nato come un esperimento».

La copertina di “Femminili singolari” della linguista Vera Gheno, pubblicato da effequ 

La casa editrice ha pubblicato nel 2019 Femminili singolari della sociolinguista Vera Gheno, libro simbolo dell’inclusività linguistica. Secondo l’autrice, chiamare le donne che fanno un certo lavoro con un sostantivo femminile non è un semplice capriccio, ma il riconoscimento della loro esistenza. E anche se molti pensano siano solo sciocche velleità, le questioni linguistiche non sono mai velleitarie, perché attraverso la lingua esprimiamo il nostro pensiero. Della stessa casa editrice il saggio Il contrario della solitudine di Marcia Tiburi tradotto dal portoghese – brasiliano utilizzando lo schwa. «Abbiamo ricevuto tante critiche, la più dolorosa è quella che ci accusa di farlo per pubblicità; l’alta critica frequente è quella del non si legge/non si capisce, ma sono accuse che vengono da persone che partono già con un pregiudizio. Fare editoria indipendente nel 2022 vuol dire avere la fortuna e la possibilità di scegliere con cura e libertà gli argomenti di cui si vuole parlare ed essere fedeli al proprio pensiero».
Se è vero che nessuno può cambiare dall’alto una lingua, è pur vero che una parte della società esprime un’esigenza e vuole trovare una soluzione. Ma come scriveva Leopardi: Lingua mortal non dice quel ch’io sentiva in seno. La lingua non può esprimere tutto e forse dobbiamo farcene una ragione. E come ha sottolineato il linguista Raffaele Simone su il Domani qualche tempo fa: «E se prima di pareggiare le desinenze si pensasse ad uniformare i salari?».

 

Alessandra Maria Abramo
Fiorentina, laureata in Scienze Politiche all’università del capoluogo toscano, ha collaborato fin da giovanissima con alcune testate giornalistiche della sua città. Giornalista pubblicista dal 2006, ha lavorato presso l’emittente televisiva Video Firenze - Toscana Channel, poi all’ufficio stampa della Casa Editrice Giunti fino al 2017. Oggi è giornalista freelance e si occupa di uffici stampa e comunicazione. Vive a Marradi, nel Mugello. Nel 2022 ha pubblicato, insieme al collega Franco Mariani "Lelio Lagorio, un socialista tricolore", per le Edizioni dell'Assemblea della Regione Toscana

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